CULTURA E SPETTACOLI - Page 2

Mazzoli, il trionfo del ritratto

Con l’asservimento alle mode, anche nel campo dell’arte, accade spesso che il figurativo sia penalizzato facendo sì che artisti di livello che durante il 900 continuarono questo genere con capacità tecnica a sostegno dell’idea, siano stati dimenticati.

Purtroppo resiste il malinteso che essi siano accademici e superati, basti pensare a Gino Mazzoli straordinario pittore osannato in vita, uscito dall’Accademia Albertina con medaglia d’oro di cui non si parla quasi più.

La famiglia attenta alla cultura, il padre intagliatore di marmi, la madre discendente dai marchesi Pallavicini di Ghemme, lo sostenne nell’intraprendere gli studi accademici dove ebbe come maestro Giacomo Grosso che lo avviò alla ritrattistica.

Gli fu di stimolo anche l’ambiente casalese in cui gravitavano artisti di spessore quali Leonardo Bistolfi, Angelo Morbelli, il fotografo Francesco Negri e lo scultore Antonio Morera che per primo intuì in Gino, ancora fanciullo, il grande talento.

La predilezione per il ritratto, senza dimenticare la natura morta e il paesaggio, lo resero uno dei più appezzati pittori del tempo, richiesto dai personaggi più rappresentativi della politica, del clero, dell’aristocrazia.

Durante i soggiorni a Torino, Milano, in Francia,in Spagna, ritrasse, fra i tanti, Mussolini, Ciano, re Vittorio Emanuele III e la regina Elena, il generalissimo Franco e papa Giovanni XXIII.

Ritratti realistici e al tempo stesso interpretativi,non segno di adulazione e compromesso pittorico bensì un diario d’incontri che documentano la vita del tempo.

Come osservò acutamente Jean Servato  “ … Mazzoli non divenne pittore del regime ma fu dentro il regime… se così non fosse con la sua pittura di timbro ancora ottocentesco farebbe marciare indietro l’orologio della storia a cui il duce teneva spinto da slanci vitalistici e Bergsoniani…”

In questo modo Mazzoli ha colto la sua personale vittoria ossia il trionfo del ritratto avendo occasione di rappresentare la bellezza del linguaggio del corpo attraverso atteggiamenti, gesti e sguardi ma anche l’interiorità di chi gli stava davanti.

Bellissimi i nudi femminili, in particolare della moglie Tilde, che denotano una sensualità e preziosità affine a D’Annunzio che Gino, diciannovenne, aveva ammirato quando il vate giunse a Casale per presenziare al funerale di Natale Palli, suo pilota nel volo su Vienna, commemorandolo con coinvolgente pathos.

Tanti gli autoritratti che ne hanno accompagnato i cambiamenti fisici ma che hanno mantenuto l’aspetto fiero di chi è orgoglioso di essere pittore.

Solo dopo la morte della moglie gli autoritratti saranno tristi, quasi senza desiderio di vita e si recherà nel ricovero di Casale per ritrarre i vecchi malinconici che rispecchiano il proprio sentire.

 

Giuliana Romano Bussola

 

Pasqua tragica a Pollentia, Alarico contro Stilicone

Svettano le torri e le alte mura di Pollentia. Un anfiteatro da quasi 20.000 spettatori, un teatro per 7000 persone, grandiosi templi innalzati alle divinità romane ci ricordano che Pollentia (oggi la Pollenzo di Bra) era una delle più importanti città romane dell’Italia del nord. Una cittadella militare ben fortificata, quasi inespugnabile, ma nei giorni di Pasqua del 402 d.C. la paura fu grande perché si stavano avvicinando i Visigoti di Alarico con un grande esercito pronto a un nuovo massacro.

Il fetore delle orde barbare infestava la piana del Tanaro, la gente, trincerata dentro le mura, si stava preparando a festeggiare il giorno di Pasqua ma il terrore del nemico alle porte spezzò di colpo la serenità delle famiglie di Pollentia. Chi ricorda più la battaglia di Pollenzo, oggi certamente più nota per la prestigiosa Università di Scienze Gastronomiche, primo ateneo al mondo dedicato alla cultura del cibo, che per la storia antica. Eppure in questo territorio, 1600 anni fa, si svolse una celebre battaglia tra i visigoti di Alarico e i romani del generale Stilicone, di origine vandala. Fu una Pasqua tragica, quella del 6 aprile 402, nella pianura compresa tra il Tanaro e le alture di Santa Vittoria. Pollenzo è circondata dalle tende dei barbari che aspettano il momento giusto per attaccare la città che trascorre in pace e serenità un giorno di festa e di preghiera. Alarico arriva ai confini orientali con il suo sterminato esercito di Visigoti. Avanza verso la parte occidentale della penisola terrorizzando la popolazione e seminando lungo il percorso stragi e distruzioni.
Invasa la pianura padana attacca Asti ma non riesce ad espugnarla, prosegue la marcia e pianta le tende nella zona di Pollentia. Stilicone lo insegue con le sue legioni e si avvicina al campo dei Visigoti. I Goti, cristiani ariani, di Alarico sanno bene che anche per i romani la Pasqua è un giorno sacro e quindi nessun avrebbe attaccato il nemico. Stilicone era a poca distanza dal capo barbaro e lo scontro sarebbe stato inevitabile prima o poi ma per il momento era difficile pensare ad una battaglia proprio il 6 aprile. Invece così non fu, il re dei goti si sbagliava. La cavalleria romana di Saulo e di Stilicone, schierata sulle alture di Santa Vittoria, si lanciò dalle colline sorprendendo i goti che stavano festeggiando la Pasqua. Pur in preda al panico e quasi sbaragliati i barbari riuscirono in qualche modo a reagire e a mettere in seria difficoltà le legioni romane. Alarico parve perfino sul punto di vincere ma l’abilità di Stilicone e il coraggio dei suoi soldati ebbero la meglio sui valorosi barbari. Pollentia è salva. Dopo la disfatta Alarico riuscì a mettere in salvo se stesso e la maggior parte della cavalleria ma tra i goti fu una strage: migliaia furono i morti nella piana di Pollenzo e centinaia i prigionieri tra cui la moglie e i figli del re dei Goti. Alarico fu costretto a trovare un accordo con Stilicone ma non sparì del tutto dalla penisola, anzi tornò per saccheggiare e devastare Roma nel celebre sacco del 410. Nessuno lo fermò, neppure Stilicone che nel frattempo aveva perso il sostegno dei romani per simpatie filo-barbare. Fu arrestato, processato e giustiziato. Il borgo di Pollenzo, frazione di Bra, conserva ruderi e monumenti funerari dell’antica Pollentia nonché resti di armi romane e barbariche e frammenti di ossa umane.
Filippo Re

Cultura e salute, una mappatura

Durante l’estate appena trascorsa, in uno scenario pandemico che ha fatto emergere con ancor più forza il ruolo strategico di un’alleanza tra cultura e salute, un team di ricercatori provenienti da diversi contesti (Fondazione Medicina a Misura di Donna, Cultural Welfare Center e DoRS,) ha portato avanti un’indagine sostenuta dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, volta alla conoscenza dei soggetti con progetti attivi e/o sensibili alla connessione tra Cultura e Salute in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

Il lavoro di ricerca condotto tra luglio e settembre 2020 ha fatto emergere un ecosistema complesso fatto di 2821 iniziative portate avanti negli ultimi dieci anni da quasi 250 soggetti.

Si tratta di realtà di medie dimensioni, prevalentemente non profit, che dedicano le loro energie soprattutto alla relazione tra cultura e prevenzione.

Di questo ecosistema fa parte anche il progetto DanzArTe, che vede la collaborazione di università, musei e strutture ospedaliere tra Liguria e Piemonte.

La Biblioteca civica Arduino propone le recensioni degli utenti

Da ora in avanti, i consigli di libri e film arriveranno dagli utenti: la biblioteca civica Arduino ospiterà le loro recensioni sulla sua pagina facebook @bibliomonc, pubblicandole in corrispondenza con l’appuntamento settimanale del Venerdì dello scrittore.

Il Venerdì dello scrittore è l’appuntamento ormai consolidato del venerdì pomeriggio alle 18, con la proposta ogni settimana di una diversa pillola video, in cui un nuovo autore presenta una propria opera (nel prossimo, venerdì 2 aprile, saranno protagonisti Maurizio Allegranza e il suo approccio #greenthink all’abitare).

Era un po’ che accarezzavo questo progetto, e ora siamo partiti. Credo molto nel dare la parola ai nostri utenti, conformemente a una visione ‘inclusiva’ del ruolo delle biblioteche sul territorio – spiega soddisfatta l’assessore alla Cultura Laura Pompeo – che vede in esse un presidio di cultura fondamentale e uno spazio pubblico prezioso, da tutelare in tutti i modi”. Si promuove il valore della lettura e, insieme, si alimentano i legami tra gli utenti e il servizio: “Io stessa ho già iniziato, pubblicando una decina di recensioni che spaziano dai classici a nuove uscite, dai libri per bambini ai saggi. Invito tutti i nostri utenti e lettori a fare altrettanto, facendo dono a tutti di suggestioni e titoli per loro significativi”.

La Grande Regata, avventura salgariana tra le onde del lago d’Orta

L’associazione “I Lamberti” di Omegna, ispirata all’opera di Gianni Rodari, ha dato alle stampe in collaborazione l’editore Mnamon il volume  La Grande Regata di Sergio Agnisetta (alias Yanez de Gomera), un romanzo grafico scritto e illustrato all’acquerello tra il 1944 e il 1948. L’autore, noto medico e velista, era coetaneo e compagno di classe alle elementari di Gianni Rodari.

Un libro molto bello e curioso, composto di 174 pagine la metà delle quali illustrate in formato A4 . Una strenna che conclude degnamente le manifestazioni dell’anno rodariano durante il quale – pur con le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria conseguente alla pandemia da Covid – sono stati ricordati il centenario della nascita ( che coincideva con quello dello stesso Agnisetta) e il quarantesimo della scomparsa del grande scrittore omegnese. La Grande Regata è una storia di matrice salgariana ambientata sul lago d’Orta, magicamente trasformato nei mari solcati dai prahos di pirati e tigrotti della Malesia che  s’inseguono e si danno battaglia tra mille avventure. I protagonisti sono lo stesso Agnisetta, in arte Yanez, e molti personaggi omegnesi trasformati negli eroi resi immortali dal più grande scrittore italiano di romanzi d’avventure: dal dentista Gualtiero Ripamonti all’industriale Massimo Lagostina, dal farmacista Giorgio Lapidari al notaio Giancarlo Bertoli, dalla professoressa Carla Ferrari all’impiegata e pittrice Nanda Cane. Scritto e illustrato dal medico e primario dell’ospedale cusiano della “Madonna del Popolo” in gioventù durante gli studi di medicina è una sorta di antesignano dei moderni graphic novel. La storia è ambientata nel 1843 e racconta le peripezie di una fantomatica gara di corsa a vela intorno al mondo, vinta dal praho di Yanez ai danni del misterioso uomo mascherato. In realtà quella regata si svolse sul Lago d’Orta (forse una Omegna-Orta-Omegna), probabilmente poco prima della guerra. Vi sono delle evidenti, e di sicuro volute, incongruenze sia nello scritto sia nei disegni: ad esempio, nel 1843 non esistevano le cabine telefoniche né i microfoni, né altre apparecchiature elettriche che talvolta compaiono; le barche sono per lo più di fattura moderna: le due che si contendono il traguardo finale sono degli odierni beccaccini, sullo sfondo del Lago d’Orta visto da Omegna, con l’aggiunta di un faro sulla Punta di Crabbia. Sergio Agnisetta, negli spazi di tempo libero ritagliati tra gli impegni imposti dal giuramento di Ippocrate, oltre alla passione per la vela ( ambiente dove era conosciuto con l’appellativo di Yanez), si dedicò anche al disegno e alla pittura. Le illustrazioni all’acquerello,le straordinarie somiglianze dei personaggi ne testimoniano la straordinaria abilità artistica  che l’autore accompagnava con la sua fervida fantasia. L’associazione culturale ‘I Lamberti’, nata alcuni anni fa prendendo spunto dal noto romanzo di Rodari “ C’era due volte il barone Lamberto”, ha già promosso molte attività culturali, distinguendosi nel non facile compito di  promuovere la riscoperta e l’approfondimento della storia e dei personaggi del territorio attorno al lago d’Orta. Il volume è acquistabile presso il Forum Shop di Omegna e il prezzo di copertina è di 35 euro.

Marco Travaglini

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto

Liberty misterioso: Villa Scott

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autori delle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott

Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torineseuna villa silenziosaNascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberil’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in  delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglioche allora aveva 36 anni

Fenoglio si impegna nella costruzionedando al  progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battutoAlla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzioneche la utilizzano per ospitare un collegio femminilenoto con il nome di Villa Fatima. Fenoglioche lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussonirisolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbricaaccanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esternaL’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’AcajaNel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torrettauno su quattro livelliun altro sutre, ma con un bovindo quadratocollegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza.  La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di loggebovindivetrategli elementi litocementizi di finitura murariaripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami ecletticiLa fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzinogli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oroil tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestivatanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italianiProfondo rosso, del 1975.

Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionatialcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglioanch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazionesede inquietante di vicende 

orrorifichepurtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott. 

Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere  mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotagepoiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata  restaurata e adibita a residenza privata.

Alessia Cagnotto

“Riporta il cinema a Racconigi!”

Ha fatto centro la campagna di crowdfundingorganizzata dall’Associazione “Progetto Cantoregi”

Racconigi (Cuneo)

Non più solo una chimera. Il desiderio annoso di gran parte, è pensabile, dei racconigesi – cinefili e non – si sta pian piano avverando. A Racconigi sta infatti prendendo forma e concretezza il sogno di serate cinematografiche e di cineforum presso la sede della Soms (ex Società Operaia di Mutuo Soccorso) al civico 23 di via Carlo Costa.

Grazie ai fondi raccolti con la campagna di crowdfunding “Riporta il cinema a Racconigi!”(realizzata nei mesi scorsi nell’ambito del progetto “Crowdfunding 2020. Nuove risorse per dare fiducia al Terzo Settore”, promosso dalla Fondazione CRC, in collaborazione con Rete del Dono), l’Associazione Culturale “Progetto Cantoregi ha finalmente acquistato il nuovo proiettore video e il nuovo telo daproiezione. E alla “Soms” s’assiste, in questi giorni, a un gran fermento per i lavori di montaggio, così daessere pronti a ripartire non appena l’emergenza sanitaria lo permetterà, offrendo ai cittadini la possibilità diimmergersi nella magia del cinema su grande schermo.

La valutazione delle migliori apparecchiature al miglior prezzo è stato effettuata grazie alla consulenza e collaborazione di Luca Marengo, esperto nel settore.

L’acquisto del proiettore e del telo è stato possibile grazie alle donazioni di 200 persone che hannopermesso di arrivare alla cifra di 7.500 euro, a cui si aggiungono 5mila euro di sostegno della Fondazione CRC.

Intanto è sempre aperto il sondaggio cinematografico sulle pagine Facebook e Instagram di Progetto Cantoregi” per capire quali siano i film più amati dai racconigesi e dai cittadini del territorio, in modo da proiettare alcuni di quelli più richiesti non appena teatri e cinema potranno riaprire.

Con una particolare e lodevole attenzione alla comunità, Progetto Cantoregi sta anche coinvolgendo le associazioni locali nella pianificazione delle proposte cinematografiche: le proiezioni di film per bambini e famiglie saranno organizzate in collaborazione con l’Associazione Goccia dopo goccia, mentre le rassegne di pellicole più adatte al pubblico dei giovani saranno realizzate in collaborazione con l’Associazione Tocca a noi.

Info: 335.8482321 – www.progettocantoregi.it – info@progettocantoregi.it – Fb Progetto Cantoregi – Tw@cantoregi – IG Progetto Cantoregi.

g. m.

C’erano una volta i matti

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
***
1. La folle storia della follia
Per le comunità arcaiche, la follia possedeva una forte connotazione mistica, infatti l’opinione comune voleva che tale stato mentale fosse causato dall’influsso di qualche divinità, ed era quindi compito dei sacerdoti trovarne una cura attraverso riti e preghiere.  Nel Medioevo, invece, la follia era considerata una forma di possessione demoniaca, e la gestione della malattia passò così dai sacerdoti/stregoni alla Chiesa, più precisamente fu affidata all’arbitrio di esorcisti e inquisitori. Si credeva allora che un’entità malvagia si insinuasse negli umori del malcapitato, intaccandone il corpo, e l’unica guarigione possibile, per una mentalità che guardava prevalentemente all’Aldilà, era la purificazione dell’anima attraverso la distruzione della carne, per mezzo di roghi o impalamenti.  Solo nel XVII secolo la psichiatria venne riconosciuta come una scienza medica, anche se la malattia mentale continuò ad essere ritenuta inguaribile, progressiva e incomprensibile. Durante l’Illuminismo le cause della follia vennero ritrovate nella perversione della volontà che sfuggiva al controllo della ragione, di conseguenza la cura si doveva rinvenire in rigidi metodi di insegnamento di “regole di convivenza”, di “socialità” e “tolleranza reciproca”, attraverso semi-annegamenti in apposite vasche, minacce con ferri roventi ed esplosioni improvvise di polvere da sparo. Con il trascorrere del tempo e l’evolversi delle conoscenze, e con altrettanta lentezza, anche l’atteggiamento nei confronti della malattia mentale mutò. La luce in fondo al claustrofobico tunnel della storia della follia fu il medico francese Philippe Pinel, che, nel 1793, propose l’abolizione delle catene, che tenevano gli alienati doppiamente imprigionati alla loro condizione, e la separazione di questi dai criminali. I matti non sono più terribili sbagli della natura da nascondere con disprezzo e vergogna, ma semplici malati da studiare e curare. I manicomi nascono, dunque, da un gesto umano, oltre che scientifico, ma spesso la storia ci insegna che la volontà e i buoni propositi hanno ben poco a che fare con la cruda realtà dei fatti. Anche a Torino c’erano i “pazzerelli”, e ce n’erano tanti, poiché con questo termine non si indicavano solamente gli alienati o le persone affette da qualche disturbo psichico, ma anche i vagabondi, i mendicanti, i nullatenenti, gli sfaccendati, i maghi, i bestemmiatori, le donne di facili costumi, i libertini, i figli ribelli, i sifilitici, gli alcolisti, gli individui politicamente sospetti, gli eretici, e tutti quei personaggi stravaganti che potevano in un qualche modo essere fonte di instabilità sociale, pericolo per la cittadinanza o fonte di scandalo per le famiglie più abbienti.   Per crudele ironia della sorte, fu proprio il re Vittorio Amedeo II, morto pazzo nel 1732, a finanziare la costruzione del primo “Spedale de’ Pazzerelli” a Torino. La struttura sorgeva tra via San Domenico, via Piave, via Bligny e via Santa Chiara, era gestita dalla Confraternita del SS. Sudario e Beata Vergine, che, in cambio, ottenne di non pagare l’acquisto dei materiali necessari per il funzionamento dell’attività, e già nel 1629, un anno dopo la sua costruzione, lo stabile era in grado di accogliere i primi degenti. All’interno della struttura i folli erano divisi dai vagabondi e dai criminali, inoltre i violenti, o coloro di più difficile gestione, erano sistemati in stanze più interne, mentre a potersi affacciare alle finestre che davano sulla normale vita cittadina, erano quelli ritenuti miti e innocui. Il buon cuore e la carità insiti nell’animo umano non tardarono a farsi sentire: all’esterno della struttura, gli abitanti delle case adiacenti al manicomio iniziarono a lamentarsi dei comportamenti scandalosi dei malati aldilà delle finestre; all’interno, invece, le condizioni di detenzione dei degenti stavano via via ulteriormente peggiorando, tanto che un esponente dei Savoia esordì con un “io qui dentro non ci metterei nemmeno i cavalli!” Il 13 maggio 1834, alla presenza di re Carlo Alberto, venne inaugurato il nuovo manicomio di Torino, che sostituì quello vecchio e sovraffollato; la nuova struttura venne indicata come l’“albergo dei due pini”, ingannevole perifrasi con cui veniva soprannominato l’orrido e temuto luogo di detenzione. Il complesso sorgeva non troppo lontano dal primo, tra via della Consolata, corso Valdocco, corso Regina Margherita e via Giulio, dove era situato l’ingresso. L’edifico era costituito da due lunghe maniche parallele interrotte al centro dal settore dei servizi, che separava il reparto femminile da quello maschile. Sulla carta, le corsie e le celle erano distribuite a seconda delle patologie e del grado di difficoltà che presentava il trattamento, vi era, inoltre, una sezione apposita per i maniaci provenienti dalle carceri. La grande innovazione di questo stabile stava nel fatto che veniva consentito ai degenti di passeggiare all’aria aperta, infatti, ad abbracciare l’edificio c’era uno spazioso giardino, a sua volta perimetrato da alte mura, divisione obbligatoria, materica ed ideologica tra il mondo dei normali e quello degli anormali. Anche un’altra innovazione coincise con l’edificazione del manicomio di via Giulio: il passaggio dei poteri dalla Confraternita ai sanitari, il periodo assistenziale gestito dai religiosi era finito, si apriva ora la fase clinica in cui il medico era il funzionario del nuovo ordinamento. Ad assumere l’incarico di primo medico interno in servizio fu Benedetto Trompeo, un dinamico trentunenne di larghe vedute, a cui si deve l’introduzione del concetto di cartella clinica e dell’ergoterapia. Grazie al suo metodo curativo, che si basava su una terapia sedativa, (salassi e bagni bollenti o congelati) e su una terapia “morale” che consisteva nel passeggiare per l’ombroso giardino, giocare alle bocce e leggere dei libri adatti, riuscì a dimettere cento pazienti come “risanati”. Gli successe Stefano Bonacosa, grande viaggiatore e studioso; egli si soffermò sull’influenza delle condizioni organiche e dell’ambiente sulla genesi della malattia mentale. Divenne primario del Regio Manicomio e il primo ad ottenere in Italia, nel 1850, la cattedra per l’insegnamento della psichiatria.
L’8 settembre del 1852 nasce il fin troppo celebre manicomio di Collegno, giorno in cui ottanta “maniaci maschi”, provenienti da via Giulio, furono trasferiti in una parte della vecchia Certosa Reale di Collegno. I nuovi ospiti risultarono un po’ troppo chiassosi per l’antico ordine monastico che viveva lì, volontariamente silenzioso e lontano dal mondo esterno, e così la convivenza finì nel 1855, anno in cui ufficialmente la Certosa di Collegno, con tutti i terreni annessi, entrò a far parte del patrimonio del Regio Manicomio. Le candide mura tennero al sicuro gli scrupoli di coscienza della gente comune fino al 4 giugno del 1998, quando l’ultimo ospite della struttura fu costretto ad andarsene. Dal punto di vista giuridico, la prima legge organica che regolamentò la materia fu la Legge 36, “Disposizione sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati”, relatore Giovanni Giolitti, approvata dal Parlamento italiano nel 1904. In questo modo la società si proteggeva dal “matto” e consentiva a chiunque di individuare un individuo “pericoloso a sé o agli altri” e chiederne l’internamento in manicomio dietro l’invio al Pretore di un certificato medico e di un atto di notorietà “nell’interesse degli infermi e della società”. Il numero dei ricoverati nei manicomi triplicò.  La triste vicenda dello studio e della cura della follia continua, si complica e diventa più affollata. Con l’aumentare dei ricoverati nacquero altre strutture, nel 1913 il Ricovero di Savonera, nel 1931 l’Istituto interprovinciale Vittorio Emanuele III per infermi di mente, a Grugliasco, (dove lavorò Luisa Levi, prima donna italiana a laurearsi in Medicina e Psichiatria), tra il 1931 e il 1934 sorsero otto ville Regina Margherita per i pazienti più abbienti e, infine, nel 1966, Villa Rosa, residenza dedicata alle pazienti anziane tranquille. Tuttavia ciò che è lontano dagli occhi rimane anche lontano dal cuore, gli alienati erano comunque spettri di un altro mondo, nulla avevano da spartire con la quotidiana vita della brava gente non-matta, fino a quando la televisione non costrinse tutti a guardare: il 3 gennaio 1961 andò in onda “ I Giardini di Abele”, un servizio sul manicomio di Gorizia, a cura di Sergio Zavoli, su TV7, subito dopo il Carosello. Ora non c’erano più scuse per non vergognarsi.  I protagonisti dell’inizio della fine degli ospedali psichiatrici, (chiamati così dal 1929), furono gli studenti torinesi di Architettura e di Lettere, sotto la coraggiosa guida di Franco Basaglia, brillante psichiatra veneziano, che proprio nel piccolo manicomio di Gorizia iniziò la sua rivoluzione. Il 13 maggio 1978 il Parlamento approvò la Legge 180, nota come Legge Basaglia, che impose la chiusura degli ospedali psichiatrici in cui erano state rinchiuse migliaia di persone in condizioni disumane. Successe quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo del Presidente Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse e forse proprio per questo tale provvedimento, così rivoluzionario, passò inosservato. O forse perché ci sono delle cose che si fatica ad accettare, ci sono colpe difficili da farsi perdonare, alcuni sguardi che è impossibile sostenere. Caetano Veloso cantava “ da vicino nessuno è normale”, ma solo un matto potrebbe lasciarsi avvicinare così tanto da farsi scoprire per come è veramente.
Alessia Cagnotto

La Pandemia non è solo emergenza sanitaria

La Pandemia è una creatura mitica “una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno lavorato nell’apparente condivisione di un unico scopo’’ realtà molto più complessa di una emergenza sanitaria 

 

Una sorta di cospirazione umana all’inettitudine sapiente. Così l’incipit dell’ultimo saggio di Alessandro Baricco ( ‘’ Quel che stavamo cercando ’’ Feltrinelli 2021 , pagg. 33, euro 4 già in pdf  2020).  Pamphlet a metà strada tra il j’accuse e la cronologia critica degli eventi, amara riflessione sulla condizione del cittadino resiliente postpandemico. L’opera dello scrittore torinese tenta una difficile ibridazione tra la narrazione e il saggio sociologico in stile neofrancofortese. Si cercano le cause e gli effetti del covid19 nella morale, nella tecnè decaduta a innovazione sterile, di una scienza epistemologicamente incapace di fronte al Moloch della macrotragedia collettiva, che il Pianeta sta vivendo e forse rivivrà. Punizione divina, abbassamento della soglia minima della morale ( Theodor Adorno ), disattenzione medica o semplice ‘eterno ritorno’ . L’autore non sa darne una risposta univoca perché in oggettività non esiste. Turbocapitalismo ( Diego Fusaro). Tribecapitalismo cibernetico-commerciale. Povertà degli animi e delle masse sempre più impoverite, che alla fine ci presenteranno il conto, questo si. Anche come cauzione. Per riscattare il consumismo materialista, di cui esse sono le prime vittime, corporali ed etiche. Accelerazione degli stili di vita, dell’obsolescenza digitale del software e dell’hardware etico. ‘’Civiltà’’ del tweet e del motteggio beota del Mega Gioco telematico.  Uomini e donne sottratti dai lockdown policromatici alla visibilità interattiva, trasmigrano da ectoplasmi civili in zombie sociali, messaggi in bottiglia, sottratti al normale fluire dello spazio-tempo psichico e dello spazio tempo-fisico, affidati al mare in tempesta dell’autocoscienza di precarietà. Che non è più salariale o reddituale o almeno non solo, ma l’incedere del tutto per l’incerto. Incerto ermeneutico del senso, angoscia kierkegaardiana e regressione psicologica nell’ edonismo difensivo e infantile, rifugio nell’effimero, antiideologia di cui le 33 pagine del testo rimandano agli anni del Cristo salvifico ( sola risposta suggerita sotto traccia?! ) o dell’Anticristo di un Soloviev. Ma non nella fine del mondo secondo Baricco del tutto ridicola e agitata ad hoc a seconda che ci vadano male o bene le cose.  Non nell’Armageddon della lotta finale tra istanze etiche e amorali o malefiche, ma il trucco sta nel chiedersi se in una società moderna e tecnologicamente avanzata, la morale abbia ancora un significato o no. Di rinuncia, di buon senso, di fare un passo indietro necessariamente debole e non Lebole. ‘’Oggi a me e domani a te e la lotta per il panino’’, lasciamoli per una volta per un x di tempo, anche infinitesimale fuori dalle nostre menti, dai nostri cuori-pratici. E un amore qualsiasi agapico per un lettore credente o pagano relazionale o entrambi sono la ‘’soluzione’’. Per i più volitivi o per più Fortunati. Saranno la sola domanda. Risposte non ce ne sono, neanche ‘’deboli ’’.

Aldo Colonna