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Dall Italia e dal Mondo - page 2

Festa delle Forze Armate in forma ridotta

in Dall Italia e dal Mondo

Visto il perdurare dell’emergenza sanitaria fino al 31 gennaio 2021, quest’anno le celebrazioni per la commemorazione della giornata dell’Unita Nazionale e Festa delle Forze Armate si svolgeranno, in maniera sobria, rispettosa e limitata nella partecipazione, mercoledì 4 novembre, alle ore 10.00, presso la caserma Monte Grappa,  in corso IV Novembre, 3 – Torino, sede della Brigata alpina “Taurinense”.

Alla presenza delle più alte Autorità civili e militari della città, la commemorazione, che avverrà esclusivamente in forma statica e nel pieno rispetto delle norme per il contenimento del contagio da Covid-19, prevede la cerimonia dell’alzabandiera, che rinnova l’incontro tra il Paese e le Forze Armate, e la deposizione di corone d’alloro al monumento dedicato ai Caduti i cui Onori saranno resi da un picchetto in armi della Brigata “Taurinense.

Non saranno svolte le consuete manifestazioni celebrative/espositive denominate “Caserme Aperte” e “Caserme in Piazza”, nonché le iniziative all’interno degli istituti scolastici

100 mila clienti per uBroker

in Dall Italia e dal Mondo

BOLLETTE AZZERATE: UNO, NESSUNO CENTOMILA PER UBROKER
La multiutilities company torinese attiva nel settore luce e gas taglia il traguardo pirandelliano dei centomila clienti per un totale di un milione di fatture emesse.

Uno, nessuno e centomila! Si avvera felicemente la profezia pirandelliana per ‘uBroker Srl’, la milionaria e fortunata start-up piemontese nata a Torino nel gennaio 2015 che, lo scorso agosto, ha registrato un traguardo unico, toccando quota 100mila clienti in tutta Italia e sfondando il muro del milione di fatture messe.
Un risultato strepitoso, reso ancor più unico e speciale considerando il fatto che è stato raggiunto in un’estate che certamente passerà alla storia: quella della pandemia da Covid-19, in un momento in cui invece massima è la crisi del Paese e dell’economia italiana.
Fondata dalla coppia di imprenditori Cristiano Bilucaglia e Fabio Spallanzani, distintasi nel campo delle utilities grazie al progetto ScelgoZero con cui è stata la prima nel mondo ad aver ideato un efficace e collaudato meccanismo di fidelity program con cui è possibile azzerare progressivamente le bollette (canone Rai e accise incluse), oggi l’impresa possiede un fatturato aggregato superiore ai 75 milioni di euro e dà giornalmente lavoro a più di 50 dipendenti e oltre 1.000 fra consulenti e collaboratori commerciali.
Con l’occhio sempre attento anche al sociale, grazie al sostegno costante fornito attraverso una larga parte dei propri utili a primarie realtà solidali italiane ed estere attive nell’ambito del sostegno alla formazione dei minori e dell’aiuto prezioso a poveri, indigenti e più in generale a iniziative culturali, musicali e artistiche degne di nota. “Da imprenditore sono i numeri a governare le aziende. Le mete raggiunte con un progetto così ambizioso e futuristico sono la dimostrazione che credere in qualcosa di fuori dal comune e di nuovo, innovativo può rendere concreto un obiettivo che pareva impensabile”, commenta entusiasta Cristiano Bilucaglia, Presidente di ‘uBroker Srl’, azienda che in questi giorni, fra l’altro, ha appena pubblicato anche il nuovo sito.
“Se posso dare un consiglio a tutti gli imprenditori che si buttano in nuove esperienze, la convinzione in ciò che si sta facendo, al di là di quelli che possono essere i canoni di ciò che già si trova sul mercato, è il primo requisito per trovare la forza e l’energia per alimentare passioni che si fanno professioni”, aggiunge l’industriale.
Per poi riprendere: “Non nego che durante quest’avventura abbiamo solcato anche mari perigliosi. Ma vedere oggi tanti nostri collaboratori poter realizzare i propri scopi e obiettivi personali e professionali insieme mi rallegra, esortandomi a proseguire con rinnovato vigore e altrettanto verace entusiasmo sul cammino felicemente intrapreso”.
Con un pensiero importante rivolto soprattutto a chi ha permesso tutto questo: “Pertanto, dobbiamo il nostro successo principalmente al nostro primo datore di lavoro, che è il cliente, che poniamo sempre al centro dell’attenzione e che cerchiamo di soddisfare come se dall’altra parte ci fossimo noi stessi. Tali sono i principi che regolano la nostra impresa, e che stanno consentendoci di guardare al futuro con maggiore ambizione di quanto siano stati sinora i risultati raggiunti”, conclude Bilucaglia.

Luce, gas e formazione. Il trinomio vincente di Ubroker

in Dall Italia e dal Mondo

Al via anche per la stagione fredda ormai alle porte le attività accademiche dell’azienda che rivoluzionato i consumi degli italiani azzerando le bollette.

Ogni crisi è, di per sé, potenzialmente un’opportunità. A fare la differenza è il punto di vista da cui la si guarda.

Lo sa bene ‘uBroker Srl’, azienda operativa nel campo dei consumi energetici che dalla sua fondazione a oggi ha rivoluzionato il comparto nazionale luce e gas, azzerando per prima le bollette grazie a un innovativo e vincente meccanismo di fidelity program disponibile sul sito scelgozero.it.

L’impresa, nata nel 2015, proprio nell’anno in cui il suo Presidente Cristiano Bilucaglia, ingegnere biomedico e informatico, veniva eletto ‘Imprenditore dell’Anno’, si è da subito distinta nell’agguerrito e affollato campo delle utilities domestiche e per le PMI grazie a una politica di prezzi chiara e trasparente, e a una felice crasi efficace tra il mondo dell’energia e le innumerevoli opportunità offerte dall’informatica del contattoapplicata all’industria.

Alla base del successo di ‘uBroker’, distintasi tra i propri competitors anche per generose e premiate iniziative di mecenatismo sociale diffuso – 50 dipendenti diretti, più di 1.000 collaboratori, consulenti e professionisti e un volume d’affari aggregato che sfiora gli 80 milioni di euro complessivi – c’è anche il ruolo, primario e indispensabile, assegnato alla formazione, arma sempre più strategica e determinante per vincere la sfida con un mercato variabile, complesso e in continua evoluzione che richiede un livello di preparazione, affidabilità e competenza sempre più pregnante per gli operatori del settore.

L’aspetto propriamente accademico costituisce il pilastro portante di qualsivoglia declinazione delle attività imprenditoriali del nostro Gruppo”, esordisce entusiasta Fabio Spallanzani, cofondatore e contitolare di ‘uBroker Srl’. “Motivo per cui, nei giorni scorsi, stanti gli effetti riduttivi della pandemia, abbiamo ripreso regolarmente, nel pieno rispetto di prescrizioni e distanziamento, i corsi di formazione dedicati alle nuove risorse umane che hanno scelto spontaneamente di aderire al nostro progetto di business, animati soltanto dal desiderio di un percorso umano e professionale tutto improntato alla crescita e lo sviluppo”.

Gli fa eco Cristiano Bilucaglia, per il quale “L’avvento improvviso del lockdown ha comportato l’urgenza e la necessità di individuare strumenti nuovi ed efficaci per mantenere il trend e gli obiettivi previsti dal nostro piano industriale mediante l’introduzione di una componente di scouting on line che ha potenziato e diffuso in maniera esponenziale e sorprendente il modello ‘uBroker’: richiamando da tutta Italia, stante anche la crisi occupazione in corso, migliaia di soggetti interessati. Che ora, pur nella complessità del momento e con accessi contingentati in linea con le attuali disposizioni normative, si preparano all’arrivo del 2021 con la speranza di un’occupazione certa, soddisfacente e produttiva, confidando in un anno decisamente migliore di quello in corso per via della pandemia da Covid-19”, conclude il manager stimato anche dalle principali associazioni consumeristiche italiane.

Luce e gas, ora c’è anche il PalaUbroker”

in Dall Italia e dal Mondo

Intitolato a Bassano del Grappa all’azienda italiana nata a Torino che azzera le bollette.

Dopo aver donato 40mila euro a ‘BeChildren Onlus’, realizzato lo scorso settembre una pedalata della solidarietà da Reggio Emilia a Trieste per raccogliere fondi per garantire gratuitamente ospitalità, vitto e alloggio alle famiglie meno abbienti dei minori ricoverati all’ospedale pediatrico ‘Burlo Garofolo’ del capoluogo friulano, e dal 2015 a oggi sostenuto importantissime cause di mecenatismo sociale sia in Italia che nel mondo, arriva un importante attestato di stima per ‘uBroker’, la multiutilities company torinese nata nel 2015 dal felice connubio tecnologia e creatività frutto dell’estro geniale della coppia di imprenditori Cristiano Bilucaglia e Fabio Spallanzani.

Alla nota azienda stimata dalle principali associazioni di consumatori che per prima in Italia è riuscita ad azzerare le bollette di luce e gas è stato infatti intitolato il ‘Palaubroker’, il principale palazzo dello sport di Bassano del Grappa ultimato nel lontano 1991, che ha un capienza di 3850 persone e ospita le partite interne dell’Hockey Bassano 1954, formazione che la stessa ‘uBroker’ – oltre 50 dipendenti diretti, più di 1.000 collaboratori, consulenti e professionisti e un volume d’affari complessivo superiore si 75 milioni di euro – sponsorizza e sostiene “poiché crediamo fortemente che gli sport di squadra, quelli in cui è la magia del team a fare la differenza, siano indispensabili per promuovere concretamente sul territorio valori fondamentali per la crescita come la sana competizione sul campo su cui si basa anche la nostra mission d’impresa”, osserva Fabio Spallanzani.

Questo palazzetto è una risorsa molto importante per la città di Bassano del Grappa, oltre a manifestazioni sportive, la struttura è utilizzata anche per rappresentazioni teatrali e liriche Operaestate Festival Veneto nonché per eventi musicali. Il 10 ottobre inizierà il campionato di hockey con l’atteso derby contro il Breganze giocato proprio al PalauBroker, che verrà così inaugurato a porte semiaperte in quanto ancora non si sa quante persone potrà ospitare per via della pandemia da Covid-19. Tempi difficili per lo sport, ma uBroker dimostrerà di saper dare il meglio di sé anche in questo caso trasformando come sempre ogni criticità in un’opportunità di miglioramento e sviluppo in linea con la nostra vision aziendale”, chiosa Cristiano Bilucaglia, già eletto in passato ‘Imprenditore dell’Anno’ nonché ingegnere biomedico e informatico, imprenditore e benefattore.

Una bicicletta “pescata” nel Po

in Dall Italia e dal Mondo

Riceviamo e pubblichiamo / Una bicicletta “pescata” nel Po. E’ uno degli emblemi della mattinata dedicata Puliamo il Mondo 2020 ai Murazzi. Sabato 26 settembre in una bellissima giornata di sole di vento è stato ripulito il grande fiume cittadino, come le sue sponde, dove purtroppo rifiuti non mancano. 

Non per nulla sono stati usati anche gommoni per rimuovere oggetti abbandonati che si impigliano tra le acque e gli arbusti. Sul fondale basso sono state avvistate prelevate una bicicletta ed un’inferriata.
L’iniziativa è stata organizzata da Legambiente Metropolitano. Tra partner l’associazione PRO.CIVI,.CO.S. composta da Ministri Volontari della Comunità di Scientology che da anni collabora supporta questo genere di attività operative di sensibilizzazione favore della tutela dell’ambiente.
Ma PRO.CIVI.CO.S., oltre a prestare regolarmente servizio di protezione civile come parte dei coordinamenti regionale e comunale è anche promotrice del progetto “Quartiere Pulito” che ogni anno coinvolge associazioni, enti centinaia di persone tra cittadini adulti, ragazzi, bambini delle scuole. La prossima tappa di Quartiere Pulito sarà un ritorno, nel comune di Druento, domenica 11 ottobre, dalle 9:00 alle 12:00, naturalmente nel rispetto delle precauzioni anti-covid.
“Ci ispiriamo da sempre ad un principio molto semplice – spiega Beppe Tesio, presidente PRO.CIVI.CO.S. – Lo si trova sulla guida laica al buon senso scritta da L. Ron Hubbard intitolata La Via della Felicità, ma fa parte di quelle regole universali che tutti conosciamo, come quella di dare il buon esempio. Facendolo si comincia rispettare se stessi, si rispettano gli altri si rispetta l’ambiente. La vita può essere più vivibile più sicura, per tutti.”

La memoria sospesa del Caffé Tito

in CULTURA E SPETTACOLI/Dall Italia e dal Mondo

La prima volta mi ci sono imbattuto per caso, voltando sul retro del Museo di Storia nazionale, dove è conservata la preziosissima Haggadah, il più antico documento serfadita del mondo, scritto a Barcellona intorno al 1350 e portato a Sarajevo dagli ebrei in fuga dalla Spagna

 Lì , a pochi passi, tra la   ulica Zmaja od Bosne e la riva destra della Miljacka, quasi di fronte al quartiere di Grbavica che si stende sulla riva opposta del fiume, c’è il Caffè Tito. Tra pareti rosse e verdi, gli ospiti vengono accolti dall’esposizione di ogni tipo di materiale bellico: dai kalachnikov fissati alle pareti agli elmetti appesi al soffitto e usati come portalampade. Nel dehors si può stare seduti su di una cassa per munizioni di mortaio, sorseggiando un boccale di bionda e fresca Sarajevska pivara. Ci sono persino un M3-M5 Stuart, il carro armato leggero di fabbricazione americana usato nella seconda guerra mondiale. E, a fianco, un esemplare di “sIG-33” (schwere Infanteriegeschütz),un obice tedesco usato come arma di appoggio dai fanti della Wehrmacht che venne,   probabilmente, “fatto prigioniero” dai partigiani jugoslavi. Dentro è un piccolo museo. Dal busto in bronzo del leader della Jugoslavia alle sue foto incorniciate e appese ai muri: in vacanza sulle isole istriane di Brioni, mentre ispeziona le truppe, al fianco di Churchill, Che Guevara, Castro; mentre discute con JFK poco tempo prima che il presidente degli Stati Uniti fosse ucciso a Dallas. Ma anche immagini con attori famosi, da Richard Burton a Elisabeth Taylor, Sofia Loren e Gina Lollobrigida. Sul muro c’è l’orologio, fermo sull’ora e il giorno della sua morte: le tre e zero cinque del quattro maggio 1980. Girando per i locali si possono ammirare il quadro che descrive la battaglia della Neretva e la serie di suoi ritratti a carboncino, accanto a vecchie pagine di giornale incorniciate dove di parla di lui. Sul sito web, in campo rosso,scorrono frasi come queste: “Druze Tito, mi ti se kunemo”, compagno Tito,noi te lo giuriamo, “Smrt Fašizmu Sloboda Narodu “, a morte il fascismo, libertà del popolo. Strana città, Saraievo,dove si è incontrata la storia dai romani fino all’impero ottomano, mescolando origini ed etnie mentre oggi, in quest’epoca incerta s’irrigidiscono i nazionalismi. Un detto veniva un tempo ripetuto,quasi con orgoglio: sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito.

Lui, il garante della complessa unione degli slavi del sud, conservata per decenni nel mito della lotta partigiana, gelosamente difesa da est e ovest, non ha potuto assistere al crollo e alla dissoluzione del sogno jugoslavo. Nel Caffè le immagini sono statiche, fissate dal tempo come nei libri di storia mentre, a poco meno di quarant’anni dalla sua morte, la figura di Tito resta lì, sospesa nel limbo, ancora scomoda e difficile, amata e contestata. In tanti vorrebbero dimenticarla mentre altrettanti la rivendicano in un soprassalto di nostalgia. Non bisogna farsi trarre in inganno,però: nel bar, a ciò che ci circonda, quasi nessuno ci fa caso. Non c’è un fervore “titino” da parte dei clienti. Solo un paio di anziani, a quanto si racconta, vengono di tanto in tanto, comandano una rakija e mentre se la bevono lentamente ispezionano i muri quasi temessero che l’immagine di Tito potesse d’un momento all’altro dissolversi, sparire. I ragazzi invece si fermano a bere, fanno festa e quando il clima lo consente preferiscono sedersi all’aperto sotto il portico. Altri ragazzi della loro età, più o meno venticinque anni fa, percorrevano le strade di Sarajevo scandendo “Mismo Walter”, noi siamo tutti Walter,tentando di fermare la corsa pazza vero la guerra ammantata da falsi simboli etnici e religiosi che s’avvicinava minacciosa. Agitando migliaia di bandiere arcobaleno ripetevano all’infinito uno dei nomi clandestini del partigiano Tito,del comandante dell’esercito popolare che unì serbi e bosniaci, croati e macedoni nella lotta contro i nazisti.Quanti erano? Centomila? Forse anche di più. Col passare del tempo tutto cambia e oggi anche l’antifascismo è poco più di un rito e persino l’inespugnabile bunker di Tito a sud di Sarajevo è stato aperto da qualche anno alle visite dei turisti per fare cassa. “La lezione della guerra non è servita”, confidò a Paolo Rumiz un serbo, Milutin Jovanovic, studente di   Scienze politiche in Italia , nato a   Niš durante il conflitto balcanico. “Trionfa tutto ciò che lui aveva bandito: vessilli, identità regressive, fascismi”. Ormai c’è chi celebra Draza Mihajlovic, acerrimo nemico di Tito e capo dei “cetnici”, gli ultranazionalisti e filo-monarchici serbi della seconda guerra mondiale. C’è persino chi va in pellegrinaggio sulla tomba di Slobodan Milosevic, tenendo in pugno una candela accesa, a rendere omaggio a colui che ha trascinato la ex-Jugoslavia nel disastro. Ancora Milutin, a Rumiz: “Pare quello che accade in Italia con Garibaldi. Anche il nostro mito unitario è denigrato con argomenti clericali e separatisti. Accusano Tito di avere odiato i serbi e di aver voluto unire ciò che era impossibile tenere assieme”. Appunto, sei nazionalità, quattro religioni, tre alfabeti e una decina di lingue diverse. Intanto, nel locale, un uomo di mezza età, dall’aspetto distinto, allunga una mano sul busto. Sembra quasi che accarezzi il volto scolpito. Guarda me e Goran e, prima di andarsene, ci dice in serbo-croato,sottovoce: “Che tristezza!”. Scuote la testa e aggiunge un “mala tempora currunt” che capisco anch’io. Ci dicono, poi, che è un professore di latino e filosofia all’Università di Sarajevo che, di tanto in tanto e a volte senza nemmeno consumare un bicchiere d’acqua, s’aggira sconsolato tra le reliquie del locale. Pensiamo che sia bene farci un’altra birra, brindando alla speranza di tempi migliori: živeli, alla salute.

Marco Travaglini

Tutti i seggi regolarmente aperti Ma metà dei presidenti rinuncia all’incarico

in Dall Italia e dal Mondo

Ben 506 su 919  presidenti di seggio  hanno rinunciato all’incarico a Torino in occasione del Referendum: paga troppo bassa e rischio contagio li hanno fatti desistere. 

Le rinunce degli scrutatori sono invece 1.487 su 2.800. Il Comune ha già sostituito i Presidenti con proprio personale di fascia D. Molti giovani  hanno risposto alla richiesta per gli scrutatori attraverso il portale di Torino Giovani. La macchina comunale sarà  attiva a partire dalle ore 6,30 di domenica per garantire il regolare svolgimento delle elezioni “in caso di eventuali sostituzioni dovute a imprevisti dell’ultimo momento”, informa il Comune.

 

La Città comunica inoltre attraverso una nota :

Tutti i 919 seggi della città di Torino sono stati aperti alle ore 7 di oggi.

Regolare anche la presenza degli scrutatori e dei presidenti.

Per rispondere al quesito referendario i cittadini possono recarsi al proprio seggio, con la tessera elettorale e un documento di riconoscimento, fino alle ore 23 di oggi e dalle 7.00 alle 15.00 di domani, lunedì 21 settembre.

Luce e gas: semaforo verde per Ubroker

in Dall Italia e dal Mondo

UN’AZIENDA SEMPRE PIU’ AFFIDABILE

L’impresa, prima in assoluto ad aver azzerato le bollette e stimata dalle principali associazioni di consumatori italiane, ottiene fiducia anche da Banca D’Italia.

Oltre 10mila bollette azzerate di luce e gas, vale a dire italiani che consumano stabilmente energia senza più alcun esborso economico, più di 100mila clienti fidelizzati sparsi sull’intero territorio nazionale, un volume d’affari che sfiora gli 80 milioni di euro, oltre 50 dipendenti fissi e più di 1.000 collaboratori stabili fra consulenti, professionisti e rete commerciale.

Sono questi i numeri di un successo clamoroso chiamato uBrokerSrl e nato nel 2015 che, anche in tempo di crisi economica e pandemia da Covid-19, continua a moltiplicarsi per le strade e fra la gente grazie a un format collaudato fondato su valori quali fiducia, trasparenza e serietà, unitamente a un sapiente e virtuoso impiego della tecnologia che, anche durante il lockdown, ha prodotto risultati straordinari facendo sfiorare il massimo picco di fatturato.

Ed ecco che, dopo aver conseguito il placet di primarie certificazioni di qualità secondo le preziose normative di classificazione UNI EN ISO, insieme ai parametri positivi di affidabilità economica rilevati da ‘Cerved Rating Agency S.p.A.’, a completare un tris vincente si aggiunge anche Banca d’Italia, per la cui ‘Centrale Rischi’, in relazione a una rilevazione riferita a Giugno 2020 compendiante un’approfondita analisi di solvibilità finanziaria condotta a ritroso anche negli ultimi dodici mesi a partire da tal data, ‘uBroker Srl’ (che in questi giorni ha anche pubblicato il proprio nuovo sito web) ha ottenuto il massimo indice di affidabilità.

Per il milionario distributore di energia, si tratta dell’ennesimo e oggettivo attestato di stima a conferma della solidità di un business vincente, perfetto corollario e corredo di un percorso che azzerando le bollette certamente continua ogni giorno di più a distinguersi inequivocabilmente in un settore affollato e delicato, quale quello delle utilities, in cui etica e affidabilità sono le carte migliori per aggiudicarsi la partita con il cliente.

Il nostro impegno quotidiano consiste nel cercare di fare ogni giorno di più in maniera straordinaria le cose ordinarie, ovvero ottemperare alle forniture di luce e gas degli italiani alla luce di una costante ricerca del risparmio e della qualità, nel rispetto di chi ci dà fiducia crescente, trasformandosi altresì, in buona parte dei casi, da semplice utente anche a prezioso collaboratore, e facendo dei propri consumi anche un’importante fonte di reddito aggiuntiva con cui migliorare il proprio benessere e raggiungendo anche importanti traguardi professionali”, dichiara soddisfatto Cristiano Bilucaglia, ingegnere biomedico e informatico, fondatore e Presidente di ‘uBroker Srl’, anche stimato benefattore e mecenate sempre attento alle più nobili cause di solidarietà legate ad arte, cultura e sociale.

Cile, quarantasette anni dopo

in Dall Italia e dal Mondo/ECONOMIA E SOCIETA'

C’è un altro 11 settembre oltre a quello delle “torri gemelle” del World Trade Center di New York, e non va dimenticato: quello del 1973.   A Santiago del Cile, quel giorno, con un colpo di Stato, le forze armate guidate da Augusto Pinochet rovesciarono il governo di Unidad Popular del socialista Salvador Allende, che morì durante l’assedio al palazzo presidenziale della Moneda. Le sue ultime parole, attraverso Radio Magallanes, furono per i lavoratori cileni: “Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi. Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!”. La giunta militare instaurò un regime dittatoriale che restò al potere per 17 anni. Il regime di Pinochet lasciò una dolorosa traccia di sangue con omicidi e deportazioni di massa: circa diecimila cileni torturati, moltissimi “desaparecidos”, centinaia di migliaia di persone costrette all’esilio. La distruzione delle istituzioni democratiche fu veloce e capillare. A tutto si sostituì il dominio militare. Quegli avvenimenti, come la storia si incaricherà di dimostrare, non lasciarono estranei gli Stati Uniti. Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”, ammise senza giri di parole Henry Kissinger, il potentissimo segretario di stato americano dell’era di Richard Nixon. L’appoggio americano ai golpisti rientrava in una più vasta strategia di contrasto– denominata operazione Condor -verso quei paesi sudamericani indirizzati ad una “deriva marxista”: Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Perù, Uruguay e, appunto, Cile. Gli avvenimenti cileni del settembre ’73, con la loro scia di sangue e terrore, ebbero una vasta eco in tutto il mondo e particolarmente in Italia. L’allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer, ben sapendo quanto fosse diverso il Cile dall’Italia, ne trasse comunque spunti e suggestioni per un discorso di più ampia portata che portò all’elaborazione della teoria del “compromesso storico”. In un lungo saggio dal titolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile (pubblicato in tre parti su Rinascita, il settimanale del Pci, il 28 settembre e poi il 5 e 12 ottobre 1973) , Berlinguer tratteggiò la strada che doveva portare all’intesa tra le tre componenti della storia popolare e sociale del Paese: la cattolica, la socialista e quella comunista. Un progetto che finì, qualche anno dopo, con il rapimento e la morte di Aldo Moro. Dunque, sono passati quarantasei anni esatti da quella che è stata, per la mia generazione, una ferita aperta. Siamo cresciuti in quegli anni ascoltando e cantando i motivi della Nueva Canción chilena, il movimento culturale e artistico che sostenne con forza il governo di Salvador Allende, allorché nel 1970 venne eletto presidente del Cile. Víctor Jara (dopo averlo ucciso allo stadio di Santiago, i militari cileni non solo proibirono la vendita dei suoi dischi, ma ordinarono la distruzione delle matrici), Violeta Parra, i Quilapayún, gli Inti-illimani sono stati i simboli della musica sudamericana di quel periodo. Così come le poesie di Pablo Neruda (che morì due settimane dopo il golpe), i testi e le melodie della musica andina hanno lasciato un segno profondo. L’attualità del loro messaggio resta inalterata. Sebbene la musica non cambi la storia, un verso, una frase, può lasciare un segno profondo nel cuore di tutti, aiutando in questo caso a non dimenticare quell’11 settembre del 1973 e l’esempio di Salvador Allende.

Marco Travaglini

Srebrenica, venticinque anni dopo il genocidio

in Dall Italia e dal Mondo/ECONOMIA E SOCIETA'

L’11 luglio di venticinque anni fa, nella calda estate del 1995, nel cuore del Balcani sconvolti dalla guerra cadde Srebrenica e iniziò l’ultimo massacro del ‘900 in Europa. In quella cittadina tra le montagne della Bosnia nord-orientale, enclave musulmana a pochi chilometri dalla Drina, oltre diecimila musulmani bosniaci maschi, tra i 12 e i 76 anni,vennero catturati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi. Fu un genocidio, riconosciuto tale dal Tribunale internazionale per i criminini nella ex-Jugoslavia dell’Aja. Vogliamo ricordare quel dramma atroce con il racconto di un viaggio della memoria a Srebrenica con un gruppo di studenti piemontesi. L’autore, il nostro collaboratore Marco Travaglini, è da sempre un attento osservatore delle questioni balcaniche alle quali ha dedicato molti articoli e i libri “Bruciami l’anima” e “Bosnia, l’Europa di mezzo.Viaggio tra guerra e pace,tra Oriente e Occidente”.

 

Un giorno a Srebrenica

di Marco Travaglini

La strada da Tuzla a Srebrenica è tutta a curve e tornanti e si snoda, per la maggior parte, nel territorio  della Republika Srpska. Oltrepassata  la periferia urbana di Tuzla, all’improvviso il paesaggio cambia. C’è molto verde, con boschi e prati. S’attraversano piccole borgate contadine con i segni del conflitto ancora evidenti sui muri delle case. S’avverte la povertà tra i panni stesi, i mucchi di letame secco e  le stoppie. Unica presenza quasi continua, di là dal ciglio della strada, sono le lapidi di irregolari  cimiteri. Le indicazioni stradali sono in cirillico. Da tanti anni, in questo angolo di Balcani, non si spara e non si muore  più, se non ci si avventura sconsideratamente tra i boschi ancora infestati dalle mine , ma la cappa di diffidenze, rancori e  odio resta appiccicata nell’animo delle persone. Del resto è difficile perdonare ciò che appare imperdonabile nel fondo delle coscienze di chi ha subito i torti e le violenze peggiori . Le distanze assumono una dimensione concreta, fisica se si pensa a quella mostruosità d’ingegneria istituzionale  rappresentata da una confederazione di due repubbliche basata sulle differenze etnico-religiose: da un lato la Federazione di Bosnia Erzegovina a maggioranza croato-bosniaca e di religione musulmana, dall’altro la Repubblica Srpska ( per alcuni “la piccola Serbia” di Bosnia) di religione ortodossa. Due mondi che faticano a comunicare, quando non si guardano in cagnesco. Due realtà separate, come ho letto in un reportage sul portale ecologista “Terra News”, “da una linea invisibile lunga più di mille chilometri. Non è mai segnalata, eppure ha un nome ben preciso: si chiama Ielb, Inter-entity boundary line, e ricalca più o meno fedelmente il fronte di guerra del 1995. Da quel momento in poi, il confine tra i due stati confederati non ha più avuto alcun bisogno di essere indicato. Tanto lo conoscono tutti: è rimasto scolpito in ogni ruga, in ogni memoria. La Ielb è la stessa linea che quel maledetto 11 luglio del 1995 i bosniaci in fuga cercarono disperatamente di raggiungere, passando per i boschi”. Dall’altro lato c’erano i luoghi che ci siamo lasciati alle spalle: il territorio libero di Tuzla, controllato dall’armata repubblicana bosgnacca, e quindi la salvezza. Per migliaia restò un miraggio e furono uccisi sul percorso della “marcia della morte” dalle truppe paramilitari serbe sguinzagliate sulle loro tracce dal generale Ratko Mladić, il boia condannato all’ergastolo dal Tribunale internazionale dell’Aja insieme all’altro criminale di guerra, Radovan Karadžić. Di lui si ricordano frasi agghiaccianti come “le frontiere sono sempre state tracciate col sangue e le nazioni delimitate dalle tombe”. Nell’ordinare la strage di Srebrenica Mladić raccomandò ai propri uomini di uccidere solo gli uomini perché “le loro donne devono vivere per soffrire”. Sono gli stessi uomini, ragazzi e vecchi i cui nomi sono impressi nell’enorme lapide di pietra che circonda la grande pagoda del Memoriale di Potočari . E’ lì che stiamo andando. Il pullman ci mette quasi tre ore a coprire una distanza di circa cento chilometri. I ragazzi chiacchierano, ridono, scherzano. Alcuni sono assorti nell’ascolto dell’iPod. Qualcuno dorme.  Arriviamo a Potočari e lasciamo il pullman a qualche centinaio di metri dal memoriale. Sono da poco passate le undici del mattino e fa molto caldo. Tra le file delle  steli bianche e verdi delle lapidi s’aggirano anziane donne. Camminano sotto il sole, ognuna  con la sua  bottiglietta d’acqua in mano. Si rimane sbalorditi dal senso di pace e dal silenzio. S’avverte appena il brusio, sommesso, della preghiera di un gruppo di musulmani raccolti con il loro mullah sotto la grande cupola della moschea all’aperto. La visita prosegue con l’intervento dei rappresentanti della municipalità di Srebrenica e la posa di una corona d’alloro del Consiglio regionale ai piedi della  lapide  con inciso 8372″. E’ il numero delle vittime, che corrisponde a quello ipotizzato quando venne aperto il memoriale. In realtà la cifra più attendibile è di oltre diecimila morti. Terminata la cerimonia si attraversa la strada per visitare l’ex-fabbrica delle batterie che fu la  base dei caschi blu dell’ONU, luogo dove si consumò la pulizia etnica nei giorni della vergogna. Il contrasto è netto. Se fuori fa caldo e la luce è accecante, dentro fa freddo ed è semibuio. La fabbrica, pur mantenendo gli ambienti originali con i grandi capannoni,  è diventata un museo. Sui muri ci sono le fotografie dell’assedio di Srebrenica, dei militari, delle fosse comuni. Alcuni pannelli raccontano  le storie di alcune delle vittime e accanto, dentro delle teche di vetro illuminate, ci sono gli oggetti personali che sono stati trovati accanto ai loro corpi. Ciò che resta di un orologio, un pacchetto di sigarette, un anello, un piccolo quaderno. Oggetti semplici, quotidiani, che fanno parte delle storie semplici di vite spezzate. Sui muri ci sono ancora le scritte e i disegni osceni dei militari olandesi. Gli stessi che avevano il compito di proteggere gli sfollati e non alzarono un dito. Ci sono anche due video. Il primo mostra quello stesso cortile nel primo pomeriggio dell’11 luglio 1995. È ingombro di automezzi  carichi di anziani, donne e bambini attorniati da paramilitari serbi e caschi blu olandesi. Le donne vengono separate dagli uomini con la collaborazione degli stessi caschi blu, forse impauriti da una possibile reazione. Poi i maschi spariscono per sempre nei boschi e le donne vengono selezionate: quelle più giovani sono portate all’interno, dove tuttora è intatta la ‘infertivno dom’, la stanza dell’inseminazione, corredata dalle scritte che sui muri celebrano orari e protagonisti di ogni stupro. Viene voglia di voltare lo sguardo ma gli occhi rimangono incollati alle immagini. Quelle donne, ferite e coraggiose,  sono le stesse donne che da tanti anni aspettano di ritrovare il corpo dei loro cari, ostinandosi a visionare ogni reperto trovato e effettuare gli esami del dna. E’ grazie a loro se tutto ciò oggi può essere raccontato. Al loro  dramma il Tribunale dell’Aja non ha mai riconosciuto un indennizzo di guerra poiché quel genocidio, si è detto, fu opera di singoli e non del governo serbo. Ed eccoli, nel filmato del documentario,i “singoli”: dagli “Scorpioni”, truppe paramilitari d’assalto, alle milizie di Mladić, il “boia di Srebrenica”. Si filmano da soli, in preda a un delirio di onnipotenza,  per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosnacchi disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alle frasche, gli sparano. Nel filmato si comprende bene la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere così allo stress di una mattanza. In questo caso di un genocidio. E’ una richiesta allucinante: “abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”. Le immagini scorrono, incollando gli sguardi allo schermo. Il silenzio si fa ancora più assordante. Di tanto in tanto un rumore metallico ( basta appoggiarsi  o inciampare in qualche struttura per provocarlo e  amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento) lo  spezza , facendo sobbalzare i ragazzi. L’atmosfera è pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliesi. Non sono pochi quelli che, pur cercando in qualche modo  di mascherarlo, non reggono allo stress emotivo e piangono. In fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi  da  queste immagini che non sono tratte da un film ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Mi sembra di udire la voce profonda e un po’ rauca  di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta “Memorie di una testa tagliata”. Parole che fanno riflettere a Srebrenica. “Chi è che sa di che siamo capaci tutti,vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui…Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”. Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alle pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna nulla nonostante ci offra un’infinità di cose sulle quali riflettere. Quando si esce dai capannoni  sotto il sole caldo e accecante sono quasi le tredici. E’ come s’uscisse da una tomba. Gli sguardi sono persi, attoniti, provati. I ragazzi salgono sul pullman ammutoliti. Difficilmente dimenticheranno ciò che hanno visto. Si  passa veloci dal centro di Srebrenica, si svolta e si torna indietro, costeggiando il grande cimitero dove ci sono ancora moltissime tombe provvisorie. Secondo i precetti musulmani, le steli  di legno verde devono anticipare di un anno la lapide definitiva in marmo bianco. Ma sopra ognuno di quei legni verdi,  c’è un nome e un cognome. E ci sarà qualcuno che, finalmente,  potrà ritrovarsi lì per piangere un padre, un marito o un figlio. Ci si lascia alle spalle, silenziosi, il cuore della memoria rimossa dell’Europa, mentre il sole s’avvia con una  lentezza esasperante verso il tramonto a ovest. Nella stessa nostra direzione. C’è chi fa notare che , a poche centinaia di chilometri , oltre l’Adriatico, c’è l’Italia. Non troppo lontana e ugualmente europea , anche se pare un altro mondo.

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