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CULTURA E SPETTACOLI - page 2

A Campello Monti la 27°giornata di studio sulla comunità Walser

in CULTURA E SPETTACOLI

Il Gruppo Walser di Campello Monti, in alta valle Strona, ospiterà sabato 27 luglio la 27° giornata di studio su “Campello e i Walser”

L’evento, organizzato da Rolando Balestroni, instancabile Presidente del “Walsergemeinschaft Kampel”, si terrà presso la Chiesa Parrocchiale di Campello Monti e vedrà coinvolti anche il comitato unitario delle isole linguistiche storiche germaniche in Italia, l’Ecomuseo Cusius e il Parco regionale della Valle Sesia. A partire dalle 9,30 del mattino si alterneranno quattro interventi: Rosella Reali (Storia del paese scomparso di Agaro);Paolo Crosa Lenz (Le “Quattro Rosine”,alpinismo risorgimentale nella seconda metà dell’Ottocento);Roberto Fantoni ( Campello 1907,un’assemblea della sezione C.A.I. di Varallo Sesia oltre i confini della valle); Giuseppe Bergamaschi (Le quattro fornaci di calce del territorio di Campello Monti). Il pranzo sarà curato dalla locanda “Alla vetta del Capezzone”. Alle 21, con il patrocinio del Parco Nazionale Val Grande, il dott. Massimo Mattioli, già comandante del Corpo Forestale dello Stato, interverrà su “Il ritorno del lupo nel Vco”. Correlatore della serata, sul progetto Life WolfAlps, sarà la guardia parco della Valsesia Tito Princisvalle.

Come sempre le varie Comunità Walser sono invitate a partecipare con i loro costumi tradizionali. Campello Monti è un piccolo paese situato a 1305 metri sul versante meridionale alpino ‑ zona del Monte Rosa ‑ dove circa seicento anni fa un esiguo gruppo di contadini-pastori vallesani, provenienti da Rimella, in Valsesia, dette vita ad un modello di sviluppo non solo economico ma anche culturale, oggetto di crescente interesse da parte degli studiosi. Attualmente il paese è disabitato in inverno, mentre nella bella stagione riprende la sua vita normale.La Walsergemeinschaft Kampel, il gruppo Walser di Campello, è un’associazione culturale senza fini di lucro costituitasi nel dicembre di ventotto anni fa con lo scopo di promuovere iniziative culturali e ricerche tese a valorizzare e far conoscere questa comunità Walser. Fin dal 1993 organizza un convegno annuale denominato “Campello e i Walser” cui hanno partecipato, in veste di relatori, esponenti di quasi tutte le comunità Walser italiane. È la sola associazione walser della Valle Strona riconosciuta ed iscritta alla Internationale Vereinigung fűr Walsertum con sede in Briga, in Svizzera.

Marco Travaglini

Realismo e volare basso

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Caleidoscopio Rock Usa Anni ’60

La storia del rock è piena di aneddoti, alti e bassi, situazioni bizzarre, scenate, litigi, risse, polemiche, riappacificazioni, problemi con la polizia e di ordine pubblico; il percorso (più o meno lungo) di tutte le bands era costellato di insidie, momenti difficili, contrattempi più o meno ardui da superare, ma quasi mai questo percorso era lineare o uniforme, privo di scossoni o shocks. Ci sono tuttavia casi di gruppi (soprattutto di vita breve) la cui esistenza non ebbe punti estremi, da estasi o da depressione; si manteneva una regolarità nelle aree di esibizione, nelle date, nei locali e nelle venues dei concerti. Ciò poteva essere più probabile in Stati “periferici” o caratterizzati da una vita musicale non frenetica o in continua ebollizione; eppure le eccezioni non mancavano ed erano tantopiù vistose quanto più lo Stato era vivace, dinamico, aperto ad influenze multiple e concomitanti, in primis la California.Eppure anche qui si rinvenivano bands dalla vita regolare, quasi metodica, come per esempio The Midnight Snack, originari di Whittier, sud-est di Los Angeles.

 

Il nucleo originario, sorto forse nel 1965, era costituito da Tom Sack (V, batt) e Mark Furtak (chit, poi b), Craig Strahl (chit), cui si unirono Rodney Walton (org), Mark Wicker (chit, per Strahl), Steve McPeek (chit, per Wicker), Willie Schultz (batt). La band non si preoccupava più di tanto di ambizioni da sala di registrazione o di scrittura di brani originali, anzi si muoveva a proprio agio nel vasto mare delle covers, in ambito rock blues o Motown. Il raggio di azione per le esibizioni non superava i confini californiani. Anzi, insisteva nel biennio 1966-1967 in aree lontane dalle avanguardie psichedeliche e si guardava bene dall’incrociare la Sunset Strip e i locali dei nomi di primo piano; la band non pativa in alcun modo la “zona d’ombra” in cui si muoveva e operava, con date regolari ma non pressanti, attività manageriale tranquilla e senza sussulti di sorta, nessuna partecipazione ad eventi televisivi o radiofonici o alle celebri “Battles of the Bands”. Le venues erano quasi sempre teenage dance clubs, feste di liceo o di college, feste di leva; rarissime erano le date in adult clubs o parlors.

 

Si può dire che il “piccolo cabotaggio” fosse la parola d’ordine dei The Midnight Snack, tanto che perfino l’ingresso in sala di registrazione non fu vissuto con l’emozione, l’entusiasmo e a volte la frenesia che caratterizzava moltissime bands coeve; avvenne quasi per inerzia, oserei dire stancamente, su spinta di un amico di un produttore, in studi di Pasadena, in un arco di tempo abbastanza ristretto e forse senza un’adeguata cura nel confezionamento dell’incisione. Avvenne tutto quasi en passant nel 1967, per la Corby Records, con l’unico 45 giri: “Mister Time” [T. Sack] (Corby CR-220; side B: “Jenny Adaire”). Il “piccolo cabotaggio” si mantenne fisso e costante anche riguardo l’esito del disco, che non ebbe picchi di successo, entrò in classifica in alcune radio locali del Sud della California nelle posizioni basse per poi uscirne in meno di un mese, senza aver lasciato significative tracce di sé né in radio né tantomeno nei negozi di dischi…

 

Le aspettative per il 45 giri non erano eccelse fin dall’uscita dalla sale di Pasadena; tuttavia il mediocre seguito che ne derivò minò decisamente l’entusiasmo del gruppo. Le date crollarono di numero e successivamente gli arruolamenti in esercito, gli impegni di college e i pargoli in arrivo portarono The Midnight Snack a sciogliersi con una certa rapidità, senz’altro entro l’estate del 1968.

 

Gian Marchisio

 

Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie

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Cimiteri. Storie di rimpianti e di follie” è una moderna e accattivante “Spoon River” scritta dallo storico e critico d’arte genovese Giuseppe Marcenaro, pubblicata tempo fa da Bruno Mondadori editore. Il saggio  – che, volendo, si può leggere come un romanzo – propone  una galleria di personaggi noti o quasi sconosciuti, protagonisti del loro tempo, collocati nel luogo dove riposano le loro spoglie mortali e si raccoglie la loro memoria. Dal poeta inglese Percy Shelley, le cui ceneri sono sepolte nel cimitero acattolico di Roma (il cimitero degli Inglesi, o ” dei protestanti”) mentre il suo cuore, strappato dalle fiamme da un amico, fu conservato dalla sua vedova, Mary Shelley ( l’autrice del romanzo gotico “Frankenstein“ ) per essere poi sepolto con lei, proseguendo con Giuseppe Garibaldi, Napoleone, Vladimir Majakovskij, Rasputin, Proust e tanti altri. Tra questi Giovanni Martini (ribattezzatosi dall’altra parte dell’oceano in John Martin), originario di Sala Consilina ,nel salernitano, garibaldino nella battaglia di Mentana, unico superstite della battaglia di Little Big Horn dove morì il generale Custer. Si leggono storie curiose come quella della “doppia sepoltura” di Gioachino Rossini, la cui salma viene indicata sia al cimitero parigino del Père Lachaise sia nella Basilica di Santa Croce a Firenze (che ,effettivamente, ne conserva le spoglie). O all’originale omaggio annuale – ogni 19 gennaio, giorno della nascita di Edgar Allan Poe – lasciato da un anonimo sulla tomba del maestro della letteratura dell’orrore nel cimitero di Westminster Hall, a Baltimora, nel Maryland: tre rose rosse e mezza bottiglia di cognac.

 

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Un rito durato sessant’anni, dal 1949 al 2009, bicentenario  dell’autore de “Il corvo”. Marcenaro ha scritto un libro colto, argutamente spiritoso, ben documentato, dimostrando come i cimiteri, non luoghi per eccellenza, rappresentino una vitalissima realtà. I luoghi citati sono tanti, come le storie. Dal Père Lachaise di Parigi ( “unica città al mondo in cui si può ancora morire di fame ed essere inumati in un cimitero tra gente illustre”) al misterioso e arcano cimitero ebraico di Praga, da quello fiorentino di Santa Croce (dove riposano le glorie italiche cantate da Foscolo), dal cimitero londinese di Highgate – dove c’è anche la tomba di Karl Marx – al napoletano delle “366 fosse”, a mezza costa sulla collina di Poggioreale, dove venivano inumate le anonime “anime pezzentelle” dei meno abbienti. Si è sempre detto che con la morte non si scherza ma questo non impedisce di riflettere sulla stupidità di alcune tradizioni, come fece Mark Twain ( “i cancelli attorno a un cimitero sono stupidi, perché quelli all’interno non possono uscirne e quelli al di fuori non desiderano entrarvi”), avere un tocco d’ironia (“Qui giace lord Barlington. Scusate se non mi alzo” oppure, “Finalmente solo – Enfin seul!”, come si legge su una tomba al Père-Lachaise di Parigi) o l’amaro realismo di Antonio Tabucchi (“Cosa fanno le persone importanti in un cimitero? Dormono, anche loro dormono uguale alle persone che non contarono niente. E tutti nella stessa posizione: orizzontali. L’eternità è orizzontale”). Nel libro non si omette questa lezione, parlando di tutti : personaggi illustri e signori nessuno, cenotafi importanti e fosse comuni, ossa senza nome e reliquie varie. Nessuno può essere escluso dai camposanti. Del resto, come scriveva Clémenceau, “i cimiteri sono pieni di persone indispensabili”.

 

Marco Travaglini

Oggi al cinema

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Le trame dei film nelle sale di Torino

A cura di Elio Rabbione

Aladdin – Fantasy. Regia di Guy Ritchie, con Will Smith, Naomi Scott e Mena Massoud. Da un lato Aladdin, che sogna di abbandonare il proprio passato di ragazzo di strada, e dall’altro la principessa Jasmine, la figlia del Sultano della città di Agrabah, anche lei pronta a coltivare i propri sogni, ad esempio uscire da palazzo, entro cui la tengono chiusa un padre iperprotettivo e una dama di compagnia che non la perde mai di vista, per correre in aiuto degli abitanti della città. Mentre il Sultano è alla ricerca di un marito per la figlia, il consigliere Jafar pensa di impadronirsi del trono: ma Aladdin incontrerà Jasmine, verrà suo malgrado coinvolto nei malvagi progetti di Jafar e scoprirà una magica lampada ad olio entro cui vive il Genio, pronto a esaudire ogni suo desiderio. Durata 128 minuti. (Uci)

Alla corte di Ruth – Biografico. Regia di Betsy West e Julie Cohen. Ancora il personaggio che lo scorso anno, nell’interpretazione di Felicity Jones, Mimi Leder portò con successo sullo schermo. La storia della combattiva Ruth Bader Ginsburg, 86enne, seconda donna ad essere stata nominata tra i nove componenti della Corte Suprema degli Stati Uniti, una donna che, sin dagli anni Settanta, continua a lottare con tutte le sue forze, sempre sostenuta dal marito, l’avvocato Martin Ginsburg, per l’emancipazione femminile e la discriminazione razziale. Durata 97 minuti. (Centrale V.O.)

Annabelle 3 – Horror. Regia di Gary Dauberman, con Vera Farmiga e Patrick Wilson.  Continua la saga della bambola indemoniata: questa volta per vanificarne i poteri, i demonologi Ed e Lorraine Warren la portano nella loro casa e la chiudono dietro un vetro benedetto dall’intervento di un sacerdote. Ma neppure questo basterà a proteggerli dai furori di Annabelle. Durata 106 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

Arrivederci professore – Drammatico. Regia di Wayne Roberts, con Johnny Depp , Rosemarie DeWitt e Danny Huston. Università del New England, il professor Richard si scopre vittima di una malattia grave che rischia di mutare per sempre la sua esistenza. Al diavolo le convenzioni allora, meglio cancellare ogni ipocrisia, meglio adottare uno stile di vita che conosca finalmente coraggio, eccessi, sesso, vizi quanti non se ne sono mai provati, provocazioni e insulti a chiunque provi a stuzzicarlo. Fregarsene di una moglie che coltiva una relazione extraconiugale, di una figlia che ha appena rivelato la propria omosessualità, degli amici che non sono tali e dei colleghi che sono sempre lì a tentare di farti le scarpe, degli studenti che ti seguono ma tra tra mille timori. Durata 90 minuti. (The Space, Uci)

Domino – Thriller. Regia di Brian De Palma, con  Nikolaj Coster-Waldau, Carice van Houten e Guy Pearce. Christian e Alex, poliziotti dell’unità crimini speciali di Copenaghen, dopo l’omicidio di un collega, si lanciano in una disperata caccia all’uomo per trovare il colpevole, affiliato ad una cellula danese dell’ISIS. Ben presto i due scopriranno di avere a che fare con un intrigo internazionale molto più ampio di quanto potessero immaginare. Un film che ha creato non pochi problemi al regista degli “Intoccabili” e di “Blow Out”, un film sforbiciato per volontà dei produttori, un film che giunge in maniera piuttosto disordinata a sette anni di distanza dal precedente thriller erotico “Passion” e da cui De Palma ha preso pubblicamente le distanze: “Ho avuto un sacco di problemi a far finanziare il film, non ho mai vissuto un’esperienza così orribile, gran parte della squadra non è stata pagata dai produttori danesi”. Durata 89 minuti. (Ambrosio sala 3, The Space, Uci)

Due amici – Drammatico. Di e con Louis Garrel, con Golshifteh Farahani e Vincent Macaigne. Opera prima, tre giorni e due notti per descrivere con leggerezza un ménage à trois fatto d’amore e d’amicizia, gli occhi di oggi che guardano con curiosità a de Musset e a Marivaux. Composto da Clément, piccoli spazi come comparsa nel cinema, che ama con tutte le sue forze Mona, le cui giornate scorrono uguali in un chiosco della Gare du Nord parigina a servire e a coltivare segreti: la sera deve rientrare in treno nel carcere dove sta scontando la sua pena. In soccorso di Clément, giorno dopo giorno rifiutato, interviene l’amico Abel, benzinaio di professione e poeta per passione, che una sera costringe la ragazza ad abbandonare il treno per offrire finalmente una spiegazione. Durata 100 minuti. (Greenwich Village sala 3)

Edison – L’uomo che illuminò il mondo – Biografico. Regia di Alfonso Gomez-Rejon, con Benedict Cumberbatch, Michael Shannon, Tom Holland e Nicholas Hoult. La storia dell’epica e spietata competizione tra i due più grandi inventori dell’era industriale per stabilire quale dei due sistemi elettrici avrebbe dominato il nuovo secolo. Sostenuto da J.P. Morgan, Thomas Alva Edison (Cumberbatch) abbaglia il mondo illuminando Manhattan, ma George Westinghouse (Shannon), aiutato da Nikola Tesla, riesce ad individuare alcuni pesanti difetti nel sistema a corrente continua di Edison. Scatenando una vera “guerra della corrente”, Westinghouse e Tesla puntano tutto sul sistema a corrente alternata, una scelta rischiosa e pericolosa. Durata 105 minuti. Massaua, Eliseo Grande, Eliseo Blu, Eliseo Rosso, Reposi, The Space, Uci)

Tom Holland and Benedict Cumberbatch star in THE CURRENT WAR, Photo: Dean Rogers

Il mangiatore di pietre – Drammatico. Regia di Nicola Bellucci, con Luigi Lo Cascio, Vincenzo Crea e Paolo Graziosi. Tratto dal romanzo di Davide Longo, successo del TFF. In un villaggio tra le montagne piemontesi che confinano con il territorio francese, tra mulattiere e gelidi corsi  d’acqua, vive Cesare, un passato fatto di lutti e di carcere, che lo ha fatto piombare nella solitudine, lontano da tutti, passeur di professione, da sempre. L’omicidio del giovane Fausto lo riporta alla realtà di ogni giorno ma pure ad un passato che ha cercato di dimenticare, fatto di violenza e di tradimenti: soltanto con l’aiuto del commissario Di Meo riuscirà ad arrivare ad una verità inaspettata. Durata 109 minuti. (F.lli Marx  sala Groucho)

La mia vita con John F. Donovan – Drammatico. Regia di Xavier Dolan, con Kit Harington, Natalie Portman, Susan Sarandon e Kathy Bates. Rupert Turner, giovane attore, decide di raccontare la vera storia di John F. Donovan, star della televisione americana scomparsa dieci anni prima, che in una corrispondenza epistolare gli aveva aperto le porte del cuore, svelando i turbamenti di un segreto nascosto agli occhi di tutti. Ne ripercorre così la vita e la carriera, dall’ascesa al declino, causato da uno scandalo tutto da dimostrare. Un film che a detta di molti è un tonfo nella produzione di questo autore trentenne in altre occasioni osannato e ricercato per essere una delle punte di diamante dei vari festival, un film che fin dalla sua presentazione al festival di Toronto due anni fa la critica ufficiale ha quasi completamente bocciato. Arriva soltanto in questa calura estiva sui nostri schermi: visto in sala, in piena tranquillità, anche se non siamo dei dolaniani sfegatati, a noi è parso sì un film imperfetto (l’espediente dell’intervista che abbraccia l’intera vicenda, certi passaggi temporali della sceneggiatura, certi personaggi di troppo o raccontati con qualche cedimento) ma pur sempre l’opera di un autore che pensa in grande, che sa inventare al di là di certi sprazzi autobiografici un plot avvincente, che si cala perfettamente nelle psicologie, che sa dirigere gli attori, una grande Sarandon come l’assai più debole Harington. Durata 123 minuti. (Ambrosio sala 3)

Nureyev – The white crow – Drammatico. Regia di Ralph Fiennes, con Oleg Ivenko, Adèle Exarchopoulos e Ralph Fiennes. La vita del leggendario ballerino Rudolph Nureyev, dall’infanzia sofferta nella città sovietica di Ufa fino a divenire ballerino nella scuola frequentata a Leningrado. Incontenibile e ribelle, a soli 22 anni fa parte della Kirov Ballet Company, con la quale va a Parigi nel 1961, nel suo primo viaggio al di fuori dell’Unione Sovietica. Gli ufficiali del KGB, però, le marcano stretto, diffidando enormemente del suo comportamento anticonformista e della sua amicizia con la giovane parigina Clara Saint. Le intemperanze avranno conseguenze drammatiche, Nureyev non potrà andare a Londra con la compagnia e dovrà essere immediatamente rimpatriato. I “superiori” gli comunicano che deve assolutamente tornare in patria per esibirsi al Cremlino ma lui comprende che sta pagando caro il prezzo della sua libertà nella capitale francese: prenderà una decisione che muterà per sempre la sua vita. Durata 122 minuti. (Ambrosio sala 2, Eliseo Grande, Eliseo Blu, Eliseo Rosso, Greenwich Village sala 3)

 

Pets 2 – Vita da animali – Animazione. Regia di Chris Renaud. La sua padrona si è sposata ed ha avuto un figlio e il cane Max si ritrova improvvisamente ansioso, vittima della sindrome del genitore iperapprensivo, e torturato per questo da un prurito psicosomatico. Quale miglior cura di un soggiorno in campagna? Nel frattempo a New York, a presidiare il quartiere e il pupazzetto preferito di Max, restano Gidget, che imparerà a fingersi un gatto per affrontare la moltitudine di gelini di una vecchia del palazzo, e il coniglio Nevosetto, che avrà modo di soddisfare la sua sete di avventura liberando un cucciolo di tigre dalla gabbia di un losco direttore di circo. Durata 86 minuti. (Massaua, Uci)

La prima vacanza non si scorda mai – Commedia. Regia di Patrick Cassir, con Camille Chamoux e Jonathan Cohen. Trentenni, Marion e Ben, parigini, diversissimi l’una dall’altro, si conoscono su di un sito per incontri per cuori più o meno solitari o indecisi. Due caratteri che più lontani non si penserebbe, lei tutta per l’avventura e la vita allo sbaraglio, lui tutto ordine maniacale e comodità assoluta in qualche più che confortevole ressort. Sesso sfrenato, tanto per cominciare; poi una vacanza insieme, in quel della Bulgaria, tra risate e vita spensierata, che non c’è niente di meglio nella vita. Una sfida fuori del consentito? Una botta di vita imposta dal destino? Forse l’inizio per un nuovo modo di inventarsi un’esistenza a due. Durata 102 minuti. (F.lli Marx sala Chico)

Raccolto amaro – Drammatico. Regia di George Mendeluk, con Max Irons, Samantha Barks e Terence Stamp. Anni Trenta in Ucraina. Stalin procede la sua politica seguendo le ambizioni dei comunisti nel Cremlino. Quando l’Ucraina viene invasa dall’Armata Rossa, il giovane artista Yuri combatte per salvare la sua amata Natalka dall’Holodomor, un programma basato sulla morte per fame che uccise milioni di ucraini. Durata 103 minuti. (Nazionale sala 2)

Il ritratto negato – Drammatico. Regia di Andrzej Wajda, con Boguslaw Linda. Nella Polonia del 1948 l’artista e teorico dell’arte Wladyslaw Strzeminski gode di fama e rispetto sia in patria che all’estero. Nella città natale di Lódz è docente all’Accademia di Belle Arti, membro dell’Unione degli Artisti e fondatore del Museo Cittadino di Arte Moderna. Ha una figlia ancora giovanissima, una moglie gravemente malata in ospedale e una squadra di allievi che stravedono per lui. Il destino gli ha regalato un immenso talento artistico e uno spirito libero, ma lo ha privato sia di una gamba che di un braccio. L’infermità non gli impedisce comunque la produzione di tele, così come il perfezionamento della teoria dell’Unionismo, di cui è il cofondatore. Ad ostacolarlo senza tregua è invece la radicalizzazione del comunismo, alla quale l’artista si oppone fino alla morte. Ultima opera dell’autore dell’”Uomo di marmo” prima della scomparsa avvenuta nel 2016. Durata 98 minuti. (Romano sala 1, sala 2, sala 3)

Il segreto di una famiglia – Drammatico. Regia di Pablo Trapero, con Bérénice Bejo, Martina Gusman e Graciela Borges. Dopo lunghi anni di assenza e a seguito della morte di suo padre, Eugenia ritorna a La Quietud, la tenuta di famiglia vicino Buenos Aires, dove ritrova la madre e la sorella. Le tre donne sono costrette ad affrontare i traumi emotivi e gli oscuri segreti del passato che hanno condiviso sullo sfondo della dittatura militare. Emergono rancori sopiti da tempo e gelosie, il tutto amplificato dall’inquietante somiglianza fisica tra le due sorelle, che scoprono di avere più cose in comune di quanto avessero mai pensato. Durata 117 minuti. (Nazionale sala 1)

Serenity – L’isola dell’inganno – Drammatico. Regia di Steven Knight, con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jason Clarke e Diane Lane. Ai Caraibi, nell’immaginaria cornice di Plymouth Island, Baker Dill, reduce da un’esperienza di guerra, vive conducendo clienti facoltosi sulla sua barca per la pesca d’alto mare. All’improvviso ricompare la ex moglie Karen, fascinosa bionda fatale che pare uscita da “Brivido caldo”, la quale – per la somma di dieci milioni di dollari – lo supplica di proteggere lei e il loro figlio dall’attuale consorte, estremamente violento. Secondo il piano preparato, Baker dovrebbe condurre l’uomo in mare per un’escursione di pesca e scaraventarlo giù dalla barca, pasto per gli squali. Durata 106 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1 e sala 3, Reposi, The Space, Uci anche V.O.)

Spider-Man Far from Home – Avventura. Regia di Jon Watts, con Tom Holland, Jake Gyllenhaal, Marisa Tomei e Samuel L. Jackson. Peter Parker torna a scuola, cercando di fare i conti con le catastrofiche conseguenze della guerra tra Thanos e gli Avengers. Lutto e confusione hanno lasciato il segno sull’eterno adolescente del Queens, alla vigilia di una vacanza scolastica che porterà la sua classe a visitare alcune delle più importanti città europee, tra cui Venezia e Praga. Lasciata a New York la zia May, Peter parte in compagnia del fidato amico Ned e con un piano per dichiarare il proprio amore a MJ. Non soltanto da nuovi rivali romantici dovrà però guardarsi l’Uomo Ragno: il redivivo Nick Fury gli sta alle costole e non ha intenzione di concedere giorni di ferie quando c’è da salvare il mondo. Una nuova minaccia insorge dalle viscere del  pianeta e in mancanza degli Avengers Peter è chiamato a supporto di un eroe in visita da una terra parallela, Quentin Beck. Durata 129 minuti. (Massaua, Greenwich Village sala 1, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space, Uci anche 3D)

 

The Deep – Drammatico. Regia di Baltasar Kormakur, con Ólafur Darri Ólafsson. La storia vera, celeberrima in Islanda, portata sullo schermo dall’autore di “Everest”, di un pescatore che, dopo il naufragio del proprio peschereccio, lontanissimo dalla costa, e la morte di tutti i compagni, riuscì a resistere alle acque gelide dell’oceano e a raggiungere a nuoto la costa, divenendo un vero caso mediatico e scientifico, tra l’incredulità di tutti. Durata 91 minuti. (Classico)

Toy Story 4 – Animazione. Regia di Josh Cooley. Ad oltre vent’anni dal primo capitolo, essendo passati per appuntamenti che hanno commosso il mondo e sono andati dritti ai cuori non soltanto dei più piccoli, ecco le brillanti avventure di Woody e compagni, con nuove conoscenze e ritorni che un gruppo di affiatati sceneggiatori hanno delineato ancora con più forza. Ecco quindi Forky, un eccellente spiraglio di riciclaggio, un giocattolo assemblato con materiale ricavato dalla spazzatura, ecco Bunny e Ducky, strettamente uniti, scovati in un luna park, ecco il negozio d’antiquariato dove la fa da padrona Gaby Gaby, alla ricerca di una nuova voce in sostituzione della sua danneggiata da un difetto di fabbricazione, ecco “la pastorella di porcellana” Bo Peep, tutta rosata, cresciuta e pronta adesso ad usare maniere di difesa e di comportamento assai più decise. Durata 99 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1 e sala 3, Reposi, The Space, Uci)

Il traditore – Drammatico. Regia di Marco Bellocchio, con Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane e Fausto Russo Alesi. Una pagina di storia italiana, la vicenda della cattura e del processo di Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, che ebbe la propria famiglia sterminata dai Corleonesi, i suoi nemici di sempre, le confessioni e la conoscenza offerta a Giovanni Falcone della struttura mafiosa di Cosa Nostra, svelandone la cupola e consegnandola alla giustizia, rivelando le collusioni con il mondo politico e il traffico di droga con la mafia italo-americana. Un film che fuoriesce dai temi e dai racconti cui siamo abituati a collegare il nome di Bellocchio, un film che forse avrebbe preteso un taglio maggiormente documentaristico (alla Rosi o alla Damiani, per intenderci) e meno romanzato, un film che a volte pecca di folclore e di macchiettismo: ma che ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Favino, mai così bravo (e c’è da chiedersi seriamente se la giuria di Inarritu a Cannes abbia visto giusto nel dare il palmarès a Banderas scordandosi del nostro attore), padrone del personaggio in ogni più nascosta piega, nella parlata siciliana come nelle trasformazioni del viso e del corpo tutto, con il passare degli anni, nello svolgimento delle azioni delittuose, nei momenti familiari, negli ordini e nelle stragi, nei dialoghi – perfetti – con i propri nemici in tribunale o con il rappresentante della legge. Durata 128 minuti. (Eliseo Grande, Eliseo Blu, Eliseo Rosso, Reposi, Romano sala 1, sala 2, sala 3)

L’ultima ora – Drammatico. Regia di Sébastien Marnier, con Laurent Lafitte e Emmanuelle Bercot. La vicenda è ambientata in una scuola superiore, dove un professore si getta dalla finestra sotto gli occhi atterriti degli studenti. Il supplente chiamato a sostituirlo, Pierre, nota da subito qualcosa di strano nella classe: un gruppo di sei alunni, molto uniti e dotati di una incredibile intelligenza precoce, ha un atteggiamento ostile verso chiunque e sembra stia preparando un piano misterioso. Pierre inizia ad essere ossessionato da questi sei adolescenti, fino a venir risucchiato nel loro gioco sinistro… Durata 103 minuti. (Romano sala 1, sala 2, sala 3 V.O.)

X-Men: Dark Phoenix – Fantasy. Regia di Simon Kinberg, con Sophie Turner, Jennifer Lawrence, Michael Fassbender, James McAvoy e Jessica Chastain. L’eroina Jean Grey acquista, a causa di un incidente nello spazio, enormi poteri che si rivelano tuttavia negativi e che la mutano in Dark Phoenix: dovrà essere “recuperata” dal gruppo dei suoi amici, Mystica, Magneto e Bestia, mentre dovrà guardarsi da un’aliena capace di cambiare forma e pronta ad entrare nella sua mente, a manipolarla, a farla esplodere. Durata 120 minuti. (Uci)

Welcome Home – Thriller. Regia di George Ratliff, con Riccardo Scamarcio, Aaron Paul e Emily Ratajkowski. Nel tentativo di riaccendere la scintilla del loro rapporto, Bryan e Cassie prendono in affitto una romantica villa nella campagna umbra tramite il sito web “Welcome Home”. Sul posto, Cassie fa amicizia con Federico, il vicino di casa bello e tenebroso. Bryan si sente subito minacciato dal fascino del ragazzo e la cosa infastidisce Cassie. Federico sfrutta proprio la gelosia di Bryan per mettere i due fidanzati l’uno contro l’altra: essi si ritroveranno presto coinvolti in una sexy quanto pericolosa caccia al topo dove scopriranno che la persona che ami di più potrebbe essere quella di cui fidarsi di meno. Durata 95 minuti. (Uci)

Quaglieni presenta Soldati ad Alassio

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Domenica 21 luglio,  alle 21,30 ,presso la Biblioteca Civica “R. Deaglio” di Alassio – “Auditorium R. Baldassarre”, sarà presentato il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”. ll Prof. Pier Franco Quaglieni, curatore dell’opera, dialogherà con Don Gabriele Corini, l’On. Enzo Ghigo e il Delegato dell’Accademia italiana di Cucina del Ponente Ligure Dott. Roberto Pirino. Coordinerà la giornalista Luisella Berrino. La lettura di alcuni brani scelta sarà di Milli Conte.

La pubblicazione esce nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese ed è aperta da un ampio saggio di Quaglieni, amico personale di Soldati e direttore del Centro Pannunzio, di cui lo scrittore fu uno dei fondatori e presidente per vent’anni. Il libro è ricco di saggi di autorevoli critici e studiosi, di relazioni a convegni, di semplici ricordi e testimonianze di amici noti e meno noti che permettono al lettore di ricostruire la poliedrica figura di Soldati scrittore, regista cinematografico e televisivo, critico d’arte, giornalista, esperto di enogastronomia. Inoltre una preziosa testimonianza di Chiara Soldati rievoca il lessico famigliare soldatiano.

Annota Quaglieni, nell’introduzione: “Forse Soldati non è piaciuto a certa critica proprio perché sfuggiva agli schematismi semplicistici, alle sintesi generiche e confuse. È stato un anticonformista per natura e per scelta. Uno degli aspetti che da sempre mi colpì in lui era il gusto appassionato per la vita e la volontà, spesso turbata da dubbi e contrasti morali, di godersela avidamente in tutte le sue espressioni”.

E ancora: “Soldati è stato come un destriero che non ha mai sopportato né morso, né briglie. Egli è stato ed ha voluto sempre rimanere un uomo libero, senza condizionamenti di sorta. Come Pannunzio, amante delle comodità di ogni giorno e a volte anche del lusso, Soldati ci ha insegnato la scomodità della dissidenza rispetto a ogni forma di conformismo.

Ingresso libero

Camilleri, indagatore dell’animo umano

in CULTURA E SPETTACOLI

Sono uno dei tanti che ha conosciuto, forse colpevolmente, il commissario Montalbano piú dalla tv che dai libri, uno dei tanti che si sente un po’ straniato a pensare al commissariato di Vigata senza la pelata di Luca Zingaretti o i baffetti di Cesare Bocci.

Se c’è un modo per comprendere la particolarità dell’opera di Camilleri, però, è di guardare fuori dall’Italia, andando a cercare su Youtube i teaser delle serie di Montalbano cosí come vengono proposte all’estero: solitamente, in Germania, in Russia, in Gran Bretagna, vengono montate le scene più concitate, si indugia un po’ sullo stereotipo italiano del buon cibo o del poliziotto donnaiolo, ogni tanto tutta la pubblicità si incentra su una scena di sparatoria.


Ora, chiunque abbia visto Montalbano sa che trovare una sparatoria o una sequenza di azione nei suoi sceneggiati è un fatto più unico che raro, e a volte è dura resistere quasi fino a mezzanotte, ogni lunedì sera, per capire come andrà a finire un’indagine solitamente lentissima e costellata di sottintesi.


Perché in questo sta l’unicità di Montalbano: il genere è sicuramente poliziesco, c’è il sangue, c’è la morte, la mafia, il sesso, ma non è questo quello che importa se uno vuole davvero apprezzare le sue indagini.


Quello che importa è l’animo umano, le sue debolezze, gli abissi a volte ripugnanti che è capace di sondare ordendo un crimine, i personaggi grotteschi, talvolta persino ferini, cosí vicini all’autore della letteratura italiana piú vicino a Camilleri, Luigi Pirandello: chi più di Catarella incarna l’umorismo, il sentimento del contrario, lo sdoppiamento della personalità tra l’incapace generoso e il genio del computer?
C’è Pirandello, c’è Sciascia, c’è forse anche di De Roberto e Tomasi di Lampedusa in Camilleri, quel senso di immutabilitá e a volte di rassegnazione spesso denunciato come causa di tanti mali della Sicilia, la mafia non come boss supercattivi cui dare la caccia, ma come qualcosa di sottile, tentacolare, cui si accenna sapendo che tende sempre le fila del crimine a Vigata, da demolire pezzo per pezzo, moralmente, senza scendere a patti o compromessi, prima ancora che penalmente.


Non si può pensare a Camilleri senza pensare all’universo narrativo che ha creato, Vigata, provincia di Montelusa,  è la sua tolkieniana Terra di Mezzo: la sua lingua a cui dare dei personaggi che la parlino, la sua storia che affonda fin nell’Ottocento, la libertà di crearsi un mondo che è il più grande privilegio accordato a uno scrittore e la più grande testimonianza di piacere e gioia che c’è nello scrivere, la sua genealogia, dai romanzi sull’Italia appena unita ai racconti del giovane Montalbano che fanno dell’opera di Camilleri, a pieno titolo, una Saga, una lunga, ininterrotta, sfumata e onnicomprensiva, dunque cosmica, narrazione.


E poi c’è la Sicilia, gli squarci di paesaggio fuori dal tempo, il divenire cronologico sospeso dalla calura, le piste in terra battuta e le automobili vecchie e scassatissime, un eterno meriggiare pallido e assorto in cui il passato può irrompere nel presente (sarà che i gialli in cui si incrociano passato e presente, come Il cane di terracotta o Un’estate del ’43 sono tra i miei preferiti, assieme al malinconico L’età del dubbio) e la verità che domanda di emergere, improvvisa e sovente mai del tutto chiara, – chi conosce un uomo fino in fondo? – da un crimine.

Questa è la grandezza di Montalbano, senza mascella quadrata alla Schwarzenegger ma con una calvizie da palla da biliardo, sensibile al fascino femminile come James Bond ma con i suoi acciacchi e i sensi di colpa, antitecnologico, umano, riflesso dell’impegno civile di Camilleri.
Un commissario cui capita addirittura di arrendersi, di nascondere qualcosa che ha scoperto per il bene di qualche disgraziata umanità, o, al contrario, quando la giustizia domanderebbe prepotentemente di essere fatta, di rimbalzare contro il muro di gomma dei piani alti istituzionali, che però non molla mai e può meritatamente godersi, alla fine, la sua lunga, iconica nuotata e la voluttuosa teglia di maestosi arancini.

 

Andrea Rubiola

Duecentomila Lire per il monumento di piazza Bodoni

in CULTURA E SPETTACOLI

Il monumento equestre si erge fiero ed imponente nel centro della piazza. Il generale Alfonso Ferrero della Marmora viene rappresentato con indosso la sua divisa militare, il mantello sulle spalle ed il capo calzato di feluca voltato verso sinistra, mentre è in sella ad un elegante cavallo con la zampa sinistra sollevata in segno di forza ed autorevolezza

Eccoci di nuovo pronti ad accompagnare i nostri lettori alla scoperta delle meravigliose opere d’arte presenti a Torino. Oggi vogliamo soffermarci sulle maestosità equestri, prendendo come soggetto della nostra usuale passeggiata “con il naso all’insù”, il monumento dedicato ad Alfonso Ferrero della Marmora. (Essepiesse)

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Il monumento equestre si erge fiero ed imponente nel centro di Piazza Bodoni. Il generale Alfonso Ferrero della Marmora viene rappresentato con indosso la sua divisa militare, il mantello sulle spalle ed il capo calzato di feluca voltato verso sinistra, mentre è in sella ad un elegante cavallo con la zampa sinistra sollevata in segno di forza ed autorevolezza. Il generale ha gli stivali infilati nelle staffe e mentre con la mano sinistra stringe le briglie, con la destra impugna la spada puntandola in avanti, di fianco alla gamba. La statua poggia su un piedistallo lapideo quadrangolare arricchito da importanti volute angolari e ornato con elementi in bronzo, foglie d’acanto e teste di leone. Nel gennaio 1878 morì a Firenze Alfonso Ferrero della Marmora, tenente generale e comandante dell’esercito, ministro della Guerra nei governi Pinelli, Gioberti, D’Azeglio e Cavour, governatore di Milano, prefetto di Napoli nel 1861 e primo ministro a Torino dal 1864 al 1866. Due giorni dopo la città di Torino, con una delibera della Giunta, decise di rendere onore alla memoria del generale erigendogli un monumento pubblico, mettendo a disposizione 20.000 lire e aprendo una sottoscrizione di ampiezza nazionale. 

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Il proposito era quello di realizzare un’opera di particolare rilevanza sia dal punto di vista artistico che dimensionale, un “Monumento Nazionale” per l’appunto, il cui costo fu stimato intorno alle 200.000 lire. Al finanziamento dell’opera partecipò anche il capitano Luigi Chiala, deputato al Parlamento e amico intimo di La Marmora, che inviò le 9.011 lire ricavate dalla vendita delle sue memorie, intitolate “Ricordi della giovinezza di Alfonso La Marmora” e “Commemorazione di Alfonso La Marmora”. La raccolta di fondi, nonostante la notevole partecipazione, riscontrò una notevole difficoltà nel raggiungere la cifra necessaria, tanto che il Municipio di Torino dovette mantenere aperta la sottoscrizione per ben dodici anni. Visto l’evolversi della situazione il marchese Tommaso della Marmora, nipote del generale e suo erede, preoccupato per il protrarsi dei tempi e per l’insufficienza dei fondi fino ad allora disponibili (nel 1890, anno della chiusura della sottoscrizione, si era raccolta la cifra di 73.639 lire) propose alla città di occuparsi direttamente della realizzazione dell’opera, integrando la somma raccolta con capitali propri. Tale proposito, che evidentemente aveva in mente da qualche tempo, l’aveva portato ad affidare il disegno del bozzetto di “una statua equestre in bronzo, grande circa due volte il vero, con proporzionato piedistallo” al conte Stanislao Grimaldi, aiutante in campo del generale e Regio disegnatore del re Vittorio Emanuele II che, si presume, portò a compimento l’opera senza ricevere alcun compenso. Nell’ottobre del 1886 Tommaso della Marmora, in accordo con lo scultore Grimaldi, propose al Municipio di collocare la statua al centro della nuova piazza Bodoni. Su richiesta del Sindaco di Torino, nel 1889 il Ministero della Guerra venne coinvolto nella realizzazione dell’opera equestre, rendendosi disponibile a fornire il bronzo necessario; la fusione del monumento venne eseguita nel 1891 nel Regio Arsenale di Torino, a spese del Ministero.Per la protezione del monumento si ebbe l’idea di realizzare una cancellata su disegno dell’Ing. Lorenzo Rivetti, già ideatore dell’elegante piedistallo su cui poggia la statua, ma fotografie di Mario Gabinio del 1924, testimoniano invece la presenza di una delimitazione costituita da catene poggianti su pilastrini in pietra, che venne in seguito rimossa. 

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Finalmente il 25 ottobre 1891, alla presenza di numerose autorità politiche, civili e militari, venne inaugurata l’opera dedicata a Alfonso Ferrero della Marmora; per l’occasione il Municipio di Torino “vestì a festa” piazza Bodoni addobbando i balconi delle case, allestendo alcuni palchi e studiando una “illuminazione straordinaria”.Va ricordato e fatto notare che il monumento a La Marmora è l’unico monumento equestre, presente a Torino, dedicato ad un militare e uomo politico. Per quanto riguarda un piccolo accenno alla piazza che ospita l’opera, va ricordato che Piazza Bodoni (inserita nel cosiddetto Borgo Nuovo), ha origini ottocentesche ed è stata realizzata frammentariamente nel corso di oltre un secolo. Il primo intervento edilizio risale al primo decennio dell’Ottocento ma, per giungere alla conformazione attuale della piazza, bisognerà attendere fino al 1928, anno nel quale venne realizzato l’edificio che accoglie l’Istituto Musicale Giuseppe Verdi, diventato dal 1936 Conservatorio di Stato.Nel 2002 piazza Bodoni è stata interessata da un intervento di riqualificazione: è stata pedonalizzata e ripavimentata con lastre in pietra poste secondo un disegno a cerchi concentrici che hanno come fulcro il monumento a Alfonso Ferrero della Marmora.

 

 

Simona Pili Stella

(Foto: www.museotorino.it)

 

I segreti del Testamento di Marco Polo

in CULTURA E SPETTACOLI

In mostra al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino

 

Lontana l’immagine epica e leggendaria dell’impavido viaggiatore ed esploratore (nonché mercante ed ambasciatore alla corte del Gran Khan) più famoso della storia. Al suo posto, si legge quella intima e inedita dell’uomo reso fragile dalla malattia, che sente accanto il soffio della morte e rivive nella memoria – in un nostalgico ma sereno flashback di quasi settant’anni di vita – affetti, amori, avventure, generosità non sempre forse assecondate nel tempo terreno e trepide comprensibili paure. E’ questa l’immagine “segreta” che emerge da “Ego Marcus Paulo volo et ordino”, la replica scientificamente conforme del Testamento di Marco Polo, presentata il 14 giugno scorso in Palazzo Madama ed esposta, fino al 15 settembre, al MAO- Museo d’Arte Orientale di via San Domenico a Torino. Scritto su una pergamena di pecora nel 1324 e pubblicato, dopo un lungo e minuzioso lavoro, da Scrinium (organizzazione veneziana, nata nel 2000, che ha fatto della conservazione del patrimonio culturale mondiale la sua autentica mission), il Testamento racchiude l’anima – per certi versi – inaspettata di Marco Polo, nato a Venezia il 15 settembre 1254 e a Venezia scomparso l’8 gennaio 1324. Un uomo ricco, generoso e profondamente attento agli affetti famigliari (al punto di ignorare volutamente le “regole” allora in vigore rispetto ai passaggi ereditari), un uomo che anche in punto di morte volle stupire con le proprie disposizioni testamentarie: questo ci racconta il documento in cui appare, in primis, la volontà di elargire cospicue elemosine e donazioni alle chiese e alle congregazioni religiose cittadine, quasi a volersi meglio assicurare la salvezza dell’anima nell’aldilà. Per sua esplicita volontà, si dovrà inoltre provvedere a restituire la libertà al suo fedele schiavo di origine tartara, Pietro, e a rimettere alcuni importanti debiti. Ma non solo. Stando sempre alle disposizioni testamentarie, Marco destina la parte più consistente della sua eredità alla moglie Donata Badoér e alle tre figlie Fantina, Bellela e Moreta in un momento storico in cui gli eredi venivano scelti esclusivamente fra i membri maschili della propria discendenza. E davvero strabiliante è l’elenco delle proprietà e degli oggetti favolosi lasciati alle donne di casa, preziosa conferma fra l’altro delle sue straordinarie imprese in Cina e del viaggio (compiuto attraverso la “Via della Seta” e tutto il continente asiatico) narrato nel “Milione”: dai bottoni di ambra alle stoffe traforate in oro, ai drappi di seta e alle redini di foggia singolare, fino al pelo   di yak e ad una “zoia” in oro con pietre e perle del valore di “14 lire di danari grossi”. Questo, almeno in parte, quanto si evince dal documento la cui ricerca è iniziata alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, dove si conserva fin dalla prima metà dell’Ottocento la pergamena su cui Marco Polo, dal letto di morte, dettò le sue volontà al prete-notaio Giovanni Giustinian e che venne ritrovata all’interno del Codice Marciano che raccoglie anche i testamenti del padre Niccolò e dello zio Matteo, compagni di Marco nel lungo viaggio alla corte di Kublai Khan (il più illustre discendente di Gengis Khan) del 1271. Documento che il mondo accademico si è conteso per anni, ma il cui studio avrebbe comportato seri rischi di danni per l’usura dell’originale. Di qui l’idea, maturata nel 2016, da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, insieme alla Biblioteca Nazionale Marciana e a Scrinium di avviare un progetto congiunto per realizzare un clone (in tutto sono oggi 185, per un valore di 5mila Euro l’uno, già tutti venduti nel mondo) perfettamente corrispondente all’originale stesso. “La prima fase è stata quelle delle indagini bio-chimico-fisiche sulla pergamena”, spiega Ferdinando Santoro, presidente di Scrinium che continua: “Contestualmente, il professor Attilio Bartoli Langeli, paleografo di fama internazionale, ha realizzato la prima edizione diplomatica corretta e completa del testo. Il Testamento è stato quindi consegnato per il restauro all’Icrcpal, Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario di Roma. Quindi è intervenuta Scrinium per le fasi di rilievo e le successive riprese ad altissima definizione sui documenti”. Un iter durato tre anni, contrassegnato da ricerche altamente impegnative che portano infine alla realizzazione per la Biblioteca Nazionale Marciana della prima replica conforme del Testamento (quella esposta oggi al MAO), di impressionante perfezione e certificato con firma autografa del direttore della Biblioteca, insieme alle preziose edizioni diplomatica e interpretativa, curate dal professor Attilio Bartoli Langeli, e ad un volume di approfondimento storico-scientifico a cura di Tiziana Plebani, con contributi di illustri storici e specialisti della materia.

Gianni Milani

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“I segreti del Testamento di Marco Polo”

MAO-Museo d’Arte Orientale, via San Domenico 11; tel. 011/4436927 o www.maotorino.it

Fino al 15 settembre

Orari: dal mart. al ven. 10/18, sab. e dom. 11/19; chiuso il lunedì

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Nelle foto
– Testamento di Marco Polo
– Ferdinando Santoro, presidente Scrinium
– Testamento di Marco Polo, edizione diplomatica e certificato di conformità

 

 

Qual Piuma al Vento: al Castello di Susa le opere di Daniela Baldo

in CULTURA E SPETTACOLI
Informale, intima e raffinata: sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono la pittura degli ultimi anni di Daniela Baldo. A raccontarli è la mostra «Qual Piuma al Vento», dedicata all’affermata artista valsusina e allestita nelle sale del Castello di Adelaide — Museo Civico di Susa.  
Nonostante la lunga carriera, iniziata ufficialmente nel lontano 1980, Daniela Baldo non riesce a nascondere la felicità di tornare ad esporre nella sua Valle di Susa: «Sono sinceramente emozionata; quando si gioca in casa, la pressione si fa maggiormente sentire perché sai che visiteranno la mostra anche persone che ti conoscono davvero».
Forse anche per questa ragione, l’artista ha pensato a ogni minimo dettaglio. L’allestimento semplice non lascia scampo: le opere sono le uniche, assolute protagoniste della mostra. L’ordinamento è chiaramente studiato per accompagnare il visitatore alla scoperta del mondo interiore, delle emozioni dell’artista. I lavori di Daniela Baldo appartengono a quella che viene definita arte informale: «A un occhio disattento le opere paiono come degli scarabocchi colorati — spiega il critico d’arte Paolo Nesta — solo se le si osserva con attenzione, si coglie la loro essenza e ci si rende conto che si tratta di sistemi di segni capaci di trasmettere emozioni». La necessità di prendersi del tempo per scoprire ciascun dipinto è ribadita dalla stessa artista: «Le mie opere non sono di immediata comprensione. Per questo chiedo a chiunque verrà a visitare la mostra di osservarle con calma». Così facendo, ciascun lavoro diventa come la pagina scritta di un diario segreto: rivelatore dello stato d’animo dell’artista e specchio delle emozioni dell’osservatore. 
«Il gesto pittorico sulla tela e i colori sono gli strumenti di dialogo con le mie emozioni interiori più profonde — racconta Daniela Baldo — per questo non amo spiegare i contenuti delle mie opere, ma sono curiosa di sapere se riesco a trasmettere a chi guarda una sensazione simile a quella che ho provato io dipingendo». Certamente, è riuscita a farlo nel dipinto che dà il nome alla mostra. Qual Piuma al Vento è una tela del 2018 in cui le pennellate blu e le reti nere di scarabocchi diventano espressione della precarietà della natura umana. Il senso di incertezza lascia spazio a atmosfere più rilassate in altri lavori come C’è una nuova stella (2019), Calde Emozioni (2018) e Alternanze (2017). 
La varietà di riflessioni offerte dai dipinti consente al visitatore di compiere un vero e proprio viaggio tra le pieghe dell’anima dell’artista valsusina: «Siamo orgogliosi di poter ospitare sino al prossimo 3 Novembre le opere di Daniela Baldo — spiega Stefano Paschero, responsabile della gestione del Castello — perché queste consentono ai visitatori di confrontarsi con il presente». Il Museo Civico di Susa non vuole essere un semplice custode del passato, ma un luogo vivo e attivo: «Mostre come questa, il cui biglietto di ingresso è incluso in quello di visita al museo, sono piccoli grandi passi verso il raggiungimento di un obiettivo decisamente ambizioso. Lavoriamo costantemente affinché il Castello di Adelaide possa diventare un punto di riferimento per la comunità e per i turisti della Valle di Susa». 
Giulia Amedeo 

Creature reali e fantastiche

in CULTURA E SPETTACOLI

Ritornano i “Kakemono” al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino. Fino al 4 ottobre

Opere estremamente delicate, in quanto realizzate in tempi remoti su carta o seta o cotone, per mantenersi inalterate nel tempo devono obbligatoriamente sottoporsi a periodiche soste di riposo ben custodite in appositi contenitori, al riparo delle luci della ribalta, per poi ripresentarsi al pubblico in perfetta “forma” con le loro misteriose immagini, evocatrici di simbologie e leggende le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Sono i “Kakemono” o “Kakejiku”, classici dipinti – o calligrafie – giapponesi eseguiti su rotolo verticale per essere appesi a parete ( a differenza degli “Emakimono”, rotoli pittorici che vengono invece aperti in senso orizzontale su una superficie piatta) e che ritornano in mostra, più fascinosi che mai, nelle sale del MAO-Museo d’Arte Orientale, dopo il forzato e saggio periodo di “letargo”, in rotazione con altre opere appartenenti alla Collezione del Museo di via San Domenico a Torino. Fil rouge che lega i dipinti presenti in mostra la rappresentazione, rispetto alla quale fin dal XII secolo gli artisti giapponesi hanno dato prova di straordinaria abilità compositiva e interpretativa, di soggetti animali: “creature reali e fantastiche” (come recita il titolo della rassegna), che fin dai tempi più antichi popolano l’arcipelago, così come l’immaginario del suo popolo e dei racconti tradizionali passati nel tempo di generazione in generazione e di artista in artista. La nuova rotazione di “Kakemono” trae dunque spunto da questa ricca produzione artistica, presentando, fino al prossimo 4 ottobre, una selezione di creature della terra, dell’acqua e dell’aria che sono immagini rappresentative di un mondo naturale dove allegoria, leggenda e mito si fondono in un unicum carico di sottile mistero e magica poesia. Così nel dittico di Scuola Kano, la più importante e longeva dell’arte giapponese (attiva dal XV al XIX secolo), il drago, protettore dell’Est e della primavera, dialoga con la tigre, emblema dell’Ovest e dell’autunno: l’abile gioco di pennellate a inchiostro concretizza l’abbinamento propizio di forze complementari, dominatrici di cielo e terra. A volgere lo sguardo al cielo verso la tonda luna è invece la rasserenante “Coppia di conigli” protagonista del dipinto di Maruyama Oshin (1791-1839): sono i conigli lunari, associati alla festa di metà autunno, quando, secondo la leggenda, è possibile scorgere sulla faccia lunare la forma di un coniglio intento a preparare il dolce tradizionale, il mochi. L’associazione del coniglio con la luna rinvia anche alla figura della principessa lunare, da cui la trasposizione moderna di “Sailor Moon”, protagonista di un cartone animato popolare in Italia. Proseguendo nell’iter espositivo, troviamo poi la bellissima “Coppia di carpe” del celebre Maruyama Okyo (1733-1795; attivo alla corte imperiale e fondatore della “Maruyama-Shijo”, fra le scuole naturaliste più prestigiose dell’epoca) che pare prendere vita, tanto è dettagliata la resa delle squame. E non è solo una questione di stile: “La carpa, in giapponese ‘koi’, rinvia – dicono al MAO – alla parola omofona che significa ‘amore’, e l’associazione simbolica è rafforzata proprio dalla scelta di presentare l’animale in coppia”. Altrettanto fine è ancora il dettaglio delle zampe della “Coppia di gru” di Kawamura Bunpo (1779-1821), artista di Kyoto, nelle cui opere la tradizione tematica giapponese si allarga a influenze realistiche occidentali. “L’augurio di longevità convogliato tradizionalmente da questa creatura si unisce all’auspicio di pace e speranza, di cui la gru è divenuta simbolo dopo la seconda guerra mondiale”. Nel corridoio che al Museo ospita le stampe policrome è anche presentata una selezione di “Ukiyo-e” ( genere di stampa artistica su carta, fiorita nel cosiddetto periodo Edo fra il XVII ed il XX secolo)il cui nucleo centrale è costituito da ritratti di famosi attori di teatro kabuki ad opera di Utagawa Kunisada ( noto anche come Utagawa Toyokuni III), fra i più importanti e celebri artisti del Giappone dell’Ottocento.

Gianni Milani

“Creature reali e fantastiche”

MAO-Museo d’Arte Orientale, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436927 o www.maotorino.it

Fino al 4 ottobre

Orari: dal mart. al ven. 10/18, sab. e dom. 11/19; chiuso il lunedì

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Nelle foto
– Opera di Scuola Kano
– Maruyama Okyo: “Coppia di carpe”
– Maruyama Oshin: “Coppia di conigli”

 

 

 

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