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CULTURA E SPETTACOLI

“Sul binario per Matera”

in CULTURA E SPETTACOLI

È appena uscito in commercio il nuovo libro di poesie dello scrittore lucano Luigi Ditella intitolato “Sul binario per Matera”.

Un testo che fa riflettere e sognare ad occhi aperti. Un viaggio nella Lucania aspra e selvaggia ma sempre bella,meravigliosa ed accogliente.Occhi attenti che scrutano con dovizia di particolari tutto ciò che circonda il bravo poeta Luigi, addolorato perché assiste impotente allo svuotamento della sua Terra, con tanti giovani che partono per cercare fortuna al Nord Italia ma anche all’estero. L’autore Nasce a Tricarico, MT,42 anni fa,coniugato vive tuttora nella provincia di Potenza.Impiegato nelle ferrovie ha svolto il servizio militare a Torino ed è rimasto innamorato della città Sabauda al punto che quasi ogni anno ci ritorna felice come un ragazzino. Ha scritto tanti libri e vinto numerosi premi.Di recente è stato eletto segretario generale Filt Cgil Basilicata,grande  sostenitore dei diritti dei lavoratori e battagliero sempre per portare avanti istanze,anche in Parlamento, atte a migliorare la vita lavorativa dei lavoratori nel mondo del trasporto.

Vincenzo Grassano

Ritratti di cinema. La sala, il lavoro, il pubblico

in CULTURA E SPETTACOLI

20 ottobre – 15 novembre 2020. Polo del ‘900Corso Valdocco 4/A, Torino

Ritratti di Cinema. La sala, il lavoro, il pubblico è una mostrafotografica nata per ritrarre le comunità cinematografiche e coloro che continuano a vivere e promuovere la settima arte nelle sale piemontesi, ideata e curata da Alessandro Gaido, con le fotografie di Diego Dominici.

Le fotografie che compongono la mostra sono state realizzate durante l’edizione 2019 di Movie Tellers – Narrazioni cinematografiche, rassegna organizzata dall’Associazione Piemonte Movie che mette in relazione le sale cinematografiche locali con film realizzati sul territorio.

Dopo 3 edizioni che hanno toccato 36 sale del Piemonte in 94 appuntamenti portando 36 film tra lungometraggi, documentari e cortometraggi accompagnati dagli autori e da molti altri professionisti che li hanno realizzati, la rassegna e tutti i soggetti coinvolti trovano in questa mostra un riconoscimento e un modo per resistere.

Il risultato sono 54 scatti di diversi formati che mostrano 27 cinema in attività su tutte le province del Piemonte, che oggi più che mai è necessario tutelare. Luoghi, in particolare quelli nei piccoli centri, che già prima della crisi pandemica faticavano a presidiare culturalmente i territori in cui sorgono e che questa situazione imprevedibile mette ulteriormente a rischio.

L’esposizione, visitabile gratuitamente dal 20 ottobre al 15 novembre al Polo del ‘900 (Corso Valdocco 4/A, Torino) si snoda in 3 ambienti che accolgono 3 macro-temi toccati dalle fotografie: la sala, il lavoro e il pubblico. Una parete è una carrellata di “polaroid”, create graficamente da Diego Dominici con tutti i volti di gestori e proprietari, le attrezzature, gli oggetti e le curiosità colti dal suo obiettivo.

Lungo le pareti scorrono poi 3 frammenti di testi tratti da scritti di Bruce Springsteen, Beppe Fenoglio e Cesare Pavese, abituali frequentatori di sale cinematografiche, divoratori di immagini in movimento e creatori di emozioni letterarie.

La saletta proiezione completa il percorso con un focus sulle tante sale della città di Torino, attive e non, raccontate inManuale di Storie dei cinema (Italia, 2019, 20’) di Stefano D’Antuono e Bruno Ugioli. Il cortometraggio ha vinto la seconda edizione del contest per lo scouting di giovani talenti cinematografici Torino Factory, grazie al quale il progetto del film è stato sviluppato e realizzato con il supporto di professionisti esperti durante i laboratori produttivi di Torino Factory. Inoltre il percorso di questo progetto è proseguito ulteriormente e proprio in questi giorni si sta concludendo la produzione della versione lungometraggio, prodotta da Rossofuoco e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e del Museo Nazionale del Cinema.

«Con l’amico e fotografo Diego Dominici abbiamo attraversato una lunga serie di 27 dissolvenze incrociate. I cinema che abbiamo visitato, le loro storie, le persone che li gestiscono, il pubblico che li frequenta sono vivi, esistono e mutano verso il futuro ma allo stesso tempo sono il passato, trasudano ricordi, emozioni, esperienze. Sono l’emblema dell’arte più moderna, vecchia di 125 anni ma pronta a rinascere come e dove meno te l’aspetti.». Alessandro Gaido, presidente dell’Associazione Piemonte Movie e curatore di Ritratti di Cinema.

«Al Polo del ‘900, ospitiamo molte iniziative che affidano al linguaggio cinematografico il compito di comunicare storie, fatti e valori. La collaborazione con Piemonte Movie e Torino Città del Cinema 2020 è il risultato di una visione comune che qui intende analizzare il cinema nella sua duplice dimensione di luogo di fruizione e di spazio di lavoro. La mostra Ritratti di cinema si colloca in questo scenario mostrandoci i volti, i luoghi e i backstage che rendono possibile la settima arte. Siamo lieti di accoglierla al Polo del ‘900 e presentarla al nostro pubblico.». Alessandro Bollo, direttore Fondazione Polo del ‘900

L’organizzazione della mostra è a cura dell’Associazione Piemonte Movie, con la collaborazione del Polo del ‘900, dell’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, della Film Commission Torino Piemonte, di Agis-Anec Piemonte e Valle d’Aosta e realizzata in occasione di Torino Città del Cinema 2020.

INFO

Polo del ‘900Galleria delle immagini

Palazzo San Celso – Piano 2 (Corso Valdocco 4/A. Museo diffuso della Resistenza)

Ingresso libero

 

ORARI

Da martedì a domenica ore 10.00 – 18.00

Chiuso il lunedì

Tel. 011.011.20.780

info@piemontemovie.com

www.piemontemovie.com

www.facebook.com/PiemonteMoviegLocal

La Cina urbana, “grandeur” e palesi contrasti in mostra al MAO

in CULTURA E SPETTACOLI

“China Goes Urban. La nuova epoca della città”

Fino al 14 febbraio 2021


La città che verrà. Spazi urbani declinati al futuro. O meglio, in equilibrio (più o meno precario) fra passato, presente e futuro. Con tutte le conseguenti implicazioni e contraddizioni – sul piano sociale, economico, non meno che estetico – che inevitatibilmente possono derivarne, così come ci raccontano gli imponenti grattacieli affacciati alla campagna dove vediamo donne curve al lavoro dei campi o i moderni edifici residenziali e gli avveniristici centri del “business” affiancati a mercatini e botteghe che resistono all’implacabile ondata del “nuovo” che avanza: contrasti stonati e perfino sfrontati, ma inevitabili – si diceva – e che ben si amplificano in un Paese come la Cina, dove ogni anno oltre 16milioni di persone si spostano dalle aree rurali a quelle urbane (quando, a fine anni ’70, solo il 18 per cento della popolazione cinese abitava nelle città), dando origine a quella che è considerata la più grande migrazione di massa che il mondo abbia mai visto. Giustificati dunque i riflettori puntati sulla “nuova” Cina urbana presentataci, attraverso fotografie, video, mappe e pannelli, nell’originale mostra “China Goes Urban.

La nuova epoca della città” ospitata, fino al 14 febbraio, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino. Curata dal Politecnico di Torino e da “Prospekt Photographers” con la “Tsinghua University” di Pechino, in collaborazione con Intesa San Paolo, la rassegna, partendo dal “caso Cina”, vuole essere “un’occasione – precisano gli organizzatori – per approfondire e interrogarsi sulle sfide lanciate dai cambiamenti urbani in atto non solo in Cina, ma in tutto il pianeta, indagando su alcune new town cinesi e sulle contraddizioni innescate dai loro frenetici processi di inurbamento e di espansione urbana”.

Quattro sono le “new town” su cui, fra ricerca e immaginazione, il visitatore viene condotto a riflettere sulla nuova urbanizzazione cinese e sul (nostro) comune futuro urbano: Tongzhou, Zhengdong, Zhaoqing, e Lanzhou. Due le sequenze logiche attraverso cui si snoda il percorso della mostra progettata per smontare via via il rassicurante concetto di “eccezionalità” cinese. La prima ci porta in una “exhibition hall”, luogo tipico delle “new town” dove le amministrazioni pubbliche e le imprese di costruzioni mettono in scena la città promuovendone sul mercato lo stile di vita e i successi ottenuti; la seconda si muove invece partendo da spazi vuoti per arrivare alle persone, ai singoli individui ripresi nelle loro attività quotidiane o in ritratti “situati” dentro i nuovi insediamenti.

 

Ecco così smontarsi il castello delle ipotesi e delle presunte certezze. In un gioco di immagini riflesse in cui le nuove megalopoli cinesi non ci appaiono più come “altro da noi”, ma luoghi dove “la vita quotidiana è fatta degli stessi piccoli gesti di cui è fatta la vita ad ogni latitudine e le persone che li compiono non sono diverse da noi nei comportamenti, nelle pratiche d’ogni giorno e nei desideri”.

Altro aspetto interessante della mostra è il suo presentarsi come acuta occasione per sperimentare nuovi modelli di accesso alla cultura e, in tal senso, come “caso pilota”, in tempi di Covid-19. Attraverso un’apposita segnaletica i visitatori sono infatti indotti a spostarsi temporaneamente o a muoversi a velocità diverse, evitando in tal modo assembramenti. Inoltre, in corrispondenza di tre varchi lungo il percorso espositivo, sono stati anche allestiti dei segnali luminosi e alcuni “QR code”, al fine di portare il visitatore a scoprire spazi virtuali dove poter fruire di contenuti visivi e approfondimenti aggiuntivi scaricabili sui dispositivi mobili personali.

Gianni Milani

“China Goes Urban. La nuova epoca della città”
MAO-Museo d’Arte Orientale, via San Domenico 11, Torino; tel. 011/4436919 o www.maotorino.it
Fino al 14 febbraio 2021
Orari: giov. e ven. 12/19 e sab. e dom. 10/19

Nelle foto

– Nuovi edifici con aeroplano, Tongzhou New Town, Pechino, 2019
– Contadine al lavoro a Zhongmu, Zhengzhou, provincia dello Henan, 2019
– Belvedere sulla collina, Lanzhou, 2019
– Parcheggio di bike sharing, Tongzhou New Town, Pechino, 2019
– Viadotto della ferrovia, Zhaoqing New Town, provincia del Guangdong, 2017

 

“Paolo Pellegrin. Un’antologia”

in CULTURA E SPETTACOLI

Le guerre e i disastrosi sfregi alla Natura, ma anche scene famigliari “da lockdown” nelle fotografie di Paolo Pellegrin esposte alla Reggia di Venaria

Fino al 31 gennaio 2021

 

Cronache di famiglia dal lockdown. In un’isolata fattoria, nei boschi e nei prati ruvidi e deserti dellemontagne svizzere. Scatti inediti lunghi due mesi e pubblicati solo “on line” sul “New York Time Magazine”. C’è la piccola Emma che tende di slancio le braccia al cielo. Sola in un prato ancor timido che pare da poco essersi liberato dal gelo dell’inverno. Braccia e mani rivolte in su, forse un grido alto, gesto liberatorio, preghiera disperata. O felice.

Chissà? E poi Emma ancora che corre in un prato desolatamente solitario verso l’unico albero che pare vivere lì da secoli. E poi Luna. Dieci anni. Capelli ribelli che le coprono parte delviso. Gli occhi tristi, pare. Forse pensierosa. Forse indispettita dallo scatto fotografico inatteso. Luna sembra farsi strada d’improvviso, quasi per magia, dal groviglio di nuvole nebbiose che pesantementesoffocano il bosco alle sue spalle. Emma e Luna sono le figliole di Paolo Pellegrin, fotografo romano legato dal 2001 all’Agenzia Internazionale “Magnum Photos”, ricco palmarés (dalla “Robert Capa Medal” del 2006 agli undici “World Press Photo” dal 1995 al 2018) e oggi riconosciuto fra i più grandi fotoreporte di guerra al mondo. A lui la Reggia di Venaria dedica una suggestiva personale, in programma nella “Sala delle Arti” fino al 31 gennaio del 2021, nata da un progetto di Germano Celant (il celebre critico mancato nell’aprile scorso) organizzata in collaborazione con la stessa“Magnum” e curata da Annalisa D’Angelo.

Oltre 200 le immagini esposte, per lo più in bianco e nero. Selezionate dall’archivio personale di Pellegrin, vanno a formare (insieme a quattro video) il ricco corpus di una rassegna che – dopo essere stata presentata al “MAXXI” di Roma e alla “Deichtorhallen” di Amburgo – avrebbe dovuto inaugurarsi nella primavera scorsa alla Venaria, dove invece è approdata solo in autunno causa pandemia. E nell’ultima parte della mostra, finale di grande suggestione, troviamo proprio le foto di cui sopra. Quelle delle piccole Emma e Luna. Ma anche scatti che cristallizzano sul tavolo, teatro di “immutabili” desinari nature morte con forchette, bicchieri e coltelli. Tutt’intorno, fissato dall’obiettivo il silenzio dell’ignoto. Un po’ terrifico. Della natura. Dell’uomo. Del mondo. Sono i mesi del lockdown che il fotografo decide di vivere, partendo dall’Australia dove stava lavorando ad un progetto fotografico sulle conseguenze dei devastantiincendi, con la famiglia in una sperduta fattoria sulle montagne svizzere. Racconti poetici. Personali e intimi. “Queste foto sono molto diverse – precisa Pellegrin – dal mio abituale lavoro. Dopo decenni di un certo tipo di fotografia, molto cinetica e molto dinamica, mi sono ritrovato a cercare momenti di silenzio…Passare quel tempo insieme alla mia famiglia è stato molto speciale. Allo stesso tempo, non penso alle immagini come a un diario di una quarantena. Ovviamente quell’elemento c’è, ma ho voluto toccare qualcosa che fosse  più atemporale e universale. Qualcosa sulle ragazze, sul passare del tempo, sui cambiamenti. Qualcosa che fosse nel momento ma che anche lo trascendesse”. Scatti assaidiversi, in ogni senso, da quelli molto “cinetici” e “dinamici”, per l’appunto, in cui “tra il buio e la luce – come scrive Celant – le fotografie di Pellegrin ci portano dai conflitti armati che dilaniano il mondo, all’emergenza climatica che aggredisce e ferisce la Natura e lo stesso Uomo”. Alla Reggia è infatti il tema della guerra ad aprire la mostra con l’ampio collage della Battaglia di Mosul.

Con gli esodi, i morti, i rifugiati, i muri e i confini artificiali. Affiancati alle immagini che, nel bene e nel male, raccontano le formidabili forze della Natura: dal paesaggio australiano devastato dagli incendi boschivi agli imponenti ghiacciai in Antartide che continuano a sciogliersi, dalle acque ingrossate dallo tsunami al volo libero delle aquile di mare. In chiusura, a corollario della rassegna, una lunga parete composta di disegni, taccuini, appunti, maquette, diapositive e negativi che raccontano il “making of” dello studio di Pellegrin, realizzato “site specific” dall’autore insieme alla sorella artista, Chiara, e ideato per meglio consentire al visitatore di immergersi nella complessità del processo creativo del fotografo”.

Gianni Milani

“Paolo Pellegrin. Un’antologia”

Reggia di Venaria – Sala delle Arti, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4992300 o www.lavenaria.it

Fino al 31 gennaio 2021

Orari: mart. – ven. 10/17, sab. e dom. 10/19

 

Nelle foto

– “Emma”, Svizzera, 2020: Photo Credit Paolo Pellegrin/Magnum Photos
– “Emma”, Svizzera, 2020: Photo Credit Paolo Pellegrin/Magnum Photos
– “Luna”, Svizzera, 2020: Photo Credit, Paolo Pellegrin/Magnum Photos
– “Mosul”, Iraq, 2016: Photo Credit Paolo Pellegrin/Magnum Photos
– “Mosul”, Iraq, 2016: Photo Credit Paolo Pellegrin/Magnum Photos

 

Quando in Piemonte c’erano i Templari

in CULTURA E SPETTACOLI

Dal cuneese a Tenda, da Acqui ad Alessandria, da Asti a Casale, da Chieri a Ivrea, da Novara a Moncalieri, dalla Val Susa a Torino e a Vercelli, i Templari hanno cavalcato pianure e montagne piemontesi attraversando da nord a sud anche le strade della nostra regione.

Avevano precettorie e magioni, ospizi e domus, al servizio di pellegrini e forestieri, e piazzavano i loro insediamenti vicino ai fiumi, in campagna, nei pressi dei valichi alpini, in paesi e città, in zone frequentate da viaggiatori e mercanti vicine alle arterie principali del Piemonte che i Cavalieri del Tempio potevano controllare agevolmente. Difendevano abbazie, conventi e monasteri dall’assalto di briganti e banditi, raccoglievano fondi, alimenti e armi da inviare ai Cavalieri che combattevano in Terra Santa al tempo delle Crociate.

Sono numerosi i luoghi dove vissero i Templari in Piemonte, come si vede nella mappa a fianco. Il più antico insediamento templare in Piemonte, ai piedi del sistema viario alpino, era quello di Susa, datato 1170, con un ospedale per i pellegrini dedicato a Santa Maria a cui ne seguirono tanti altri, San Giorgio Canavese, Biandrate, Mondovì, Fossano, Alba, Vercelli, Ivrea, Savigliano, Testona, Casale e Tortona, solo per citarne alcuni. Una domus templare che offriva assistenza ai pellegrini si trovava al Colle di Tenda mentre a Cavallermaggiore sorgeva un grande centro templare, la commenda di San Giovanni della Motta, oltre al cascinale di San Bartolomeo, detto “castello dei Templari”. Ad Alessandria, in posizione strategica tra il Bormida e il Tanaro, la chiesa di Santa Margherita nel rione Bergoglio era una mansione templare passata dopo il 1312 all’Ordine giovannita, i futuri cavalieri di Malta.

Ad Asti gli studiosi concordano sul fatto che Santa Maria del Tempio, che sorgeva lungo l’attuale corso Alfieri, era l’insediamento più importante della città mentre a Casale Monferrato i Templari, che facevano riferimento alla precettoria di Santa Maria del Tempio alla periferia della città, si erano stanziati lungo il Po per proteggere i pellegrini che andavano a pregare sulla tomba di Sant’Evasio. Cavalieri rossocrociati presenti anche a Chieri dove si insediarono verso la fine del 1100 nella chiesa di San Leonardo la cui domus templare conserva tuttora la facciata in cotto con un grande rosone e il portone decorato con formelle che riproducono croci latine alternate a croci di Malta.

A Ivrea esisteva un convento di Templari presso San Nazario che passò poi ai Cavalieri di Malta e secondo gli storici potrebbe trattarsi del più antico insedimento templare in Italia. Alle porte di Torino i Cavalieri del Tempio si stanziarono nella grande mansione di Sant’Egidio di Testona, vicino al Po, nel 1196. Oggi resta la chiesa, più volte ristrutturata, e una lapide ricorda l’origine templare. Cavalieri del Tempio presenti anche a Nizza Monferrato nel Duecento e a Novara con le domus di Santa Maria e di San Guglielmo che nel secolo successivo passarono all’Ordine degli Ospedalieri di San Giovanni.

A Vercelli invece i Templari possedevano la chiesa di San Giovanni d’Albareto nell’attuale piazza Camana che fu abbattuta nell’Ottocento. Mentre a Savigliano il documento più antico che certifica la presenza dei Templari in città risale al 1181, in Val Susa l’Ordine del Tempio arrivò verso la fine del XIII secolo. Oltre a Susa, nella vicina San Giorio si trovano alcune croci templari murate nella facciata della canonica e sopra il portone di un’altra cappella di fronte alla chiesa parrocchiale. A Torino i cavalieri rossocrociati si erano stabiliti nella magione di Santa Margherita e possedevano case e beni nei sobborghi di Vanchiglia, di San Solutore e in Val San Martino.

A Moncalieri, dai documenti disponibili, emerge una presenza templare molto attiva nel Duecento mentre a Villastellone i Templari possedevano la magione di San Martino della Gorra. “I Templari in Piemonte” dell’antropologo Massimo Centini e “Quando in Italia c’erano i Templari” della studiosa Bianca Capone Ferrari sono due eccellenti libri, ricchissimi di informazioni e note storiche su luoghi, personaggi e vicende dei Templari in terra subalpina. Il volume di Bianca Capone, in particolare, è dedicato “alla memoria della Cavalleria templare, immolatasi eroicamente per la difesa di San Giovanni d’Acri nel 1291, ultimo baluardo cristiano in terra d’Oltremare”.

Filippo Re

I medici poeti del concorso “La Serpe d’oro”

in CULTURA E SPETTACOLI

Cerimonia di premiazione del concorso di poesia inedita riservata ai medici scrittori italiani, dal titolo La Serpe d’oro, all’Accademia di Medicina di Torino

L’Aula Magna dell’Accademia di Medicina, in via Po, ha rappresentato la storica cornice della premiazione dell’edizione 2020 del Concorso nazionale di poesia inedita La Serpe d’oro”, promosso dall’AMSI, Associazione Medici Scrittori Italiani. Sono stati proclamati i vincitori delle due sezioni in cui si compone il Premio, nel corso della cerimonia tenutasi il 16 ottobre scorso, sotto la supervisione della dottoressa Patrizia Valpiani, presidente dell’AMSI e del Premio, e del segretario del Premio Gino Angelo Torchio.

Per la sezione dei Medici scrittori sono risultati primi tre classificati  Davide Nervo, al primo posto con l’opera intitolataDicono i fantasmi”, seconda classificata è stata  Rina Muscia con “Sorella morte, e terzo classificato ex aequo Eugenio Salomone con l’opera“Il muro” e Franco Casadei con “Mare di Liguria.

Per la sezione composta dagli amici dei Medici scrittori è risultata prima classificata  Francesca Caterina Matricoti con “Bodrum 2015″, al secondo posto si sono classificati ex aequo Alessia Cargnino con “Il silenzioe Vera Durazzo con “Pezzi unici”, terzo classificato Guadagno Potito con Reflexion.

Il Premio Speciale della Giuria per la poesia dialettale ha conferito ex aequo a Cesarina Vittoria Vegni “Castegn a rost” e Mario Tamburello “Spiritu curiosu in cuorpu struppiatu”.

Nel corso della cerimonia, avvenuta nel pomeriggio del 16 ottobre, un piacevole intermezzo musicale è stato affidato all’artista Marco Giordano, presidente dell’Associazione Culturale Artisti, che si è esibito con il suo sax tenore. Nell’ambito della cerimonia è anche stato presentato in anteprima nazionale il volume antologico AMSI dal titolo ‘Radici per volare’ ( Edizioni dell’Ariete), curato da Simone Bandirali e Gino Angelo Torchio, con il patrocinio dell‘AMSI e della Società Dante Alighieri, Comitato di Torino.

Il premio letterario nazionale di poesia inedita La Serpe d’orocomprende due sezioni, una alla quale hanno potuto parteciparemedici scrittori (medici chirurghi ed odontoiatri italiani interessati alla poesia), e una dedicata alle persone vicine ed amiche dei medici scrittori. Si è anche aggiunta una terza sezione intitolata a Nora Rosanigo, medico scrittore che fu per tanti anni presidente onorario del Premio e del sodalizio, amante della poesia ed alla continua ricerca dell’aspetto universale e puro presente nel mondo umanistico.

Mara Martellotta

Il procuratore e la bella dormiente

in CULTURA E SPETTACOLI

IL NUOVO ROMANZO DI GIORGIO VITARI

Continuano le coinvolgenti  inchieste del procuratore Rotari, è uscito infatti il nuovo e atteso libro di Giorgio Vitari,   un  romanzo giallo dal taglio giuridico ambientato nella città del Carnevale Storico del Piemonte, Ivrea, deliziata dalla visione della Bella Dormiente, il profilo del Gran Paradiso che ricorda la sagoma di una signora sdraiata.

 

Siamo nel 1999, il protagonista è alle prese con un omicidio a cui fanno da  scenario la famosa e complessa scalata finanziaria della Olivetti alla Telecom, il furto del tricolore durante i preparativi del carnevale, molto caro agli epoderiesi, gli abitanti di Ivrea, e le più che presunte storie di amanti. Giacomo Revello, ufficialmente autista della Olivetti e donnaiolo impenitente, viene trovato morto tra le vasche dei merluzzi. L’indagine, guidata dal ProcuratoreCapo Francesco Rotari, appare sin da subito intricata e delicata, legata a probabili storie di spionaggio industriale, connessa a rancori per bandiere scherzosamente sottratte e furtive passioniamorose.

Il libro appassiona e spinge il lettore al tutto di un fiato, la scritturapiacevole  è intervallata dalle riflessioni del protagonista, dalle sue considerazioni di raffinata ironia che, come nel precedente romanzo, sfiorano spesso un umorismo autoriferito e consapevole.

L’autore, oltre a raccontarci eventi determinanti della finanza del nostro paese realmente accaduti ma spesso poco note nei dettagli, mette in luce l’importanza che il carnevale riveste per questa cittadina, ci racconta delle celebrazioni che coinvolgono gli abitanti, della battaglia delle arance, della Mugnaia e del Generale, del clima gioioso e del buonumore, “impossibile  non essere contagiati dall’allegria e dalla festa”.

Anche questa volta, ma forse in maniera più distinta, traspare l’interesse platonico  di Francesco Rotari per le donne, la curiosità che lo infiamma con garbo, lo spinge a veniali e  innocenti bugie nei confronti della moglie Luisa.

In parte autobiografico, Giorgio Vitari è stato Procuratore Capo ad Ivrea, questo libro è anche un ringraziamento alle due assistenti che hanno lavorato con lui in quegli anni, “hanno dimostrato il piacere di fare straordinariamente bene ogni cosa”.

Maria La Barbera 

Il valore dei “patti” di Saretto

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1944, l’antifascismo europeo tra i monti della valle Maira

Il 31 maggio 1944, a Saretto di Acceglio (Cn), si svolse un cruciale incontro tra la resistenza italiana e francese

L’incontro tra italiani e francesi fu organizzato per firmare gli accordi che sancivano rapporti di solidarietà, intesa, collaborazione e lotta contro la dominazione nazifascista. Queste intese rivestirono un importante valore storico, rappresentando la comunanza politica tra i due movimenti in lotta, il reciproco desiderio di stabilire relazioni e ricercare collaborazioni di tipo militare. All’appuntamento si giunse grazie alle relazioni politiche avviate da Costanzo Picco, sottotenente della IV armata rimasto in territorio francese dopo lo sbandamento dell’8 settembre 1943, che stabilì i contatti fra la resistenza francese e italiana tramite Detto Dalmastro, comandante del III settore del Comitato di Liberazione Nazionale. Un primo incontro avvenne il 12 maggio 1944 in alta montagna, al bivacco sul Colle Sautron, per iniziativa della Brigata “Giustizia e Libertà della Valle Maira”, al quale presero parte in rappresentanza dei partigiani italiani Detto Dalmastro, Costanzo Picco, Luigi Ventre — comandante della brigata Valle Maira — e Giorgio Bocca, comandante della brigata Valle Varaita. I francesi erano rappresentati da Jacques Lecuyer, del Comité de Libération National, e da diversi comandanti delle formazioni di maquisards. Al Colle del Sautron ci si accordò per un secondo incontro da tenersi a Barcelonnette, nella valle dell’Ubaye, a una trentina di chilometri dal confine italiano. Al rendez vous del 20 maggio presenziarono Duccio Galimberti, Detto Dalmastro e Giorgio Bocca. L’occasione servì a concordare l’intensificazione dei collegamenti tra le formazioni partigiane dei due versanti del confine, scambiandosi armi, munizioni e due ufficiali che si sarebbero stabiliti presso i rispettivi comandi per concordare azioni comuni: Costanzo Picco e Jean Lippmann. Si giunse così all’incontro decisivo, fissato per il 30 e 31 maggio, per sancire gli accordi anche sul versante italiano con l’arrivo dei maquis francesi attraverso il Colle delle Munie; inizialmente l’intesa doveva essere firmata ad Acceglio, dove si erano ritrovate le due delegazioni passando la notte in paese, ma un improvviso rastrellamento tedesco nella mattinata del 31 costrinse i partigiani a riparare più a monte, nella borgata di Saretto. Parteciparono all’incontro i partigiani Dante Livio Bianco, Ezio Aceto e Luigi Ventre, mentre i francesi vennero rappresentati dal comandante Max Juvenal (Maxence) e dal suo vice Maurice Plantier. L’importanza degli accordi si distingue per il valore dell’enunciazione di una solidarietà tra i popoli oppressi, la volontà di cooperare per la sconfitta del nazifascismo e la costruzione di una nuova Europa democratica e libera da guerre fratricide. Dal punto di vista politico si riconobbe che non vi era ragione di risentimento fra i popoli italiano e francese per le passate vicende belliche in quanto la responsabilità risaliva ai rispettivi governi e non ai popoli; dal punto di vista militare i Patti di Saretto, preso atto della fratellanza fra i combattenti dei due movimenti partigiani, evidenziò la necessità di unire le forze nella lotta contro i nazisti nella fascia alpina, stabilendo contatti continui per creare obiettivi comuni nelle azioni di guerriglia. Il testo, coinciso e denso di significati, rappresentò una delle dichiarazioni più rilevanti della Resistenza europea, di fondamentale importanza nei rapporti tra Italia e Francia dopo la fine della guerra. Leggerlo aiuta a comprenderne il rilievo storico: “Dando seguito a cordiali conversazioni avvenute in un quadro di mutua comprensione; esprimono, a nome delle organizzazioni che rappresentano, la soddisfazione per una ritrovata base comune di intesa; dichiarano che tra i popoli francese e italiano non vi è alcuna ragione di risentimento e di urto per il recente passato politico e militare, che impegna la responsabilità dei rispettivi governi e non quella dei popoli stessi, tutti e due vittime di regimi di oppressione e di corruzione; affermano la piena solidarietà e fraternità franco — italiana nella lotta contro il fascismo e il nazismo e contro le forze della reazione, come necessaria fase preliminare per l’instaurazione delle libertà democratiche e della giustizia sociale, in una libera comunità europea; riconoscono che anche per l’Italia, così come in Francia, la forma migliore di governo per assicurare il sostegno alle libertà democratiche e la giustizia sociale, è quella repubblicana; si accordano per impegnare le forze delle rispettive organizzazioni per il conseguimento dei fini suddetti, in uno spirito di piena intesa e su un piano di ricostruzione europea”. Poche righe dove riecheggia potente lo spirito del “Manifesto di Ventotène” (originalmente intitolato “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”), uno dei testi fondanti dell’Unione Europea, redatto dagli antifascisti Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941 durante il confino sull’isola di Ventotene, nel mar Tirreno.In quelle indimenticabili giornate passate sui monti fra l’alta Valle Maira e la Val d’Ubaye, sprofondando nella neve, combattendo contro il gelo e attraversando di nascosto le postazioni tedesche a presidio delle terre di confine, si consolidò tra quegli uomini l’ideale di un’Europa dei popoli come traguardo della lotta di Resistenza e di liberazione. Il loro pensiero si rivelò così audace che quanto scrissero nei Patti di Saretto venne criticato dai comandi italiani, poiché i concetti espressi andavano ben oltre i confini dell’idea monarchica ponendo le basi per una fase preliminare di costituzione delle libertà democratiche e della giustizia sociale in una comunità europea libera.

Marco Travaglini

Il 24 e 25 ottobre nasce nel Verbano il Parco letterario Nino Chiovini

in CULTURA E SPETTACOLI

Il Parco nazionale della Val Grande e l’Associazione Casa della Resistenza danno vita a un parco letterario dedicato a  Nino Chiovini, partigiano, storico e scrittore verbanese con una “due giorni” il 24 e 25 ottobre.

L’iniziativa è patrocinata dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte. Il progetto, nell’ambito della rete degli attuali 25 parchi letterari promossi e istituiti da Paesaggio Culturale Italiano in collaborazione con la Società Dante Alighieri, si prefigge di valorizzare i luoghi di ispirazione dell’autore e di altre figure importanti della storia culturale e scientifica del territorio della Val Grande e delle aree limitrofe attraverso la realizzazione di itinerari storico-paesaggistici, la valorizzazione della cultura sociale, antropologica e dei valori di libertà propri di quelle aree montane. La val Grande è l’area selvaggia più vasta d’Italia, una wilderness a due passi dalla civiltà, stretta tra l’entroterra del lago Maggiore e le alpi Lepontine.

L’iniziativa del Parco Letterario Nino Chiovini, il primo istituito sul territorio piemontese, si colloca all’interno delle finalità della Carta europea del turismo sostenibile.

Sabato 24 ottobre,alle 16,30,presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce, verrà siglata la convenzione tra Paesaggio Culturale Italiano, Parco nazionale Val Grande e Associazione Casa della Resistenza. Dopo i saluti istituzionali interverranno Stanislao de Marsanich, presidente della rete dei parchi letterari (“La rete italiana dei Parchi Letterari”), Lidia Chiovini, Gianmaria Ottolini e Pieranna Margaroli (“La figura di Nino Chiovini”), Tullio Bagnati, direttore del parco nazionale Val Grande (“Il perché del parco letterario:finalità,strumenti e programmi”).

Domenica 25 ottobre è prevista una escursione nei luoghi di Nino Chiovini all’Alpe Aurelio ( Vrèi nel dialetto locale), costituita da un gran numero di antichi corti maggengali a ridosso della Colma di Cossogno, sulle prealpi verbanesi. Il ritrovo è previsto per le 9.00 del mattino nella piazza del municipio di Miazzina (Vb) seguendo gli antichi sentieri percorsi per secoli da generazioni di pastori. All’Alpe Aurelio,  in occasione della ristampa de “Le ceneri della fatica”, verranno lette pagine di questo libro di Chiovini. Sono previsti il pranzo al sacco e il rientro alle 16,30. In caso di maltempo l’iniziativa sarà annullata.

Nino Chiovini (Biganzolo, 1923 – Verbania, maggio 1991) è stato un partigiano, scrittore e storico, studioso della Resistenza e della cultura contadina di montagna delle valli tra il Verbano, l’Ossola e la Val Vigezzo. Una figura importante, difficilmente inquadrabile in una sola definizione. Le sue passioni e l’impegno di narratore,storico, antropologo, appassionato di sociologia rappresentano un tutt’uno. E il collante di tutto, capace di generare un fermento emotivo, è stata la sua forte e determinata etica civile, la passione per la storia, l’abilità nello scrivere, la capacità di intuire e comprendere i fenomeni sociali. Nei suoi libri sulla civiltà rurale montana ( “Cronache di terra lepontina”, “A piedi nudi”, “Mal di Valgrande” e “Le ceneri della fatica”, uscito postumo) così come nei volumi dedicati alla lotta partigiana (“I giorni della semina”, “Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte” e i due volumi pubblicati postumi “Fuori legge??” e “Piccola storia partigiana”) il suo impegno di ricerca emerge con grande forza e  nitidezza.

Marco Travaglini

Carducci e la sua ode al Piemonte dalle “dentate scintillanti vette”

in CULTURA E SPETTACOLI

Su le dentate scintillanti vette salta il camoscio, tuona la valanga da’ ghiacci immani rotolando per le selve croscianti :ma da i silenzi de l’effuso azzurro esce nel sole l’aquila, e distende in tarde ruote digradanti il nero volo solenne. Salve, Piemonte! A te con melodia mesta da lungi risonante, come gli epici canti del tuo popol bravo,scendono i fiumi…”.

Chi non l’ha imparata a memoria e recitata a scuola questa poesia? Secondo alcuni esperti di storia della letteratura, i versi dell’ode “Piemonte” vennero composti da Giosuè Carducci durante il suo soggiorno al Grand Hotel di Ceresole Reale nel luglio del 1890.

 

Nato a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, nella Versilia lucchese, il 27 luglio 1835, il poeta e scrittore, fortemente legato alle tematiche “dell’amor patrio, della natura e del bello”, fu il primo italiano – nel 1906 – a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.  Questa la motivazione con la quale gli  venne assegnato, vent’anni prima di Grazia Deledda, l’ambito premio dell’Accademia di Svezia: “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”. Giosuè Carducci morì un anno dopo, il 16 febbraio 1907, all’età di 72 anni, lasciando alla cultura italiana una vasta produzione di poesie, raggruppate in diverse raccolte: dagli “Juvenilia” fino ai lavori della maturità. Tra questi ultimi si distingue in particolare la raccolta  “Rime nuove”, composta da 105 poesie, tra cui sono contenuti i versi più conosciuti dell’autore, presenti in “Pianto antico” ( “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano..”) e “San Martino” (“La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar;ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar..”).

Nella sua produzione non mancano anche alcuni lavori in prosa, tra cui la raccolta dei “Discorsi letterari e storici” e gli scritti autobiografici delle “Confessioni e battaglie“.  Alla notizia della sua morte – nella sua casa delle mura di porta Mazzini, a Bologna –  la Camera del Regno ( Carducci, dopo essere stato a lungo Senatore del Regno era stato eletto alla Camera nel collegio di Lugo per il gruppo Radicale, di estrema sinistra)   sospese la seduta. L’Italia intera vestì il lutto per la scomparsa del poeta  che aveva cantato il Risorgimento. Durante i funerali, che si svolsero il 18 febbraio, i cavalli che portavano il feretro alla Certosa avevano gli zoccoli fasciati. Il cuore di Bologna, piazza Maggiore, e molte case private si presentarono parate a lutto. I fanali lungo il percorso vennero accesi e “guarniti di crespo“. La salma del poeta, fu “rivestita dalle insegne della massoneria, alla quale fu affiliato, e molti massoni partecipano alle esequie”.  Pochi giorni dopo la casa e la ricca biblioteca del poeta vennero donate dalla regina Margherita al Comune di Bologna. 

Marco Travaglini

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