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CULTURA E SPETTACOLI - page 312

Tutti i film nelle sale di Torino

in CULTURA E SPETTACOLI

film cinemaLE TRAME DEI FILM

A cura di Elio Rabbione

 

Attacco al potere 2 – Azione. Regia di Babak Najafi con Gerald Butler, Aaron Eckhart e Angela Bassett. Mentre il capo della sicurezza personale del Presidente americano decide di dare le proprie dimissioni visto che sta per diventare padre, il premier britannico muore all’improvviso. Con il convergere a Londra dei più importanti capi di stato, l’Internazionale Terroristica di radice islamica ha programmato un attentato. All’insegna sfrontata del “déjà vu”, con Gerald Butler produttore e protagonista in vena di sparacchiate e imprese eroiche negate con un po’ di naturale giudizio a ogni altro essere umano. Consigliatissimo agli amanti del genere. Durata 99 minuti. (Massaua, The Space, Uci)

 

film cesare2Ave, Cesare! – Commedia nera. Regia di Ethan e Joel Coen, con George Clooney, Josh Brolin, Scarlett Johansson e Ralph Finnies. Nella Hollywood degli anni Cinquanta, per conto dei grandi studios giorno e notte si muove Eddie Mannix a proteggere tutti quegli attori che per un motivo o per l’altro egli debba nascondere agli occhi dei divoratori di gossip: il caso più appetitoso e pericoloso diventa il rapimento di un imbranatissimo attore chiamato a ricoprire il ruolo di centurione in un film su Gesù. Durata 106 minuti. (Ambrosio sala 3, Centrale v.o., Due Giardini sala Ombrerosse, F.lli Marx sala Groucho, Reposi, Romano sala 1, The Space, Uci)

 FILM BROOKLIN

Brooklyn – Drammatico. Regia di John Crowley, con Saoirse Ronan, Emory Cohen e Domhnall Gleeson. All’inizio degli anni Cinquanta, Eilis lascia la propria terra, l’Irlanda, per andare in cerca di fortuna a New York, dove conosce la nostalgia e l’amore di un giovane italoamericano. Quando sarà costretta a tornare nel proprio paese dopo la morte della sorella, riconoscerà gli affetti per i luoghi e le persone con cui era vissuta e allora sarà difficile prendere la decisione se restare o ripartire per sempre. Dal romanzo di Colm Toìbin, la sceneggiatura e firmata da Nick Nornby. Durata 113 minuti. (Ambrosio sala 2, Classico, F.lli Marx sala Harpo)

 

Il caso Spotlight – Drammatico. Regia di Thomas McCarthy, con Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Michael Keaton e Lev Schreiber. Una serie d’articoli, un’inchiesta e un premio Pulitzer per un gruppo di giornalisti del “Globe” di Boston – a seguito dell’arrivo di un nuovo direttore, Marty Baron, pronto ad affrontare tematiche importanti e certo non comode – che tra il 2001 e il 2002 misero allo scoperto, dopo i tanti tentativi di insabbiamento da parte del clero e in primis delle alte gerarchie ecclesiastiche, i casi di pedofilia consumatisi in quella città e non soltanto. Oscar per il miglior film. Assolutamente consigliato. Durata 128 minuti. (Eliseo rosso, F.lli Marx sala Chico, Romano sala 3, Uci)

 

FILM CORTELa corte – Comedia. Regia di Christian Vincent, con Fabrice Luchini e Sidse Babett Knudsen. Xavier Racine è definito il giudice “a due cifre” poiché non condanna mai a meno di dieci anni di reclusione. E’ chiamato a presiedere in tribunale un processo contro un uomo accusato di aver ucciso la figlia di sei mesi: è lì che rivede tra i giudici popolari Ditte, un’anestesista di origini danesi conosciuta anni prima. Miglior sceneggiatura e Coppa Volpi per l’interpretazione maschile alla Mostra di Venezia. Durata 98 minuti. (Centrale v.o., Eliseo blu, Massimo 1)

 

Deadpool – Fantasy. Regia di Tim Miller, con Ryan Reynolds. Tratto dal fumetto della Marvel Comics. Niente a che fare con l’eroe tradizionale, l’opposto del politicamente corretto, umorismo e parolacce, il tutto condito da una buona dose di cinismo. Un B-Movie che negli States è un grande successo ai botteghini nonostante il suo divieto ai minori. Durata 107 minuti. (Ideal, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

 

Forever young – Commedia. Regia di Fausto Brizzi, con Sabrina Ferilli, Fabrizio Bentivoglio, Teo Teocoli e Lillo. Un gruppo di amici “finti giovani” nell’Italia di oggi che non voglioni invecchiare, dall’avvocato che non rinuncia alla maratona nonostante i problemi di cuore all’estetista divorziata che si ritrova coinvolta in una relazione con Luca, di vent’anni più giovane, da Diego dj ultracinquantenne che deve combattere con un agguerrito rivale a Giorgio, anche lui ha superato i cinquanta, fidanzato con una ventenne ma pronto a tradirla con una donna della sua età. Durata 95 minuti. (Greenwich sala 3, Ideal, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

 
Fuocoammare – Documentario. Regia di Gianfranco Rosi. Gli sbarchi di Lampedusa visti con gli occhi del dodicenne Samuele. Orso d’oro al FilmFest di Berlino. Durata 107 minuti. (F.lli Marx sala Chico, Massimo 2)
 
Lo chiamavano Jeeg Robot – Fantasy. Regia di Gabriele Mainetti, con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Enzo è un ladruncolo romano che vive di espedienti. Una sera, inseguito dalla polizia, nelle acque del Tevere viene a contatto con un materiale radioattivo che gli conferisce sconosciuti ultrapoteri. Ad Alessia, appassionata di fumetti, piacerà considerarlo come un eroe dei suoi prediletti Manga nella lotta al male sempre in agguato, che questa volta ha le sembianze allucinate dello Zingaro. Opera prima. Durata 112 minuti. (Massimo 2, Reposi)
 
Kung Fu Panda 3 – Animazione. Regia di Jennifer Yuh Nelson e Alessandro Carloni. Po e suo padre raggiungono il paradiso segreto dei panda, facendo la conoscenza di nuovi personaggi. Ma il super-cattivo Kai minaccia e sconfigge tutti i maestri di kung fu. Dovrà essere Po a prendere in mano la disastrosa situazione e a passare al contrattacco. Durata 95 minuti. (Ideal, Lux sala 2, Massaua, Reposi, The Space, Uci)
 
Pedro galletto coraggioso – Animazione. Regia di Gabriel Riva Palacio Alatriste. Il sogno di Pedro, sin da quando era pulcino, è quello di battersi con un grande campione, Sylvester Pollone. Ma bisogna anche salvare la fattoria in cui vive dal disastro economico. Durata 98 minuti. (Uci)
FILM PERFETTI 

Perfetti sconosciuti – Commedia. Regia di Paolo Genovese, con Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Kasia Smutniak, Alba Rohrwacher. Una cena tra amici, l’appuntamento è per un’eclisse di luna, la padrona di casa decide di mettere tutti i cellulari sul tavolo e di rispondere a telefonate e sms senza che nessuno nasconda qualcosa a nessuno. Un gioco pericoloso, di inevitabili confessioni, che verrebbe a sconquassare le vite che ognuno di noi possiede, quella pubblica, quella privata e, soprattutto, quella segreta. Alla fine della serata, torneranno ancora i conti come quando ci siamo messi a tavola? Durata 97 minuti. (Eliseo sala grande, Ideal, Lux sala 3, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

Revenant – Avventuroso/drammatico. Regia di Alejandro Gonzales Iňàrritu, con Leonardo Di Caprio e Tom Hardy. Tratto da una storia vera. L’America dei grandi paesaggi e delle pianure sterminate, i pionieri alla ricerca di nuovi confini e delle pelli degli orsi. Uno di questi, Hugh Glass, nel 1823, viene attaccato da un grizzly mentre i suoi compagni lo abbandonano senza armi né cibo: il perfido Fitzgerald (Tom Hardy) gli uccide il figlio che ha avuto da una donna indiana. Di qui la sete di vendetta del protagonista, le imboscate, le uccisioni, gli stenti superati. Di Caprio, finalmente, in odore di Oscar, dopo essersi di recente già assicurato il Globe. Durata 156 minuti. (Greenwich sala 1)

 

Risorto – Risen – Storico. Regia di Kevin Reynolds, con Joseph Fiennes e Tom Felton. Il tribuno militare Clavio è incaricato da Pilato di condurre a morte quel Yeshua che si proclama re dei Giusei, poi di far luce sulla sparizione del corpo del condannato dopo che è stato deposto nella tomba. Forse quegli accadimenti avranno il potere di mettere Clavio nel dubbio e di spingerlo al cambiamento della propria vita. Il medesimo soggetto dell’”Inchiesta” di Damiani, a metà degli anni Ottanta. Durata 107 minuti. (Massaua, The Space, Uci)

 

ROOM FILMRoom – Drammatico. Regia di Lenny Abrahamson con Brie Larson. Jacob Tremblay e William H. Macy. Tratto dal libro di Emma Donoghue (anche sceneggiatrice) incentrato sulla recente storia dell’austriaco Josef Fritzl, condannato al carcere a vita, è la storia di Ma’ e Jack, madre e figlio segregate per anni in una stanza, senza alcun contatto con il mondo esterno. Una vita sotterranea, che Ma’ ha cercato d’inventare giorno dopo giorno, tra affetti e protezione. Un giorno gli rivelerà che al di là di quelle pareti esiste la vita, quella vera. Premio Oscar alla Larson come migliore interprete femminile. Durata 118 minuti. (Nazionale 2)

 

Suffragette – Drammatico. Regia di Sarah Gavron con Carey Mulligan, Helena Bonham Carter e Meryl Streep. Nella Londra di inizio Novecento, sono gli anni della Women’s Social and Political Union, la giovane Maud, fin da bambina al lavoro in una lavanderia, vittima di maltrattamenti e abusi, trovandosi un giorno a perorare la giusta causa dinanzi a Lloyd George in persona, prende coscienza della reale situazione in cui versano le donne e partecipa a scioperi e boicottaggi. Manganellate e arresti, nonché l’allontanamento dalla figlia che un marito insensibile e prepotente darà in adozione ad una coppia, non la distolgono dalla certezza di essere sulla strada giusta. Durata 106 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 2)

 danish film

The Danish girl – Biografico. Regia di Tom Hooper, con Eddie Redmayne e Alicia Vikander. Einar Wegener fu un pittore paesaggista nella Copenhagen degli anni Venti, felicemente sposato a Gerda, pure essa pittrice. Un giorno posa per la moglie, sostituendo la modella e andando incontro a una seconda vita nelle vesti di Lili Elbe. L’amore di una coppia, una donna che guiderà il marito alla scoperta della sua autentica identità sessuale. Wegener sarà il primo uomo a tentare un’operazione per il cambio di sesso. Alla Wikander l’Oscar quale migliore attrice non protagonista: mentre personalmente mi chiedo se in maniera doverosa l’Academy non dovesse bissare l’eccezionale bravura di Redmayne e lasciare ancora una volta Di Caprio, benché professionalmente ineccepibile, a mani vuote. Durata 120 minuti. (Greenwich sala 3, Reposi)

 

The divergent series: Allegiant – Fantascienza. Regia di Robert Schwentke, con Theo James e Shailene Woodley. Terzo capitolo della saga in una Chicago da incubo e postapocalittica. Tobias e Beatrice si avventurano in una parte di mondo a loro sconosciuta, dove molti segreti restano ancora da decifrare e dove sono presi in custodia da un misterioso Dipartimento di Sanità Genetica. In attesa del capitolo finale, “Ascendant”, previsto per l’aprile del prossimo anno. Durata 110 minuti. (Ideal, Lux sala 1, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

 

HATEFUL FILMThe hateful eight – Western. Regia di Quentin Tarantino, con Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth. All’indomani della Guerra di Secessione, tra le montagne del Wyoming, una tempesta di neve blocca in una stazione di posta una diligenza e nove persone, un cacciatore di taglie con la sua prigioniera da condurre alla forca ed un collega di colore un tempo arruolato a servire la causa dell’Unione, un generale sudista, un boia e un cowboy, un messicano e il conduttore della diligenza, il nuovo sceriffo di Red Rock. Tensioni claustrofobiche mentre qualcuno non è chi dice di essere, sino alla violenza finale. Musiche di Ennio Morricone, vincitore del Globe e dell’Oscar. Durata 180 minuti. (Greenwich sala 2)

 

Tiramisù – Commedia. Regia di Fabio De Luigi, con Vittoria Puccini, Fabio De Luigi e Angelo Duro. Antonio è un grigio informatore medico che giorno dopo giorno tenta di vendere i propri prodotti senza un minimo di verve e di immaginazione. Vicino a lui l’amico idealista, il cognato che non bada a nulla pur di far la bella vita e una moglie paziente e rassegnata (ma non troppo) che prepara ottimi tiramisù per le public relations del consorte. Opera prima. Durata 95 minuti. (Uci)

FILM TRUTH 

Truth – Il prezzo della verità – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Robert Redford, Cate Blanchett e Bruce Greenwood. Ancora un film di denuncia, come “Spotlight”, ancora un film a salvaguardare la voglia a raddrizzare i torti da parte di certo giornalismo americano. Mary Maper è la produttrice del programma “Sixty Minutes” per la Cbs e al suo fianco ha il celebre anchorman Dan Rather: insieme metteranno allo scoperto il passato di George W. Bush, allora (siamo nel 2005) presidente Usa, colpevole di essersi “rifugiato” anni prima nella Guardia Nazionale al fine di evitare la guerra in Vietnam. Bush venne rieletto e l’indagine, forse condotta in maniera non troppo approfondita, fece colare a picco chi l’aveva voluta e seguita. Durata 121 minuti. (Ambrosio sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Weekend – Drammatico. Regia di Andrew Haigh, con Tom Cullen e Chris New. Un film datato 2011, precedente al successo di “45 anni”. Due trentenni, omosessuali, si conoscono in un locale di Nottingham e, fisicamente attratti l’uno dall’altro, passano la notte insieme. Un rapporto occasionale si trasforma in qualcosa di più profondo, sebbene esistano caratteri diversi, un diverso modo di intendere il rapporto con la propria omosessualità e la certezza che uno dei due dovrà partire di lì a pochi giorni per gli Stati Uniti e restarvi per un paio d’anni. Durata 97 minuti. (Nazionale 1)

Zootropolis – Animazione. Regia di Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush. Le avventure della coniglietta Judy nella capitale del mondo animale, nelle vesti di fresca poliziotta. Con la volpe Nick, fino a quel momento disposta a campare di espedienti, dovrà affrontare chi ha sequestrato i 14 animali che tutta la città sta cercando. Durata 108 minuti. (Ideal, Lux sala 1, Massaua, Reposi, The Space, Uci)

 

Buon compleanno Museo! Cinque anni dal nuovo "restyling"

in CULTURA E SPETTACOLI

Per festeggiare i 5 anni del nuovo Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, venerdì 18 marzo 2016 alle ore 16.15 ingresso e visita guidata gratuita all’esposizione museale. Sabato 19 marzo apertura straordinaria fino alle ore 22.30 con ingresso a prezzo ridotto per tutto il giorno. In programma anche due visite guidate alle ore 15.30 e 18.30 e l’accoglienza dei giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù della diocesi di Torino

FOTOSERVIZIO: IL TORINESE

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Venerdì 18 e sabato 19 marzo 2016  il nuovo Museo Nazionale del Risorgimento Italiano festeggia cinque anni dalla sua riapertura e organizza per il pubblico diverse iniziative. Venerdì 18 marzo alle ore 16.15 verrà gratuitamente offerto al pubblico l’ingresso e la visita guidata “I fili della storia: caratteristiche, idee, innovazione del percorso museale inaugurato il 18 marzo 2011”. I visitatori saranno così accompagnati a riscoprire ed ammirare il nuovo allestimento che valorizzando ancor di più la propria collezione ha trasformato il Museo del Risorgimento in un polo d’eccellenza del sistema risorgimento4culturale torinese.Per tutta la giornata, dalle ore 10 alle ore 16.15, varranno le consuete tariffe. Sabato 19 marzo il Museo sarà straordinariamente aperto dalle ore 10 fino alle ore 22.30 e per tutto il giorno offrirà l’ingresso a prezzo ridotto a soli 5 euro. Alle ore 15.30 e alle ore 18.30 verrà riproposta la visita guidata “I fili della storia: caratteristiche, idee, innovazione del percorso museale inaugurato il 18 marzo 2011”, al costo di 4 euro a persona da aggiungersi al prezzo del biglietto ridotto per un totale di 9 euro. Da vistare anche la mostra “Torino e la Grande guerra 1915-1918”, allestita nel corridoio monumentale della Camera dei deputati  italiana, che attraverso fotografie, tempere, manifesti, giornali e cartelloni pubblicitari racconta la risorgimento museo 3risorgimento museoprima guerra mondiale vista da Torino. L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Archivio Storico della Città di Torino, descrive in particolare la propaganda bellica e l’assistenza umanitaria  ai profughi e alle famiglie in difficoltà che la città seppe organizzare in quegli anni. Sempre sabato 19 marzo, alle ore 21 faranno tappa al Museo i giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù della Diocesi di Torino, che avrà come tema “Non passare oltre!” ricordando l’invito rivolto da papa Francesco all’apertura del Giubileo. L’evento ospitato si intitolerà “L’Italia, l’Europa, il creato: a quali responsabilità chiama la Misericordia?”. L’accoglienza dei giovani della GMG diocesana in occasione del quinto anniversario conferma quella che è la mission del Museo Nazionale del Risorgimento: da una parte la conservazione e l’esposizione della memoria collettiva della nazione; dall’altra la funzione educativa, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

Tutte le informazioni sul Museo sul sito www.museorisorgimentotorino.it

Una storia che continua     

risorgimento5Inaugurato il 18 marzo del 2011 in occasione delle celebrazioni per il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, in questi primi cinque anni il nuovo allestimento del Museo è stato visitato da circa 850.000 persone, con una media di 170.000 visitatori all’anno: numeri che lo collocano tra i musei più visitati in Piemonte e tra i primi 50 in Italia. Fondato nel 1878, è il più antico e noto museo di storia patria italiana, l’unico che abbia la qualifica di “nazionale” per la sua importanza, ricchezza e rappresentatività delle collezioni. Dal 1938 è ospitato a Palazzo Carignano e nel suo percorso comprende le due aule parlamentari autentiche ivi esistenti: la Camera del Parlamento Subalpino, l’unica in Europa tra quelle nate dalle costituzioni del 1848 ad essere sopravvissuta integra, monumento nazionale dal 1898, e la grandiosa aula destinata alla Camera del Parlamento del Regno d’Italia, con le volte affrescate da Francesco Gonin, costruita tra il 1864 e il 1871.

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Il Museo possiede un patrimonio di oltre 54.034 opere conservate, una biblioteca specializzata conosciuta in tutto il mondo con 168.920 libri e opuscoli e con 1.916 testate di periodici del XIX secolo, un archivio storico con 220.000 documenti, un gabinetto iconografico con 46.625 stampe e incisioni dal XVI al XX secolo. Il nuovo allestimento, esponendo 2.579 oggetti in 30 sale su 3.500 mq di superficie a pavimento e 5.300 mq a parete, è realizzato con contenuti, percorsi, tecniche espositive e di comunicazione tutti rinnovati. L’evoluzione è stata completa anche sul piano scientifico edrisorgimrnto3 interpretativo. Sono stati aggiunti tre aspetti essenziali: poiché questo è il Museo della Nazione, ne è stata rafforzata la dimensione italiana, sia dal punto di vista geografico, sia di tutte le anime e le forze in campo nel Risorgimento, vincitori e vinti. E’ poi aumentata la presenza della storia delle istituzioni, della società, della cultura, dell’arte, della tecnica, della mentalità, rispetto alla precedente esclusiva storia politica, militare e diplomatica. Ed infine è stata aggiunta ex-novo l’Europa: questo è l’unico museo di storia in Italia e uno dei pochissimi in tutto il continente a raccontare le vicende in una comparazione europea. All’esposizione museale si aggiungono tre suggestivi saloni destinati all’ospitalità di eventi e appuntamenti di grande pregio: in cinque anni ne sono stati organizzati duecento. Dal 2011 il Museo Nazionale del Risorgimento ha inoltre incrementato il suo patrimonio grazie a un notevole sviluppo delle donazioni, che sono state circa 900. Un numero davvero significativo che dimostra la grande notorietà del Museo.

RISORGIMENTO GARIBALDIRISORGIMENTO CAVOUR CARROZZARISORGIMENTO CAVOUR

L’antifascismo di Piero Chiara e il racconto del "povero Turati”

in CULTURA E SPETTACOLI

L’Italia, alla metà degli anni ‘30, era ormai sotto la dittatura fascista e il narratore luinese, da tempo, per il suo spirito aperto e liberale, aveva fama di antifascista e , accusato di essere un “mormoratore”, subì intimidazioni e vessazioni , al punto da essere deferito alla commissione per il confinoed espulso dal Partito, cui era stato iscritto d’autorità in quanto dipendente statale, con grave pregiudizio per la sua carriera

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Piero Chiara fu un atipico antifascista. Un “liberale storico”, in campo ideologico come in quello politico, con una spiccata vena anticlericale. Nei suoi racconti, spesso ambientati negli anni del ventennio, a cavallo tra le due guerre mondiali, Chiara narra un antifascismo pigro e colto; anche in questo rappresenta un mondo a parte all’interno della letteratura italiana che, spesso, ha privilegiato l’antifascismo militante. Prima di approdare alla narrativa, diventando un maestro “della misura breve”, Chiara aveva lavorato nell’amministrazione della Giustizia , come aiutante di cancelleria, assegnato nel 1932 alla pretura di Pontebba e successivamente ad Aidùssina, al confine iugoslavo, a Cividale del Friuli e infine alla pretura di Varese. L’Italia, alla metà degli anni ‘30, era ormai sotto la dittatura fascista e il narratore luinese, da tempo, per il suo spirito aperto e liberale, aveva fama di antifascista e , accusato di essere un chiara1“mormoratore”, subì intimidazioni e vessazioni , al punto da essere deferito alla commissione per il confinoed espulso dal Partito, cui era stato iscritto d’autorità in quanto dipendente statale, con grave pregiudizio per la sua carriera. Venne infatti “congelato nel grado e nello stipendio”. Si prese però la sua rivincita il 26 luglio 1943, alla caduta del fascismo, quando staccò dai muri del tribunale di Varese i ritratti del duce e li radunò nella gabbia degli imputati, esponendoli al ludibrio. Dopo l’8 settembre a trattenerlo dall’espatrio fu il timore di lasciare soli gli anziani genitori. Così descrisse quei giorni: “ L8 settembre ha sorpreso me come tutti i varesini di allora, in una giornata bellissima di autunno. Ero seduto al caffè e vedevo arrivare degli autocarri militari: chiedevano a noi la strada per la Svizzera. Era una fuga: l’esercito italiano si stava dissolvendo. Venivano mandati a Ponte Tresa, Laveno, Gaggiolo e molti di questi militari trovarono rifugio sul monte San Martino.Mi toccò vedere da Luino le bombe che cadevano sulla vetta del San Martino e polverizzavano l’antica, millenaria chiesetta e snidavano quegli eroici soldati che si erano lasciati assediare sulla cima del monte. Una buona parte riuscì a penetrare in Svizzera: fu la prima colonna che si inoltrò nella nazione neutrale, seguiti da borghesi, in gran parte israeliti, politici, antifascisti e militari sbandati”. Qualche mese dopo, il 23 gennaio 1944, per sottrarsi a un ordine di arresto emesso tre giorni prima dal Tribunale speciale provinciale di Varese “per atti di ostilità verso il Partito Fascista Repubblicano”, è costretto ad attraversare clandestinamente il confine e cercare riparo in Svizzera. Quel giorno si presentò alle autorità di Lugano, che avviarono le pratiche per riconoscergli lo stato di rifugiato politico. Dal verbale di interrogatorio, redatto in francese, risultaronochiara2 quelle le “colpe” di cui si era macchiato. Nel verbale, infatti, Piero Chiara, dopo aver dichiarato di avere sempre nutrito sentimenti antifascisti, affermava, tra le altre cose, che dopo la caduta del fascismo si era impegnato, in quanto cancelliere, a “far sparire dal Tribunale di Giustizia di Varese tutti i ritratti di Mussolini” e di aver preso posizione contro “il giudice Michele Poddighe, membro del Tribunale fascista provinciale”. Pochi giorni dopo, grazie all’intervento del vescovo di Lugano, Chiara venne accettato come rifugiato dalla Confederazione. Ai primi di febbraio fu trasferito a Lugano e, successivamente, nel campo di Büsserach, nella Svizzera tedesca e ancora, a marzo, in quello di Tramelan, nella Svizzera francese: e fu lì che lo raggiunse la notizia della condanna, comminatagli in contumacia dal  Tribunale speciale di Varese, a 15 anni di reclusione, “per aver, in epoca successiva al 26 luglio 1943, messo il ritratto del Duce nella gabbia degli imputati del Tribunale di Varese, esponendolo alla berlina, derisione e furore popolare”. Nell’agosto del ‘44, riconosciuto colpevole di aver promosso uno sciopero dalle attività lavorative tra gli internati, venne assegnato al campo di punizione di Granges-Lens. Nel settembre, scontata la pena, passò nella casa per rifugiati di Loverciano, ma ottenuta la liberazione, nel febbraio 1945, andò a Zug, al Knaben-Institut Montana, a chiara4sostituire l’amico Giancarlo Vigorelli, come insegnante di lettere, fino alla fine dell’estate del 1945, quando fece  ritorno in Italia. Nonostante queste vicissitudini, coerentemente al suo carattere e allo stile della sua narrativa, l’avversione di Piero Chiara al fascismo e a ciò che rappresentò non si espresse mai in un’invettiva forte, diretta, quanto piuttosto in una sottile ironia , dissacratoria e con una vena persino comica. Un esempio illuminante lo si trova nel racconto Il povero Turati , uno dei ventitre racconti che compongono la raccolta “L’uovo al cianuro e altre storie”, scritti da Chiara fra il 1963 e il 1969, apparsi singolarmente in giornali o riviste e successivamente rielaborati come capitoli di un unico romanzo. Una storia in cui si narra di un’adunata nei pressi di Varese per ascoltare il discorso del gerarca AugustoTurati, segretario del Partito Nazionale Fascista in visita nel capoluogo. Una vicenda che ha inizio nel clima solenne dell’evento, con il folto pubblico assiepato lungo il pendio erboso del Monte Màrtica ( “montagna nuda e liscia come un ginocchio, all’inizio della Valganna”) e, in fondo, il palco per le autorità. Cosa accadde?  “Suonò una squilla e si fece silenzio su tutta la montagna. Era arrivato Turati. Il palco si animò e nel mezzo, isolato, con le mani appoggiate a un drappo di velluto nero, apparve il segretario del Partito. Alzò il braccio nel saluto romano e lo tenne in alto un paio di minuti. Subito scoppiarono le acclamazioni ripercosse dai monti circostanti”. Quando Turati era sul punto di iniziare il suo discorso, accadde un sorprendente imprevisto, che la felice penna di Chiara descrive così: “Si udirono improvvisamente delle grida sopra la nostra testa, proprio in vetta alla montagna. Un’anguria era sfuggita di tra le gambe di un camerata e scendeva a grandi balzi in un crescendo di velocità. Qualche coraggioso aveva tentato di fermarla o di deviarla gettandosi sulla sua strada, ma l’anguria era passata come una palla di cannone ed era ormai volata sopra di noi, sfiorando a tratti il terreno e diretta verso il palco. Un urlo la seguiva da tutta la montagna. […] Augusto Turati l’aveva vista. Allontanò il federale che voleva farli scudo col suo petto, e con le mani puntate sul piano dov’era steso il drappo nero, aspettò..Preso l’alzo sull’ultima balza del prato, l’anguria entrò come un tiro di rigore nel palco e andò a colpire nel mezzo la traversa superiore, proprio sopra la testa del segretario del Partito. Crollò un trofeo di bandiere, tremò tutta l’impalcatura, e una doccia di sugo scese sopra il gruppo delle autorità schierate in prima fila. Turati, che stava per riprendere la parola, ne ebbe la maggior parte; e subito si videro i fazzoletti bianchi del federale e del prefetto che lo asciugavano. Fu la prima scossa al regime, il primo colpo andato a segno; benché la stampa non lo registrasse e la storia solo oggi possa metterlo, se non tra i fatti decisivi, almeno tra i presagi sicuri”. Come si è lett
o, nessun’indulgenza all’invettiva ma un esercizio d’ironia pungente al punto da sfociare nello sberleffo sarcastico, senza sottacere un sottile ma fermo giudizio sul fascismo e  le sue esaltazioni di virilità  maschilista e militaresca.

Marco Travaglini

Fleurs de Musettes per la serata inaugurale del rinnovato Jazz Club

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Apollinaire e Aragon sono i poeti francesi i cui versi accompagneranno le note jazz di un concerto organizzato in collaborazione con l’Alliance Francaise di Torino

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Un quartetto inedito sarà l’anima della serata inaugurale, venerdì 18 marzo prossimo, del rinnovato Jazz Club di Torino, in piazzale Valdo Fusi. Alle 21.30 lo spettacolo musicale intitolato “Fleurs de Musettes” , nato dalla collaborazione tra il Jazz Club e l’Alliance Francaise di Torino, vuole celebrare con sonorità di ispirazione francese la riapertura di un locale che è ormai uno storico punto di riferimento non soltanto nazionale per gli amanti della musica jazz e swing, fondato nel 2009 da Gianni Basso e Fulvio Albano, a sua volta fondatore dei Festival jazzistici di Avigliana e Briancon. L’evento si iscrive nell’ambito della programmazione proposta a Torino dall’ Alliance Francaise in occasione delle celebrazioni internazionali promosse dal ministero della Cultura e della Comunicazione della Repubblica Francese, per la XIV settimana della lingua francese e della Francofonia, dal 12 al 20 marzo. La voce narrante della serata sarà Giorgia Cerruti della Piccola Compagnia della Magnolia, per la lettura di testi poetici, che scandiranno le tappe di un affascinante viaggio che, partendo dalla Parigi di inizio Novecento, approderà all’Italia del secondo dopoguerra. Si susseguiranno lo swing, i valzer Musettes tradizionali francesi, in accordo con gli accenti jazz del celeberrimo Django Reinhardt, capaci di raccontare il trascorrere del tempo, gli amori, la nostalgia, in un fluire musicale attraverso brani di Koger, Renard & Scotto, Bernie & Pinkard, Edith Piaf, Charles Trenet e Fred Buscaglione. A sospendere i ritmi swing e a introdurre il pubblico alle quattro epoche diverse, con le rispettive differenti atmosfere, saranno i versi di Guillaume Apollinaire di “Pont Mirabeau” e quelli di Louis Aragon, tratti da ” Tu n’en reviendras pas “, ” L’Affiche rouge” e ” Blues”. Il tema principale del ” Pont Mirabeau “, che fa parte della raccolta Alcools, scritta nel 1912, è il rapporto tra il fluire dell’acqua, così lento e stanco, e lo scorrere di un tempo senza ritorno. Su di esso padroneggiano gli sguardi eterni degli innamorati. È anche presente la figura del poeta, che si afferma contro lo scorrere dell’acqua. Da qui nasce l’importanza nella lirica del verbo “demeure”, letteralmente traducibile con “farsi casa”, di cui il traduttore Giorgio Caproni ha messo ben in luce la musicalità. Le poesie dello scrittore francese Louis Aragon, che aderì, insieme a alcuni membri del gruppo surrealista, al Partito Comunista francese, furono ispirate all’amore per la moglie Elsa Triolet, poetessa di origine russa.

Mara Martellotta

IL PROGRAMMA

Le Pont Mirabeau (Guillaume Apollinaire) – voce: Giorgia Cerruti
 
1        La Java bleue (valse, Koger, Renard & Scotto)
2        Chez Jacquet (valse, Django)
3        Sweet Giorgia Brown (swing, Bernie & Pinkard)
4        Minor Swing (Django & Grappelli)
5        Venez donc chez moi (swing, Féline & Paul Misraki)
6        September Song (med swing, Kurt Weill)
 
Tu n’en reviendras pas (Luois Aragon) – voce: Giorgia Cerruti
 
7        Artillerie lourde (swing, Django),
8        Je suis seul ce soir (med swing, Noel, Casanova & Durand)
9        J’attendrai (med swing, Dino Olivieri)
10      Que reste-t-il de nos amours? (med swing, Charles Trenet)
11      Nuages (med swing, Django)
 
L’Affiche Rouge (Louis Aragon) – voce: Giorgia Cerruti
 
12      La Marseillaise (swing, version Django)
13      Padam… Padam (valse, Edith Piaf)
14      La Vie en Rose (med swing, Edith Piaf)
15      Ménilmontant (swing, Charles Trenet)
16      Coquette (swing, Green & Lombardo)
 
Blues (Aragon) – voce: Giorgia Cerruti
 
17      Django’s Tiger (swing, Django)
18      Troviamoci domani a Portofino (med swing, Fred Buscaglione)
 
…et encore un peu de swing s’il n’est pas trop tard!
 
Fleurs de Musette

SMASHED al Teatro Concordia

in CULTURA E SPETTACOLI

Domenica 20 marzo ore 16
concordia smashing
È il 1992 quando Sean Gandini e Kati Ylä–Hokka Gandini Juggling. Con le prime creazioni, International Performancepreis e Septuor, ottengono subito premi importanti e iniziano un tour internazionale. È del 1998 un’installazione site-specific al Circus Space di Londra, del 2001 una fortunata tournée negli USA, nel 2006 a Berlino prende vita una prestigiosa collaborazione con il Cirque Roncalli per la messa in scena al Greenwhich et Docklands Festival di un adattamento della Dolce Vita di Fellini. Intanto gli spettacoli Downfall, Stop Breaking My Balls, The Cube sono applauditi in tutta Europa e in Asia. Nel 2010 inizia la residenza al National Theatre di Londra per la creazione di Smashed e si sviluppano anche prestigiose collaborazioni con la BBC, con il Cirque du Soleil e con l’Ecole Nationale de Cirque de Montréal, dove Sean e Kati sono chiamati ad insegnare. Gandini Juggling diventa così una delle compagnie di giocoleria più acclamate al mondo, e arriva a Venaria Reale con un omaggio a Pina Bausch e al suo Tanztheater. In Smashed, eleganza e poesia raccontano al pubblico in forma di tableaux vivants l’immaginario di una delle coreografe più geniali di tutti i tempi, facendo incontrare armoniosamente coreografia, teatro e giocoleria.

La Transiberiana festeggia i suoi primi cent’anni

in CULTURA E SPETTACOLI

Era il 1891 quando ebbero inizio i lavori, il 1901 quando venne compiuto il viaggio inaugurale, il 1916 quando i binari raggiunsero finalmente Vladivostock. Binari russi, imperiali, maestosi

transiberiana5

Si celebra quest’anno il centesimo anniversario della Transiberiana, la celeberrima linea ferroviaria i cui lavori sono furono avviati nel 1891 per concludersi nel 1916. Si tratta del percorso ferroviario più lungo ed emozionante al mondo, che collega la parte occidentale della Russia con l’Estremo Oriente,attraversando sette fusi orari. Era il 1891 quando ebbero inizio i lavori, il 1901 quando venne compiuto il viaggio inaugurale, il 1916 quando i binari raggiunsero finalmente Vladivostock. Binari russi, imperiali,maestosi e a scartamento diverso da quello standard europeo. E’ stato scritto che la transiberianaTransiberiana “non è solo una ferrovia, è una sorta di anima, di scheletro, di essenza della Russia profonda, zarista e staliniana, così come il Volga è l’ anima della Russia europea e ortodossa”. C’erano le classi dei vagoni, apparentemente simili a tutti i treni: quella dei velluti rossi in prima classe, la classe “morbida”, per far viaggiare comodi i nobili ai tempi dello Zar e la nomenklatura nei decenni dell’Urss; e c’erano quelli con la finta pelle, per lo meno leggermente imbottita, e gli altri, con i sedili di legno per,  i proletari. Così, coloro che, in teoria, governavano il paese dei Soviet, sul treno, viaggiavano in  classe “dura”. Pesanti, massicci e dall’andatura lenta, i vagoni della Transiberiana da un secolo percorrono l’ immensa distesa che va dal cuore dell’ Europa all’ Oceano Pacifico, consentendo ai viaggiatori di guardare dai finestrini ogni dettaglio del paesaggio. Con l’emozione di raggiungere gli Urali, dove sta scritto su di una stele: qui finisce l ‘ Europa. E, appena un chilometro dopo, transiberiana6affacciandosi all’altrove, un’ altra stele comunica con semplicità  che da lì inizia l’ Asia. Per giorni soltanto la steppa, poi giornate intere di tundra, per il tempo di un giorno il lago Baikal. Novemilatrecento chilometri di storia e rivoluzioni, lingue e popoli, foreste di betulle e steppe, neve e gelo, paesi, città, kolchoz  contadini : è questa la Transiberiana, la più lunga ferrovia del mondo che da cento anni trasporta uomini e merci da un capo all’altro della Russia, dalla stazione moscovita di Jaroslavskij fino a Vladivostok, ultimo avamposto urbano prima delle acque del Mare del Giappone. Alessandro III Romanov, lo Zar di Russia,  nel 1891 aveva 46 anni e un immenso territorio da gestire, che dai confini con l’Europa si spingeva fino alle porte di Pechino, in Cina. Per raggiungere San Pietroburgo, la capitale dell’Impero, dalle sponde del Pacifico era necessario più di un anno.

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Le vie di comunicazione con l’Estremo Oriente, con Siberia e Mongolia, regioni ricche di materie prime, erano pressoché  inesistenti. Le ferrovie dirette a est non andavano oltre la barriera montuosa degli Urali.  Così decise di dare il via all’impresa ferroviaria più grande della storia e da quell’anno, nei cantieri, vennero impiegati settantamila uomini tra operai, manovali, soldati oltre che prigionieri. C’è anche transiberiana2una vicenda quasi sconosciuta, evocata da Carlo Sgorlon nel suo romanzo“La conchiglia di Anataj, tutt’ora avvolta nel mistero. Questa storia riguarda i trecento friulani che costruirono la Krugobaikalskaja, cioè quel tratto della ferrovia Transiberiana che segue i contorni meridionali del lago Baikal. Lavorarono insieme con i russi, da Omsk al grande lago della Siberia meridionale. Molti di loro furono impegnati nella costruzione di gallerie, ponti, viadotti, massicciate. E poi, della maggior parte di questi friulani, si persero le tracce. Un lavoro immane che consentì l’incredibile progressione di quasi 650 chilometri all’anno anno, in direzione del  Mar del Giappone, senza curarsi del clima della Siberia, dell’aridità della steppa, di ostacoli e difficoltà. Così fino all’inaugurazione,  nel 1904, quando i primi convogli partirono da Mosca diretti a Vladivostok, raggiungendo il capolinea dopo più  di due settimane, attraversando anche parte del territorio cinese. Solo dodici anni dopo, nel 1916, grazie al ponte sul fiume Amur, a Khabarovsk,  il treno poté  compiere l’intero tragitto in territorio russo. La Transiberiana entrò nel vivo della storia del Novecento, con la rivoluzione d’Ottobre, offrendo a soldati e bolscevichi la possibilità di spostarsi con grande rapidità e sicurezza. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Transiberiana diventò una specietransiberiana3 di treno merci: le fabbriche della Russia europea furono infatti smantellate e spedite pezzo per pezzo al sicuro oltre la catena degli Urali. Oggi la Transiberiana si presenta come la foto sbiadita di quella che era nei primi decenni del Novecento. Per coprire le  grandi distanze è meglio viaggiare in aereo. Nonostante tutto il  “Rossija” – nome ufficiale del treno che compie la tratta Mosca-Vladivostok – conserva il suo fascino. Viaggiando sui quattordici vagoni, uno riservato alla prima classe, facilmente identificabili perché colorati d’ azzurro e di rosso, non effettuando soste intermedie, in sei giorni, dodici ore e venticinque minuti si raggiunge il Pacifico, attraversando i sette fusi orari. Così, dopo i 9300 chilometri del suo viaggio, il “Rossija” giunge al termine della corsa nel cuore della penisola di Muravjev-Amurski. Lì c’è Vladivostok, il porto peschereccio più importante e il maggiore scalo commerciale dell’estremo oriente russo, che da più di un secolo accoglie i viaggiatori provenienti dall’ovest. Non resta che brindare alla “centenaria” con un “Na sdarovie!”(alla salute!).

Marco Travaglini

 

Braco Dimitrijević: “Il Louvre è il mio studio, la strada è il mio museo”

in CULTURA E SPETTACOLI

gam goria4L’arte -tra ironia e genialità- usata come sciabola per combattere il potere, l’eccessivo culto della personalità e la becera comunicazione di massa. Non è un caso che l’allestimento inizi con la scritta murale “Non ci sono errori nella storia. L’intera storia è un errore”

“Il Louvre è il mio studio, la strada è il mio museo”. E’ una delle affermazioni di Braco Dimitijević, pioniere dell’Arte Concettuale e uno dei massimi artisti a livello internazionale. La personale che la GAM di Torino gli dedica, dal 16 marzo al 24 luglio, a cura di Danilo Heccher, racconta questo ed altro, ripercorrendo le fasi principali della sua carriera, attraverso un’ottantina di opere: grandi installazioni, disegni, acquerelli e fotografie. L’artista bosniaco -che da anni vive e lavora a Parigi ed ha esposto nelle gallerie e nei musei più prestigiosi del mondo (7 volte alla Biennale di Venezia)- in questi giorni è a Torino per l’inaugurazione della mostra, appuntamento prestigiosissimo messo a segno dalla GAM.

L’arte -tra ironia e genialità- usata come sciabola per combattere il potere, l’eccessivo cultodella personalità e la becera comunicazione di massa. Non è un caso che l’allestimento inizi con la scritta murale “Non ci sono errori nella storia. L’intera storia è un errore”. C’è questo alla base dell’opera di Braco Dimitijević, nato a Sarajevo nel 1948, terza generazione di una famiglia di artisti. Suo padre era il pittore Vojo, famoso negli anni 30 e le cui opere furono bruciate dai nazisti: autodafé che segnò Braco, indicandogli il lato effimero della notorietà.gam goria 3

Cresciuto in una famiglia intellettuale e liberale, nella Jugoslavia postbellica (in cui Tito, con il suo no a Stalin, aprì la prima breccia nel blocco comunista), a soli 10 anni allestisce la sua prima mostra, presentando 40 oli su tela. Sono i primi passi dell’enfant prodige che spicca il volo: laurea a Zagabria, poi alla Saint Martin’s   School of Art di Londra. Sempre più sospettoso verso l’autorità e scettico nei confronti delle apparenze. Avverte che la pittura non riesce ad esprimere a fondo la complessità del suo pensiero, così negli anni 60 inizia gli interventi nello spazio urbano. E’ l’arte fuori dal museo, colpo di genio e sua precisa cifra stilistica.

Nel 63 “Flag of the world” è la prima opera all’aperto, in cui sostituisce la bandiera nazionale della sua barca con uno straccio per spazzoloni: presa di posizione politica e gesto simbolico con cui priva un vessillo ufficiale della sua funzione e lo rimpiazza con un oggetto di uso privato.

Nel 69, mette un cartone di latte sulla strada, aspetta che una macchina lo investa, poi ferma il conducente e gli chiede di firmare la macchia spiaccicata sull’asfalto che -solo allora- diventa un’opera d’arte. E’ la performance “Painting of Kresimir Kikla”(dal nome del guidatore). Ne seguiranno altre, in cui trasforma un gesto involontario in testimonianza artistica; mettendo a fuoco il rapporto tra casualità e creatività , e dissacrando l’idea stessa di artista.

gam goriaTra fine anni 60 e inizio 70 è la volta dei “Casual Passers-by” (Passanti casuali): gigantografie e sculture di persone sconosciute che l’artista colloca in sedi prestigiose, facciate di palazzi o al centro delle piazze, stravolgendo così l’idea dei cartelloni pubblicitari come strumenti di informazione pubblica. Di più. Dimitijević pensa ai tanti geni (El Greco, Kafka ed altri) incompresi dai loro contemporanei ed ipotizza che anche ai giorni nostri possano esserci persone di talentuosa creatività, ma non in sintonia con il tempo in cui vivono. Allora dà più visibilità alla gente comune, inserendola nelle sue installazioni: perché il presupposto è che chiunque potrebbe essere un genio nell’ombra.

Dalla metà degli anni 70 sviluppa “Tryptychos Post Historicus”: 500 installazioni nei vari musei del pianeta (dalla Tate Gallery al Guggenheim di New York, dal Louvre al Centre Pompidou), che incorporano al loro interno altre opere avute in prestito dalle collezioni museali. Lui le racconta così «Sono dei trittici che rappresentano il Cosmo in piccolo e la diversa trinità dei valori coesistenti: la prima parte è rappresentata da un quadro storico, la seconda da un oggetto del quotidiano, la terza dalla frutta, che esiste senza convenzioni culturali perché appartiene alla natura ed ègam goria2 indipendente dall’uomo». La consacrazione di Dimitijević è negli anni 80-90, quando si afferma al grande pubblico realizzando installazioni con ritratti di personaggi e intellettuali famosi, animali vivi ed elementi organici (come frutta e verdura). Emblematica la mostra allo zoo di Parigi, nel 1998, in cui installò opere d’arte nelle gabbie di leoni, coccodrilli, gorilla, pantere,ecc. per dimostrare la relazione cosmica tra l’essere vivente (in generale) e l’arte. E mentre gli uomini spesso distruggono; gli animali, invece, rispettarono tele e sculture. Un confronto tra 2 modelli culturali: quello occidentale e quello animale, che vive   in armonia con la natura. E   Braco Dimitrijević commentò: «Dopotutto, se qualcuno guarda la terra dalla luna, non vi è alcuna distanza tra il Louvre e lo zoo».

Alla GAM – tra le tante opere significative dell’artista- si possono ammirare anche le installazioni “Heralds of Post History”, grandi fotografie in bianco e nero su mucchi di noci di cocco, da cui spuntano dei tromboni (1997); “Balkan Walzer”, stampe ai sali d’argento, picconi e peperoncini rossi (2004); le immagini del 2007 intitolate “Crossed” (Sbarrato); e le incredibili barche di legno piene zeppe di scarpe su cui troneggiano le gigantesche stampe bifronte di “Veleggiando verso la post storia” (2009).

Laura Goria

How to: “Braco   Dimitrijević” dal 16 marzo al 24 luglio   2016.

GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino). Via Magenta 31, Torino.

Tel. 011 4429518 gamtorino.it

L’asilo di Malesco e il “rastrellamento” del giugno 1944

in CULTURA E SPETTACOLI

Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la nascita della Repubblica fascista di Salò, l’occupazione nazista e all’avvio della lotta partigiana, le cantine di quelle scuole diventarono protagoniste, loro malgrado, di indicibili atrocità
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L’asilo infantile di Malesco, in Valle Vigezzo, a ridosso del confine con la Svizzera , venne inaugurato nel 1853, ventisei anni dopo la “scuola per bambine”, ed entrambe le istituzioni educative trovarono alloggio per tutto l’800 nell’edificio dell’ex ospedale Trabucchi, nel centro storico del paese. Agli inizi del ‘900, praticamente agli albori del “secolo breve”, in ragione degli spazi angusti in cui erano costretti i piccoli frequentatori dell’asilo e delle scuole femminili, l’Amministrazione comunale maleschese progettò l’idea di costruire una nuova scuola, considerato l’aumento della popolazione scolastica. Così, con una delibera del 1907, venne scelta Piazza Brié che, al tempo, era stata pensata già larga ( 105 metri per 45 ), contornata da un bel viale a doppia fila, utilizzata sul finire del secolo ( nel 1896) per festeggiamenti dell’acqua potabile che, in paese, veniva distribuita alle otto fontane pubbliche, alle scuole e all’asilo. Un vanto per gli amministratori del più popoloso centro vigezzino, a quel tempo guidati dal sindaco Bartolomeo Trabucchi. L’edificio doveva comprendere al piano rialzato i locali dell’asilo, al primo piano tre  spaziose aule per le scuole femminili e al secondo, sulla destra della scala,  un piccolo appartamento privato per le suore, e dall’altro lato un’altra aula. L’edificio subì, nel tempo, ulteriori sistemazioni e aggiustamenti ma già negli anni ’30, come si può malesco3desumere da testimonianze e foto d’epoca, le classi erano miste e gli insegnanti laici.In quel luogo – una scuola – attraversato, abitato e frequentato dai ragazzi in crescita si dovrebbe sperimentare lo stare insieme anche tra persone che non sono legate da un comune affetto, come nel caso della famiglia. La scuola è il luogo che fornisce contenuti di conoscenza, dove si sta con gli altri ,condividendo regole comuni. Ovunque, e – ovviamente – anche in quell’edificio di piazza Brié, a Malesco, quasi agli estremi dell’Italia di “mezzanotte”. Soprattutto in un asilo come quello che rappresentava il primo livello di un cammino dove, nel tempo, i bambini avrebbero incontrato le maestre che avrebbero spiegato loro i numeri, gli anni della storia, i luoghi della geografia. Si sarebbe scritto, più avanti, con il pennino e con l’inchiostro che stava nel calamaio, su ogni banco. C’era, e lo si coglieva nei paesi di montagna come nelle città,  una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva di imparare. L’istruzione era ( lo è ancora)  utile perché non discriminava e dava importanza a tutti, a partire dai più poveri. Come ha scritto Erri De Luca, “la scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però fra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”. Ovunque,appunto. Anche a Malesco. Ma così non fu ,in tempo di guerra. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la nascita della Repubblica fascista di Salò, l’occupazione nazista e all’avvio della lotta partigiana, le cantine di quelle scuole diventarono protagoniste, loro malgrado, di indicibili atrocità. Lì, nazisti tedeschi e fascisti italiani, rinchiusero e seviziarono i partigiani fatti prigionieri durante il rastrellamento del giugno 1944. L’impervia Val Grande (oggi parco nazionale e area wilderness più grande d’Italia) e le zone circostanti ospitavano diverse formazioni partigiane come la “Valdossola”, la “Giovane Italia” e la “Battisti” contro cui, in quell’inizio d’estate, si scatenò l’attacco di diverse migliaia di nazifascisti, con l’appoggio di artiglieria e di aerei. Tedeschi e fascisti attaccarono in quasi cinquemila, bene armati ed equipaggiati; i partigiani che si difesero erano dieci volte di meno, male armati, peggio equipaggiati e privi di viveri. Per le formazioni partigiane e per la popolazione civile furono venti terribili giorni di spietata caccia all’uomo, fucilazioni, incendi e malesco2saccheggi. Le operazioni in montagna dell’operazione “Köeln” – organizzata dal comando SS di Milano – terminarono il 22 giugno con l’eccidio dell’Alpe Casarolo ,in alta Val Grande, dove morirono nove partigiani e due alpigiani. Poi in Val Grande le armi tacquero, ma continuarono le fucilazioni dei partigiani catturati nei paesi ai piedi dei monti. Numerose vittime rimasero senza un nome e così anche molti dispersi, come nel caso di tanti giovani lombardi saliti in montagna per sfuggire ai bandi della Repubblica Sociale Italiana e non ancora censiti sui ruolini delle formazioni partigiane. Le vittime del rastrellamento- compresi molti alpigiani in zona per la monticazione estiva – furono circa trecento, la metà delle quali vennero uccise dopo la cattura. Nelle cantine dell’asilo di Malesco, trasformato in prigione,transitarono decine e decine di partigiani, picchiati e torturati in interminabili “sedute” d’interrogatorio dai loro aguzzini. Molti di loro vennero poi tradotti nei luoghi di fucilazione, a Fondotoce di Verbania, Beura, Baveno. E nella frazione maleschese di Finero dove, nel piccolo cimitero, in quindici vennero messi al muro e fucilati il 23 giugno del 1944. Oggi, a memoria di quella tragica vicenda, è stata posta una lapide sul muro della scuola e al centro della piazza ( che ha cambiato il nome in “XV Martiri”) dove, dalla fontana, l’acqua esce da quindici zampilli, tanti quanti i partigiani che persero la vita nel camposanto lungo la strada che scende per la Valle Cannobina.

Marco Travaglini

La Cenerentola di Rossini nella Cinecittà degli anni Cinquanta

in CULTURA E SPETTACOLI

Regia di Alessandro Talevi. Grande virtuosismo di Chiara Amaru’ nei panni di Angelina, la protagonista
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Debutta il 15 marzo alle 20 al teatro Regio di Torino la Cenerentola di Gioacchino Rossini, in prima italiana, per la regia di Alessandro Talevi e la direzione d’ Orchestra di Speranza Scapucci. L’opera, frutto della collaborazione tra il musicista pesarese e Jacopo Ferretti, annovera la presenza di solisti di rilievo internazionale, quali Chiara Amaru’, Antonino Siragusa, Paolo Bordogna, Carlo Lepore e Roberto Tagliavini, tutti artisti dalla spiccata vis comica. La regia, affidata al giovane Alessandro Talevi, nativo di Johannesburg da genitori italiani ma formatosi a Londra, vanta un’ambientazione piuttosto originale, Cinecittà degli anni Cinquanta.

“Un punto chiave nel decidere l’interpretazione teatrale – spiega il regista Talevi – è stato il fatto che Rossini abbia evitato nell’opera l’aspetto sovrannaturale della storia originale e che, al posto del personaggio deus ex machina, la Fata Madrina, sia il compositore pesarese sia il librettista Ferretti abbiano introdotto quello di Alidoro, l’onnisciente tutore di Ramiro. Questo fatto apre nuove prospettive di interpretazione di carattere sociale e permette di esplorare il mito di Cenerentola in chiave moderna”.

” Ho immaginato Alidoro – aggiunge Alessandro Talevi – come un regista alla ricerca dell’esatta alchimia tra il protagonista maschile e una potenziale coprotagonista femminile. Ho poi riflettuto sul fatto che l’attuale ossessione per la celebrità non è soltanto un fenomeno odierno, legato a programmi televisivi quali ” L’isola dei famosi” o “X Factor”, ma risale già all’esaltazione cinematografica di massa degli anni Cinquanta e Sessanta, quando i nomi dei divi del cinema divennero familiari a tutti”.cenerentola1

La Cenerentola è un dramma giocoso in due atti su libretto di Giacomo Ferretti, rappresentato per la prima volta al teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817. Ciò che più colpisce nell’opera è la sottolineatura dell’elemento patetico nel personaggio di Angelina, nel quale vengono esaltati i momenti di languore, malinconia, che sono propri del vero Rossini. Angelina è una donna completamente diversa dal personaggio di Rosina del Barbiere di Siviglia, volitiva e sicura di sé, sempre pronta a tirar fuori le unghie per difendere la propria personalità. Angelina aspetta il momento giusto e spera nella sorte benigna che la ripaghi di tutte le sofferenze subite. E intanto canta una ballata assai appropriata su di un re che sposa una ragazza innocente e buona preferendo la alle due eleganti e vistose pretendenti che se lo contendono.

La fortuna della Cenerentola nel corso dell’ Ottocento, dopo che la voce del contralto di coloritura divenne sempre più rara, diminui’ per rivivere poi grazie a alcune interpreti eccezionali come Giulietta Simionato e Teresa Breganza. Ora al teatro Regio il virtuosismo di Angelina torna a trionfare nella splendida voce di Chiara Amaru’.

(Foto: il Torinese)

Mara Martellotta

Hollywood sotto la lente (imperfetta) dei Coen

in CULTURA E SPETTACOLI

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

CLOONEY FILM

Nella Capitol Pictures che riecheggia la Mgm dei “favolosi” ma le favole sono ben altra cosa anni Cinquanta, Eddie Mannix si aggirava come insostituibile braccio destro di Luis Mayer a tenere a bada i piccoli capricci e i grandi vizi delle star hollywoodiane o a far girare alla perfezione i tabellini di marcia dei tanti film in lavorazione affidatigli, come un buon padre comprensivo o come un inflessibile giudice, fatti i conti con le necessità. Era definito fixer, vale a dire riparatore o piuttosto maneggione, se si vuole storicamente dar retta ad un suo ritratto non del tutto irreprensibile, sposato e risposato, un bel mucchietto di amanti e amichette, incline alla violenza (anche familiare), forse non del tutto estraneo al “suicidio” di quel tale George Reeves che, amico stretto della signora Mannix, s’era visto a poco a poco scivolar via il successo del suo Superman televisivo. Ritratto opposto a quello spiritualizzato che i fratelli Coen ci danno di lui nel loro ultimo Ave, Cesare, cattolico religiosissimo, pronto in confessione a mettere in conto anche le sigarette fumate, padre premuroso e marito tutto ritorno a casa, affabilità alla grande, preso da mille scrupoli se gli viene proposto di cambiar mestiere. film cesare2Al centro della vicenda, nel bene e nel male c’è lui, il perno, l’anima. Mentre negli studios si gira la storia di un centurione romano, Mannix (un eccellente Josh Brolin, in una delle sue prove migliori) deve governare il suo mondo di cartapesta, un attore belloccio e spericolato (un perennemente rintronato Alden Ehrenreich) tra le verdi praterie dei western catapultato dall’oggi al domani in una sophisticated comedy guidata da un regista facile facile a perdere la pazienza (Ralph Fiennes) per quel ragazzo che non sa proprio recitare, la stellina dei film acquatici (Scarlett Johansson alla maniera di Esther Williams) che al di là dei sorrisini che sfoggia sul set deve fare i conti con relazioni e nascituri che innervosiscono il grande capo, pronto a trovare per lei con tanto di scartoffie un marito e un padre, c’è il ballerino che sembra un nuovo Fred Astaire (un bravissimo Channing Tatum) ma che ha troppe simpatie per il mondo oltrecortina, c’è la coppia di arcigne sorelle (Tilda Swinton si sdoppia) che sguazza nei rumors e nelle quasi certezze, un misto tra Hedda Hopper e Louella Parsons. C’è il centurione sopraccitato (un perfetto George Clooney, imbranatissimo, un habitué a scordarsi le battute), rapito per conto di un gruppo di sceneggiatori “comunisti” siamo del resto negli anni del maccartismo: e Ave, Cesare è il lato grottesco e buffo del recente film su Dalton Trumbo -, capitanati dalle teorie e dai pensieri alti di Herbert Marcuse, in rivolta tra l’altro per le sottopaghe di cui sono vittime. Si ride, o meglio si sorride (imperdibile il cameo di Frances McDormand, distratta montatrice) spesso, spessissimo, perché i Coen sceneggiatori imbastiscono spezzoni e battute degni del sorriso, perché esprimono con infinita saggezza il loro amore ma io direi anche il loro odio senza mezze misure, e ce lo mostrano chiaro e tondo, per gli angoli un po’ bui della settima arte per il cinema, perché a piacere camminano dentro un gran firmamento con il loro andare e venire attraverso ogni forma cinematografica, con il senso dello spettacolo che da diciassette pellicole (più due episodi) in qua si portano appresso: però anche qui dal momento che certo non siamo allo stato di grazia e dalle parti di Fargo o Il grande Lebowski o Non è un paese per vecchi, questi sì vere punte di diamante – hanno l’aria di promettere molto più di quanto poi in realtà ti offrono. ave cesare filmAlla parola fine ti lasciano spiazzato, ti alzi dalla poltrona del cinema con la paura che la grande, piacevolissima costruzione che ti sei visto edificare in 106 minuti ti si sgonfi all’improvviso, ti rendi conto che l’intelligenza, le citazioni, le criptiche allusioni, l’architettura raffinata, le graffiate e il sarcasmo e quant’altro non sono poi il capolavoro che ti hanno promesso. Le tre o quattro storie che nascono e finiscono attraversano lo schermo e si perdono nel buio della sala. L’andatura del racconto, la voce fuori campo che ti riporta ai Cinquanta pieni, con quel bel doppiaggio altisonante, importante e “ricco”, l’apporto filologico e l’accanita passione, il grande contributo delle prove interpretative (qualcuna eccezionale davvero), la ricostruzione dei differenti set, il gioco del cinema nel cinema, la fotografia dell’abituale Roger Deakins, sono lì a testimoniare la (quasi) riuscita del film: ma manca ancora qualcosa di più robusto, fuori del sorriso, qualcosa che allontani del tutto il termine “alta esercitazione” che all’uscita gira per la testa.

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