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CULTURA E SPETTACOLI

Torino e le sue donne: Natalia Ginzburg

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Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

 

9 Natalia Ginzburg

Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna, ma anche dietro ogni grande donna ci deve essere qualcosa a sostenerla. Nel caso di Natalia le mani a conca sempre pronta a farla rialzare sono rappresentate dall’amore per la scrittura, quella strana dimensione in cui c’è spazio per ogni cosa, quel foglio bianco che assorbe lacrime, gioia e rabbia e le trasforma in eterni segni grafici. L’ultima storia al femminile che riporto tratta di un’eroina che ha scelto le parole come arma da usare contro i suoi nemici, forse proprio l’arma più temibile, perché è l’unica che perdura per sempre. Natalia GinzBurg Nasce a Palermo il 14 luglio 1916, da Giuseppe Levi e Lidia Tanzi. Il padre è Professore universitario, a causa dei suoi ideali verrà imprigionato, insieme ai tre fratelli di lei, e processato con l’accusa di antifascismo. Natalia trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Torino, da emarginata, frequenta il ginnasio presso il liceo Alfieri, come tutte le ragazze adolescenti ha bisogno di sicurezza e conforto, entrambe necessità che troverà realizzate nella scrittura. Esordisce nel 1933 con il suo primo racconto “I Bambini”. Dopo anni malinconici, arriva anche l’amore a confortarla, nel 1938 sposa Leone Ginzburg, col cui cognome firmerà in seguito tutte le proprie opere. Dalla loro unione nascono tre figli, due maschi e una femmina. In quel periodo stringe legami con alcuni dei maggiori rappresentanti dell’antifascismo torinese , in particolare con gli intellettuali della casa editrice Einaudi. Nel 1940 segue il marito esiliato al confino per motivi politici e razziali a Pizzoli, in Abruzzo, dove rimane per tre anni. Nel 1942, Natalia, pubblica con lo pseudonimo Alessandra Torminparte “La strada che va in citta”, opera che verrà successivamente ristampata nel 1945, con il vero nome della autrice. Anche il periodo amoroso finisce, infatti Leone viene catturato, torturato e ucciso nel febbraio 1944, presso il carcere romano di Regina Celi. In seguitoal drammatico avvenimento Natalia si sposta a Roma e qui si impiega presso la sede capitolina della casa editrice Einaudi. Nell’autunno del 1945 si ristabilisce a Torino, e si ricongiunge finalmente con i suoi genitori e i suoi figli. La produzione letteraria di Natalia continua e nel 1947 esce “E’ stato così”, libro che vince il premio letterario Tempo. Nel 1950 decide di sposarsi di nuovo, con Gabriele Baldini, docente di letteratura inglese e direttore dell’istituto italiano di Cultura a Londra, con il quale avrà due figli, entrambi in situazione di disabilità. Inizia un periodo ricco in termini di produzione letteraria, prevalentemente orientato sui temi della memoria e dell’indagine psicologica. Nel 1952 pubblica “Tutti i nostri ieri” e nel 1961 “Le voci della sera”. Nel 1963 vince il premio Strega con “Lessico familiare”, opera che viene accolto da un forte consenso della critica e del pubblico. Negli anni successivi scrive “Mai devi domandarmi” e “Vita immaginaria”, nel medesimo periodi Natalia è anche assidua collaboratrice del Corriere della sera. E’ stata in oltre autrice di saggi e commedie tra cuoi “ti ho sposato per allegria”. Nel 1969 muore il secondo marito, Natalia decide di intensificare il proprio impegno politico, in tanto sullo sfondo rimbomba la strage di piazza Fontana e si avvicinano quegli anni battezzati “periodo della strategia della tensione”. Nel 1971 Natalia è sempreattiva e in prima line, sottoscrive la lettera aperta a l’espresso sul caso Pinelli, nel 1976 partecipa alla campagna innocentista in favore di Fabrizio Panzieri e Alvaro Loiacono. Nel 1982 viene eletta al parlamento nelle liste del partito Comunista Italiano. IL 25 marzo 1988 scrive per l’Unità un importante articolo “non togliete quel crecifisso: è il segno del dolore umano” difendendo la presenza del simbolo religioso nelle scuole e opponendosi alle contestazioni di quegli anni. Natalia smette di combattere nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1991 a Roma, dove è sepolta nel cimiero di Verano.

Alessia Cagnotto

 

Per il monumento ai Cavalieri il Canonica lavorò gratis

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi

 

Ed eccoci nuovamente giunti al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Cari amici lettori e lettrici, oggi andremo alla scoperta di uno dei monumenti presenti in una delle piazze più “frequentate” della città: sto parlando di Piazza Castello e del monumento ai Cavalieri d’Italia. (Essepiesse)

 

 

La statua è collocata in Piazza Castello sul lato destro di Palazzo Madama, rivolta verso via Lagrange. Il monumento rappresenta un soldato a cavallo su un piedistallo di granito,che poggia su un basamento a gradoni. Il cavaliere dall’aria vigile, scruta l’orizzonte volgendo lo sguardo alla sua destra mentre con il fucile in spalla, con una mano tiene le redini e con l’altra uno stendardo; la posa del destriero e del suo cavaliere è rilassata, lontana dalle immagini stereotipate di nobili cavalieri che caricano al galoppo. Di contorno al basamento vi sono una serie di alto rilievi con fregi militari.

 

Con il termine Cavalleria si è soliti indicare le unità militari montate a cavallo. Essa ebbe origini molto antiche, venne infatti da sempre impiegata per l’esplorazione dei territori, per azioni in battaglia dove venisse richiesta molta mobilità e velocità nell’attacco e fu anche strategicamente determinante in alcune battaglie. In seguito cominciò ad evidenziare i suoi limiti con il perfezionamento delle armi da fuoco e l’avvento dei treni e degli autoveicoli.

Riformata all’interno dell’Esercito Sardo sin dal 1850, la Cavalleria venne impiegata con l’esercito francese prima in Crimea ed in seguito contro gli Austriaci, ai confini della Lombardia all’inizio della II Guerra di Indipendenza. L’ Arma si conquistò così la fiducia e la stima degli alleati francesi. I Reggimenti combatterono, guadagnando numerose medaglie al Valor Militare, sia a Montebello che successivamente a Palestro e Borgo Vercelli; le battaglie più famose di questa guerra, quella di Solferino e di San Martino (alle porte del Veneto), si combattono con i francesi impegnati a Solferino e i sardo-piemontesi a S. Martino. Dopo il 1861, il Regio Esercito Sardo divenne Esercito Italiano e negli anni seguenti, tutto l’esercito venne riformato e uniformato. La Cavalleria, a partire dagli anni ’70, venne impiegata in Africa, dove furono formati Reggimenti di Cavalleria indigena, ed anche nella guerra italo-turca del 1911-1912.

In seguito il primo conflitto mondiale impose alla Cavalleria l’abbandono del cavallo in modo da adeguarsi alla guerra di posizione, in trincea, dove reticolati e mitragliatrici rendevano impossibile l’uso dell’animale. Verso la fine del conflitto però, la Cavalleria venne nuovamente rimessa in sella: nel 1917 fu impiegata a protezione delle forze che ripiegavano sul Piave, dopo la sconfitta di Caporetto. Verso la fine della Prima guerra mondiale, la II Brigata di Cavalleria coprì la ritirata della II e della III Armata, comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ed il 16 giugno 1918 fermò il nemico sul Piave. Questa data fu così importante per gli esiti del conflitto mondiale, che ancora oggi viene celebrata come festa della Cavalleria.

Per ricordare e onorare il valore dell’Arma, nel 1922 a Roma si istituì il Comitato generale per le onoranze ai Cavalieri d’Italia con l’intento di elevare un monumento equestre. Pochi giorni dopo il comitato, presieduto dal Re e dal senatore Filippo Colonna, propose alla Città di Torino di collocare l’opera in piazza Castello, dove era già ricordato il soldato dell’Esercito Sardo; questa proposta venne accolta con orgoglio ed onore dalla Giunta e dal Consiglio Comunale. La realizzazione del monumento venne affidata a Pietro Canonica che si offrì di lavorare gratuitamente, mentre il bronzo (materiale utilizzato per la costruzione dell’opera) fu offerto dal Ministero della Guerra.

Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi. Nel 2008 il monumento ai Cavalieri d’Italia è stato restaurato ed il lavoro di pulitura del bronzo ha riportato finalmente alla luce l’originaria colorazione tendente al verde, una patina data come finitura dallo stesso scultore Canonica.

 

Simona Pili Stella

Il Magnanimo si affaccia sulla “sua” piazza

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / L’idea di erigere un monumento in onore di Carlo Alberto risale al 1847 sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalle riforme politiche che trovarono una formulazione costituzionale nello Statuto che porta il suo nome

Nel centro della piazza e rivolto verso Palazzo Carignano, il monumento si presenta su tre livelli. Sul più alto posa la statua equestre in bronzo del Re con la spada sguainata in atteggiamento da fiero condottiero. Al livello del piedistallo, che sorregge il ritratto equestre, sono collocate (all’interno di nicchie) le statue in bronzo in posizione seduta raffiguranti le allegorie del Martirio, della Libertà, dell’Eguaglianza Civile e dello Statuto. Al livello centrale sono collocati quattro bassorilievi che ricordano due episodi delle battaglie di Goito e di Santa Luciarisalenti alla Prima Guerra di Indipendenza, mentre gli altri due, rappresentano l’abdicazione e la morte ad Oporto di Carlo Alberto. Agli angoli del piano inferiore, infine, sono poste quattro statue in posizione eretta, raffiguranti corpi dell’Esercito Sardo, quali l’Artiglieria, la Cavalleria, i Granatieri e i Bersaglieri.

 

L’idea di erigere un monumento in onore di Carlo Alberto, detto il Magnanimo, risale al 1847 sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalle riforme politiche che trovarono una formulazione costituzionale nello Statuto che porta il suo nome. Fu un comitato promotore, composto da illustri uomini politici e del mondo della cultura guidato da Luigi Scolari, seguito a ruota dal Municipio di Torino, ad ideare il programma di una pubblica sottoscrizione da sottoporre all’allora ministro dell’Interno Des Ambrois. Seguì un lungo e appassionato dibattito parlamentare volto anche alla individuazione del luogo più adatto ad accogliere il monumento, interrotto brevemente in seguito ai Moti del 1848. L’andamento del dibattito subì una repentina svolta con la morte in esilio di Carlo Alberto nel luglio 1849: da quel momento la commissione istituita per la realizzazione del monumento attribuì all’iniziativa “il valore assoluto di precetto morale e insegnamento perenne”.

Nell’agosto del 1849 l’iniziativa venne ufficializzata da un progetto di legge, uno stanziamento di 300.000 lire e l’apertura di un concorso pubblico. Con una legge del 31 dicembre 1850 la gestione del progetto e le decisioni relative al monumento passarono al Governo e venne infatti nominata, in seguito, una commissione presieduta dal Ministro dei Lavori Pubblici Pietro Paleocapa. Si dovette però attendere fino al 20 maggio del 1856 per ottenere, dalla Camera e dal Senato, il voto che sancì la convenzione con Carlo Marocchetti, lo scultore scelto dal Ministero dei Lavori Pubblici per la realizzazione dell’opera, e lo stanziamento dei fondi necessari per la sua esecuzione (675.000 lire). A Marocchetti, il Ministero riconobbe “la piena e libera facoltà di modificare d’accordo con il Ministero […] il disegno in tutti i particolari limitandosi però sempre all’ammontare della spesa”.

In seguito, fu sotto suggerimento di Edoardo Pecco (l’ingegnere capo del Municipio che seguiva la realizzazione di tutti i lavori di sistemazione della nuova piazza Carlo Alberto) che la statua venne orientata in asse con palazzo Carignano, in modo da poterla cogliere anche dalla piazza omonima attraverso il cortile aperto al passaggio pubblico.L’inaugurazione avvenne il 21 luglio del 1861, cioè pochi mesi dopo l’unificazione d’Italia, con cerimonia solenne, nella quale il capo del governo Ricasoli tratteggiò la figura di un re che aveva configurato e preparato i destini di una nuova Italia.  Per quest’opera a Marocchetti venne riconosciuta la Gran Croce dell’Ordine di San Maurizio.

In tempi recenti, la piazza ha attraversato fasi di vita e utilizzo comuni ad altre piazze storiche del centro cittadino. E’ stata percorsa dalle auto e poi successivamente resa pedonale. E’ una delle piazze più vissute dagli studenti, al punto da essere anche soprannominata “la piazzetta”. Ridisegnata con spazi verdi e raccordata con le vie Cesare Battisti e Lagrange, anch’esse pedonali, tutte insieme creano un perfetto ed elegante percorso tra i musei. Infatti sulla piazza Carlo Alberto si affacciano il Museo Nazionale del Risorgimento nel Palazzo Carignano (sede del primo Parlamento italiano) e la Biblioteca Nazionale, mentre in via Lagrange è situato il Museo Egizio.

Simona Pili Stella

I “sussurri” della natura si perdono nelle opere di Serena Zanardo

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Sino al 25 ottobre presso la Galleria “Arte per Voi” di Avigliana

Si è scritto che la mostra Sussurri nel bosco, a cura di Luigi Castagna e Giuliana Curino, con cui Serena Zanardo presenta le sue opere fino al 25 ottobre (ogni sabato e domenica, dalle 16 alle 20) presso lo spazio di “Arte per Voi” ad Avigliana, è “da visitare in punta di piedi”: e credo sia vero.

Un insieme di sensazioni e suggerimenti, una ricerca per ascoltare quanto le piccole entità di un fiore o di un albero possono dirci, una poetica delicata e sottile, fatta a volte di una natura anche senza peso, che non può farci restare insensibili. Un racconto, un cumulo di pensieri, reso sottovoce, ma allo stesso tempo forte, vivace, pieno di significati. Una rappresentazione del mondo naturale che corre parallelo a storie e leggende, ad un mondo in cui ancora circolano sogni, figure impercettibili, panorami avvolti dalla nebbia, spruzzi di neve, colori accesi e altri che a fatica tentano di esplodere dal terreno, crescite solitarie e macchie folte. Visioni immediate o forse ricordi che riemergono a poco a poco, lenti. A guardare il tratto perfetto delle sue Sinfonie che cavalcano il tempo delle stagioni, di certi fiordalisi – non immagini destinate semplicemente al foglio ma autentiche tracce di vita – o il tangibile lavoro di un’ape sul fiore su cui s’è posata (All’opera) o la massa di un cardo (Fiore della vita), sontuoso e sfaccettato, pronto a essere colto con ogni attenzione, o i tralci di una vite, appare tutta la poesia e la tecnica della Zanardo (acquerello, tempera e matite colorate su carta), la sua voglia di partecipare a quel mondo che descrive, di porgerlo a chi guarda in ogni variopinta bellezza, concretizzando quegli angoli appartati, quelle tracce, gli intrichi di frutti e fiori con una invidiabile delicatezza. Che forse non può essere allontanata da un’ombra di malinconia.

rb.

 

“Fiore della vita”, 2018, cm. 18 x 27, acquerello e matite colorate su carta

“All’opera”, 2016, cm. 29 x 18,5, acquerello e matite colorate su carta

“Nel blu dipinto di blu”, 2020, cm. 26 x 16, acquerello, tempera e matite colorate su carta

Ville e castelli aperti di sera

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Castello e Parco di Masino (TO) al tramonto. Foto Gabriele Basilico

Un ricco calendario di eventi e visite speciali per vivere  all’aperto e in tutta sicurezza i Beni del FAI fino a tarda sera

SERE FAI D’ESTATE NEI BENI DEL PIEMONTE

Tra le proposte più belle in PIEMONTE, gli aperitivi nel parco al Castello di Masino, Caravino (TO) e i picnic all’imbrunire al Castello della Manta (CN) a partire da venerdì 17 luglio 2020

PRENOTAZIONE ONLINE OBBLIGATORIA SU WWW.SEREFAI.IT

È arrivata l’estate e mai come quest’anno, dopo i mesi trascorsi in casa, abbiamo voglia di uscire e di trascorrere qualche ora o un’intera giornata, all’aperto, in tutta sicurezza, al fresco e a contatto con la natura, in un luogo speciale ma vicino casa. Molti italiani quest’estate sceglieranno di fare “vacanze in Italia”, e i Beni del FAI sono una meta ideale: luoghi da scoprire a portata di mano, perfetti per una vacanza a breve raggio, ma di grande soddisfazione, alla scoperta delle meraviglie del patrimonio di storia, arte e natura dei nostri territori. Complici le molte ore di luce e le gradevoli temperature delle sere d’estate, è anche tanta la voglia di proseguire le attività della giornata dopo il tramonto e vivere l’incanto del crepuscolo nei luoghi più belli, e così il FAI lancia le Sere FAI d’Estate. Nei mesi di luglio e agosto 2020 si allunga fino a tarda sera l’orario di apertura dei suoi Beni, per diluire l’afflusso di pubblico garantendo totale sicurezza, ma soprattutto per offrire un’inedita esperienza di visita, arricchita da una eterogenea proposta di eventi appositamente pensati per le sere d’estate, tutti con prenotazione obbligatoria sul sito www.serefai.it.

Il ricco calendario delle Sere FAI d’Estate coinvolge 23 Beni della Fondazione che resteranno aperti per oltre 130 serate in 14 regioni, dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alla Sardegna, dalle Marche alla Puglia. In programma eventi ricreativi, ludici e sportivi, o solo di piacevole svago serale, ma anche e soprattutto attività culturali, come visite o passeggiate guidate, incontri e concerti, laboratori e lezioni a tema, con particolare attenzione alla “cultura della natura”, ovvero alla promozione della conoscenza del patrimonio verde, di paesaggio e ambiente, del nostro Paese, al fine di una sua più efficace e diffusa tutela e valorizzazione.

 

Le Sere FAI d’Estate si svolgono al Castello di Masino venerdì 7 e 14 agosto, fino a mezzanotte, con gli appuntamenti straordinari di Astronomi per una notte, speciali visite guidate per scoprire la nascita dell’astronomia moderna sulle orme dell’abate Tommaso Valperga di Caluso, uno dei protagonisti della storia del castello tra Settecento e Ottocento e membro della famiglia che lo ha abitato fino al 1987, letterato, matematico, esperto di lingue orientali, raffinato collezionista, primo direttore dell’Osservatorio Astronomico di Torino, insieme ad Antonio Vassalli Eandi, e tra gli scopritori di Urano. Il percorso si snoderà tra preziose pubblicazioni – come i rari volumi di Galileo, raccolti nella Biblioteca di Masino e proibiti fino al 1966 – e strumenti di osservazione che hanno dato inizio allo sviluppo delle moderne tecniche di osservazione dello spazio. La visita toccherà anche le nove meridiane e orologi astronomici dipinti alla metà del Seicento sulle facciate delle Terrazze degli Oleandri e dei Limoni, restaurate dal FAI. Qui si potranno osservare le stelle e, con un po’ di fortuna, lo sciame delle Perseidi.
In esclusiva, sabato 7 agosto, grazie alla collaborazione con l’Osservatorio Astronomico di Alpette e con il professor Walter Ferreri, sarà possibile scrutare il cielo notturno con uno speciale telescopio che permetterà l’osservazione ravvicinata delle stelle e di Saturno, particolarmente visibile quest’anno, in totale sicurezza. Si consiglia di indossare abiti comodi e di portare con sé una coperta e un repellente per zanzare.

Venerdì 17, 24 e 31 luglio anche il Castello della Manta, in provincia di Cuneo si svelerà straordinariamente nella luce del tramonto: picnic in giardino all’imbrunire e speciali visite serali tra le sale della fortezza offriranno agli ospiti la possibilità di godere dell’incanto del giorno che volge al termine e di cogliere il fascino notturno del castello, con i suoi preziosi affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi. Il cestino picnic è da prenotare al numero 017587822.

Le serate proseguiranno ad agosto: venerdì 7 e sabato 8, venerdì 14 e a Ferragosto le aperture avranno come protagoniste le stelle con Astronomi per una notte e gli ospiti potranno imparare a orientarsi nel cielo e a riconoscere le stelle principali grazie a videoproiezioni e al programma Stellarium, un planetario virtuale, a cura della Società Ar.Te.C. Le Sere FAI d’Estate al Castello della Manta si concluderanno, poi, venerdì 21 e 28 agosto.

Per partecipare alle SERE FAI D’ESTATE è obbligatoria la prenotazione online.

Per informazioni su eventi, giorni e orari di apertura dei Beni, costi e prenotazioni:
www.serefai.it

N.B. Il calendario degli appuntamenti è in costante aggiornamento e può subire variazioni.

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MODALITÀ DI VISITA IN SICUREZZA
Per consentire al pubblico di visitare i Beni nella massima sicurezza, il FAI si è preoccupato di garantire il pieno rispetto dei principi definiti dal Governo a partire dal mantenimento della distanza interpersonale o fisica. In tutti i Beni la visita sarà contingentata per numero di visitatori e, ove possibile, organizzata a “senso unico” per evitare eventuali incroci. Le stanze più piccole e quelle che non permettono un percorso circolare saranno visibili solo affacciandosi; le porte saranno tenute aperte onde ridurre le superfici di contatto. Sarà d’obbligo indossare la mascherina per tutta la durata della visita. Saranno inoltre a disposizione dispenser con gel igienizzante sia in biglietteria che nei punti critici lungo il percorso.

Il giorno precedente l’appuntamento, i partecipanti riceveranno una mail con le indicazioni sulle modalità di accesso e un link da cui scaricare materiali di supporto alla visita nel Bene, a cura dell’Ufficio Affari Culturali FAI. Gli stessi materiali, che non saranno più distribuiti in formato cartaceo, saranno accessibili in loco su supporti digitali grazie a un QR Code scaricabile direttamente in biglietteria.

L’accesso alla biglietteria, al bookshop e ai locali di servizio sarà permesso a un visitatore o a un nucleo famigliare alla volta; nei negozi FAI i clienti dovranno indossare la mascherina, e saranno a disposizione guanti monouso, qualora fossero preferiti all’igienizzazione delle mani. Si invita inoltre a effettuare gli acquisti con carte di credito e bancomat, per ridurre lo scambio di carta tra personale e visitatori. L’accesso è vietato a chi abbia una temperatura corporea superiore a 37.5°.

Le Sere FAI d’estate si svolgono con il Patrocinio di Regione Piemonte, Città metropolitana di Torino, Provincia di Cuneo, Comune di Caravino, Comune di Ivrea e Comune di Manta.
Il calendario delle Sere FAI d’estate 2020 è reso possibile grazie al fondamentale sostegno di Ferrarelle, partner degli eventi istituzionali e acqua ufficiale del FAI; al prezioso contributo di FinecoBank, realtà leader nel trading online e nel Private Banking main sponsor del progetto.
Grazie anche a Pirelli che conferma per l’ottavo anno consecutivo la sua storica vicinanza al FAI, Porsche Italia dal 2017 prestigioso sostenitore, Golia Herbs che rinnova nel 2020 il suo sostegno agli eventi verdi e Nespresso nuovo importante sponsor della Fondazione.
Grazie a Rai, Main Media Partner dell’iniziativa, che come sempre racconterà al pubblico il ricco e variegato palinsesto di Sere FAI d’Estate grazie anche alla capillare collaborazione della Testata Giornalistica Regionale.

Per informazioni sul calendario delle SERE FAI D’ESTATE e per prenotazioni: www.serefai.it

Per ulteriori informazioni sul FAI: www.fondoambiente.it

Premio speciale Lattes Grinzane alla Protezione civile

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“Premio Lattes Grinzane”: libri e impegno civile al centro della X edizione

Nell’anno della pandemia, la Fondazione Bottari Lattes consegnerà alla Protezione Civile il “Premio Speciale” 2020
Sabato 10 ottobre, ore 16,30, Teatro Sociale di Alba
Monforte d’Alba (Cuneo)

“Insieme con la Giuria Tecnica, ho deciso di donare alla Protezione Civile la somma che ogni anno è destinata alla vincitrice o al vincitore del ‘Premio Speciale Lattes Grinzane’ per ringraziare dell’immenso lavoro che tutte le strutture e gli operatori dell’ente hanno svolto e stanno continuando a svolgere, nell’impegnativo compito di proteggere e aiutare i cittadini in questa drammatica emergenza sanitaria. Il loro coraggio, la loro passione civile e il loro altruismo sono un esempio per tutti noi”. Con queste parole Caterina Bottari Lattes, presidente della Fondazione di Monforte d’Alba, promotrice del “Premio Lattes Grinzane” – nato nel 2011 sulle ceneri del “Grinzane Cavour” e dedicato ai migliori libri di narrativa, italiana e straniera, pubblicati in Italia nell’ultimo anno – spiega la decisione di conferire per questa decima edizione l’ambito “Premio Speciale” alle donne e agli uomini, ai professionisti, ai volontari, ai medici e agli infermieri della nostra Protezione Civile, impegnata ormai da mesi con piena abnegazione e competenza, nell’emergenza sanitaria imposta dal Covid-19. A ritirare il riconoscimento, sarà lo stesso Angelo Borrelli, Capo Dipartimento della Struttura Governativa, nata con il compito di “mobilitare e coordinare tutte le risorse nazionali utili ad assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza”. A Borrelli, la presidente Bottari Lattes consegnerà la somma di 10mila euro, destinata di consueto a uno scrittore di fama internazionale (come il giapponese Haruki Murakami nel 2019, Antònio Lobo Antunes nel 2018, Ian McEwan nel 2017, Amos Oz nel 2016 o Javier Marías nel 2015) che, nel corso del tempo, sia riuscito a riscuotere condivisi apprezzamenti da parte di critica e pubblico. Il tutto nell’ottica “di una compartecipazione più stretta – sottolineano ancora i membri della Giuria- di una condivisione doverosa e per certi versi inevitabile con il nostro Paese, con le sofferenze e i bisogni degli uomini, di cui la letteratura e la cultura non possono non possono non farsi carico”. L’appuntamento è per il prossimo sabato 10 ottobre, alle 16,30, al Teatro Sociale “Giorgio Busca” di Alba, in piazza Vittorio Veneto 3. Lì si terrà anche la cerimonia finale del Premio letterario con lo spoglio dei voti delle Giurie Scolastiche (25 in tutta Italia, da Trieste a Lampedusa e una a Parigi), che decreteranno il libro vincente fra i cinque finalisti selezionati nel maggio scorso dalla Giuria Tecnica, presieduta da Gian Luigi Beccaria. Cinque romanzi per cinque scrittori: due giovani italiani, un tedesco, un israeliano e un turco- Questi i loro nomi: il lombardo di Saronno Giorgio Fontana con “Prima di noi” (Sellerio), il tedesco Daniel Kehlmann con “Il re, il cuoco e il buffone” (traduzione di Monica Pesetti; Feltrinelli), l’israeliano Eshkol Nevo autore de “L’ultima intervista” (traduzione di Raffaella Scardi; Neri Pozza), la partenopea di Torre del Greco  Valeria Parrella con un romanzo ambientato nel carcere minorile napoletano di Nisida dal titolo “Almarina” ( per i tipi di Einaudi ) e il turco Elif Shafak con “I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo” (traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani per Rizzoli).
All’evento si potrà assistere in presenza fino a esaurimento posti, e in diretta streaming, nel pieno rispetto delle normative di sicurezza per l’emergenza sanitaria. Obbligatoria la prenotazione: inviare mail con nome e cognome a book@fondazionebottarilattes.it
g. m.

Nelle foto
– Castello di Grinzane Cavour
– Caterina Bottari Lattes e Haruki Murakami, “Premio Speciale” 2019
– Cover libri finalisti

Carducci e la sua ode al Piemonte dalle “dentate scintillanti vette”

in CULTURA E SPETTACOLI

Su le dentate scintillanti vette salta il camoscio, tuona la valanga da’ ghiacci immani rotolando per le selve croscianti :ma da i silenzi de l’effuso azzurro esce nel sole l’aquila, e distende in tarde ruote digradanti il nero volo solenne. Salve, Piemonte! A te con melodia mesta da lungi risonante, come gli epici canti del tuo popol bravo,scendono i fiumi…”.

Chi non l’ha imparata a memoria e recitata a scuola questa poesia? Secondo alcuni esperti di storia della letteratura, i versi dell’ode “Piemonte” vennero composti da Giosuè Carducci durante il suo soggiorno al Grand Hotel di Ceresole Reale nel luglio del 1890.

 

Nato a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, nella Versilia lucchese, il 27 luglio 1835, il poeta e scrittore, fortemente legato alle tematiche “dell’amor patrio, della natura e del bello”, fu il primo italiano – nel 1906 – a vincere il Premio Nobel per la Letteratura.  Questa la motivazione con la quale gli  venne assegnato, vent’anni prima di Grazia Deledda, l’ambito premio dell’Accademia di Svezia: “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”. Giosuè Carducci morì un anno dopo, il 16 febbraio 1907, all’età di 72 anni, lasciando alla cultura italiana una vasta produzione di poesie, raggruppate in diverse raccolte: dagli “Juvenilia” fino ai lavori della maturità. Tra questi ultimi si distingue in particolare la raccolta  “Rime nuove”, composta da 105 poesie, tra cui sono contenuti i versi più conosciuti dell’autore, presenti in “Pianto antico” ( “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano..”) e “San Martino” (“La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar;ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar..”).

Nella sua produzione non mancano anche alcuni lavori in prosa, tra cui la raccolta dei “Discorsi letterari e storici” e gli scritti autobiografici delle “Confessioni e battaglie“.  Alla notizia della sua morte – nella sua casa delle mura di porta Mazzini, a Bologna –  la Camera del Regno ( Carducci, dopo essere stato a lungo Senatore del Regno era stato eletto alla Camera nel collegio di Lugo per il gruppo Radicale, di estrema sinistra)   sospese la seduta. L’Italia intera vestì il lutto per la scomparsa del poeta  che aveva cantato il Risorgimento. Durante i funerali, che si svolsero il 18 febbraio, i cavalli che portavano il feretro alla Certosa avevano gli zoccoli fasciati. Il cuore di Bologna, piazza Maggiore, e molte case private si presentarono parate a lutto. I fanali lungo il percorso vennero accesi e “guarniti di crespo“. La salma del poeta, fu “rivestita dalle insegne della massoneria, alla quale fu affiliato, e molti massoni partecipano alle esequie”.  Pochi giorni dopo la casa e la ricca biblioteca del poeta vennero donate dalla regina Margherita al Comune di Bologna. 

Marco Travaglini

“Bellezza tra le righe” nei parchi di Casa Lajolo e del Castello di Miradolo

in CULTURA E SPETTACOLI

Conversazioni con alcuni “protagonisti” del presente per uno sguardo di speranza sul futuro. Fino al 27 settembre. Piossasco / San Secondo di Pinerolo (Torino)

Gli appuntamenti sono quasi tutti alle 18. Sul far della sera. Immersi in luoghi unici, in giardini che sono “lo scrigno segreto di antiche dimore”. Abbracciati dalla magia del verde.

E dalle parole rimbalzanti – su e dentro di noi – di noti personaggi e protagonisti del nostro presente. Da questo abbinamento nasce il progetto “Bellezza tra le righe”, firmato da “Fondazione Casa Lajolo” e “Fondazione Cosso” ( con il contributo della Regione Piemonte ) che porta, dal 26 luglio al 27 settembre, nel parco di “Villa Lajolo”, in via San Vito 23 a Piossasco, e del “Castello di Miradolo”, in via Cardonata 2 a San Secondo di Pinerolo, ad una stimolante serie di incontri e conversazioni “in grado di veicolare messaggi catalizzanti e forti, nell’ottica di nuove speranze per il futuro”, con alcune delle voci più significative e importanti dello sport, ma anche dell’impresa, della cultura e del verde.
Sfileranno così l’ex allenatore della nazionale di pallavolo Mauro Berruto ( che proverà a spiegare come lo sport aiuti e insegni a realizzare obiettivi inseguendo i propri desideri), seguito da Beniamino de’ Liguori Carino, segretario generale della “Fondazione Adriano Olivetti” e direttore editoriale di “Edizioni di Comunità” (fondata dal nonno Adriano Olivetti nel 1946), Silvio Angori, amministratore delegato e direttore generale Pininfarina, l’architetto paesaggista Paolo Pejrone e il giornalista Salvo Anzaldi. E poi ancora il noto metereologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli, l’imprenditore Andrea Illy, presidente dell’azienda di famiglia specializzata nella produzione di caffè, che dialogherà con il giornalista Francesco Antonioli e, infine, l’imprenditrice italiana Marina  Salamon. Al termine di ogni incontro, aperitivo e visita guidata alla dimora storica.
Questo il calendario e i titoli dei restanti  appuntamenti:
Domenica 30 agosto ore 18. Incontro con Salvo Anzaldi: “Nato per non correre: per sfidare con ironia i limiti della malattia”.
Castello di Miradolo. Domenica 6 settembre alle 18. Incontro con Luca Mercalli: “Non c’è più tempo: reagire alle emergenze climatiche”. In contemporanea, alle 18, “Ti presento Bruno Munari. Disegnare il sole”, Laboratorio creativo 0-99 anni.
Casa Lajolo. Sabato 26 settembre alle 18. Incontro con Andrea Illy e Francesco Antonioli: “Italia felix: l’impresa sociale e l’economia circolare come filosofia di vita e di lavoro”.
Casa Lajolo. Domenica 27 settembre ore 11. Incontro con Marina Salamon: “Dai vita ai tuoi sogni”.
Info:
Agli incontri a “Casa Lajolo”, si accede con il biglietto di ingresso che dà diritto anche alla visita guidata (6 euro). Aperitivo facoltativo, a seguire. Si consiglia la prenotazione: info@casalajolo.it o telefonare al 348.7095508.

Per gli incontri al “Castello di Miradolo”, la conversazione è compresa nel biglietto di ingresso al Parco (5 euro). I laboratori creativi per bambini costano invece 15  euro. Per chi vuole, alle 19,30, merenda gourmet sul prato. Prenotazione obbligatoria agli incontri e alla merenda: 0121 502761 – prenotazioni@fondazionecosso.it – www.fondazionecosso.it.

g. m.

 

Nelle foto

– Casa Lajolo
– Castello di Miradolo
– Luca Mercalli
– Andrea Illy
– Marina Salamon

La rassegna dei libri più letti nel mese di luglio

in CULTURA E SPETTACOLI

In questa estate anomala, le discussioni letterarie sul gruppo FB Un libro tira l’altro ovvero il passaparola dei libri si sono concentrate su Il Colibrì, romanzo di Sandro Veronesi (La Nave di Teseo) vincitore dell’ultimo premio Strega e sui suoi più diretti candidati.

L’altro titolo che ha tenuto banco è Riccardino, romanzo postumo di Andrea Camilleri (Sellerio) che ha messo fine alle indagini del Commissario Montalbano: nonostante l’attesa, i commenti dei lettori hanno rivelato un po’ di delusione.

Terza menzione per Finché il caffè è caldo, di Toshikazu Kawaguchi (Garzanti) romanzo che cavalca l’onda del recente successo dei romanzi sui defunti e i cimiteri, aggiungendo, in questo caso, un pizzico di fantasy; sembra che i lettori lo apprezzino.

Domenico Sparno della Libreria Culture Club Cafè Mola di Bari ha scelto tre libri per i nostri lettori:

La mattina dopo – Mario Calabresi. Dopo una perdita o un cambiamento arriva sempre il momento in cui capiamo che la vita va avanti, ma niente è più come prima, e noi non siamo più quelli di ieri.
L’Ombra del vento – Carlos Ruiz Zafòn . Consigliato a tutti i lettori che vogliono aprirsi al mondo dei libri e della lettura
Il piccolo principe – di Antoine de Saint-Exupéry. Libro intramontabile adatto ad ogni età da leggere almeno una volta nella vita.

Per la serie: Time’s List of the 100 Best Novels, ovvero i cento romanzi più importanti del secolo XX, scritti in inglese e selezionati dai critici letterari per la rivista Times, questo mese noi abbiamo discusso di: Revolutionary Road, di Richard Yates, dal quale è stato tratto anche un apprezzato film con Leonardi Di Caprio,  Il giorno della locusta, di Nathaniel West che descrive il mondo del cinema e il cinismo che lo domina, e  L’uomo che andava al cinema, di Walker Percy, romanzo nel quale il protagonista “vive” attraverso i film che vede in sala.

 

Se cercate altri consigli di lettura, non perdetevi le nostre video recensioni sul canale YouTube ufficiale de Il passaparola dei libri.

Vi ricordiamo l’appuntamento settimanale con La metà pericolosa, giallo inedito di Silvia Volpi pubblicato in esclusiva in 10 emozionanti puntate per i lettori del nostro sito. Lo trovate a questo indirizzo: La metà pericolosa di Silvia Volpi

Per questo mese è tutto, ci rileggeremo il mese prossimo!

 

redazione@unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it 

La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta l’acqua

in CULTURA E SPETTACOLI

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato

Torino e l’acqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere l’acqua. L’acqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, l’acqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto l’ecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi
2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia
3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia
4. La Fontana dell’Aiuola Balbo e il Risorgimento
5. La Fontana Nereide e l’antichità ritrovata
6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?
7. La Fontana Luminosa di Italia ’61 in ricordo dell’Unità d’Italia
8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma
9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta l’acqua
10. Il Toret piccolo, verde simbolo di Torino


9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta l’acqua

Torino non è solo nebbiosa e malinconica nei tristi mesi invernali, né è da considerarsi unicamente come capoluogo magico e misterioso.
Torino “enigmatica ed inquieta”, per dirla con De Chirico, è città ricca di storia che ha radici antiche, come testimonia il suo stesso nome, Augusta Taurinorum, il villaggio fondato dal princeps romano Augusto nel I secolo a.C., Torino città composta, circondata dalla cerchia delle imponenti vette alpine, città sobria ed elegante, dalle vie diritte, per secoli cuore del Regno dei Savoia, città teatro dell’Unità Nazionale. I grandi architetti che di qui sono passati hanno lasciato testimonianze importanti, ricordiamo fra tutti Juvarra e Guarini. Città capitale di un regno e di una nazione, divenuta poi capitale del cinema e dell’automobile. Torino però è anche importante città d’arte.

Numerosi sono i musei dedicati all’attività artistica, come la GAM (la Galleria d’Arte Moderna), il Museo delle Antichità, la Fondazione Merz, Camera, la Galleria Sabauda e molti altri ancora: la lista dei luoghi che proteggono e nello stesso tempo propongono al grande pubblico le opere d’arte è davvero molto estesa. Molteplici sono anche le iniziative volte ad avvicinare la cittadinanza a quello strano mondo che è quello dell’Arte, guardato sempre con distanza e ogni tanto con sospetto, soprattutto quando si tratta di arte contemporanea. Ma le opere non sono tutte all’interno delle gallerie, alcune si ergono coraggiose tra le strade della città, esposte alle intemperie e agli sguardi dei passanti, alcuni curiosi, altri critici, una tre queste è la Fontana Igloo di Mario Merz, (1925-2003). L’autore dell’opera è uno dei massimi esponenti dell’arte povera italiana; pittore e scultore, originario di Milano, si sposta quindi a Torino già in giovane età, dove si iscrive alla Facoltà di Medicina. Mario inizia a dedicarsi alla pittura grazie agli incoraggiamenti del critico Luciano Pisto, che lo inizia alla pittura ad olio. Il giovane artista dimostra fin da subito interesse per l’astrattismo-espressionista per deviare poi in un secondo momento verso una pittura più informale.

 

La prima mostra di Mario Merz viene allestita presso la Galleria Bussola di Torino nel 1954. É con gli anni Sessanta del secolo scorso che l’autore riesce a trovare la sua giusta espressività, lasciando la pittura e iniziando ad utilizzare materiali diversi, come i tubi al neon, il ferro, la cera e la pietra. Con queste nuove sperimentazioni crea i suoi primi assemblaggi tridimensionali, anche chiamati “pitture volumetriche”. Proprio in questi anni, e con le opere che esegue in tale periodo, entra a far parte di un gruppo di artisti, tra cui Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Lucio Fabro, che aderiscono alla corrente denominata “arte povera”. Caratteristica delle opere di Merz è l’utilizzo del tubo al neon, con il quale realizza degli slogan, soprattutto nel periodo di protesta studentesca del 1968; in seguito inizia a dedicarsi alla costruzione di grossi igloo, utilizzando materiali disparati che stavano a significare il definitivo superamento del quadro e della superficie bidimensionale. Successivamente, a partire dagli anni Settanta, Merz inserisce nelle sue opere la “successione” di Fibonacci, come simbolo e testimonianza dell’energia insita nella materia e della crescita organica.

Il termine “arte povera” viene utilizzato per la prima volta dal critico d’arte Germano Celant nel 1967 per descrivere uno specifico modo di lavorare di un certo gruppo di artisti italiani.
Tale movimento artistico d’avanguardia è stato uno dei più significativi e influenti tra i filoni artistici che nacquero nell’Europa nel decennio Sessanta-Settanta; gli artisti più significativi per lo sviluppo dell’arte povera furono circa una dozzina, tutti accomunati dalla caratteristica di utilizzare, per la realizzazione delle proprie opere d’arte, materiali di uso comune, che potevano richiamare epoche pre-industriali, come le rocce, la terra, la carta, la corda o degli indumenti vecchi. L’arte povera si pone in opposizione sia alla pittura astratta modernista, che aveva dominato tutti gli anni Cinquanta, (ed è per questo che la maggior parte delle opere di questi artisti è di tipo scultoreo), sia si contrappone al minimalismo americano e all’entusiasmo per l’utilizzo della tecnologia, (ed ecco l’utilizzo di materiali che rievocano un passato lontano, pre-industriale). Caratteristica del movimento è l’utilizzo di materiali semplici e artigianali, abbinati in genere a elementi che richiamano la cultura di massa e del consumo; le opere sono caratterizzate da un aspetto misterioso e mitico, di difficile comprensione, appositamente in contrasto con l’ “ovvio” design tecnologico e minimalistico americano; l’utilizzo dell’assemblage contrasta con la pittura astratta, considerata eccessivamente legata alla sfera emotiva.

Dopo questo breve excursus, torniamo a passeggiare tra le nostre strade cittadine, finché non ci imbattiamo in un bizzarro igloo circondato da macchine che sfrecciano in su e in giù verso chissà quali mete. È l’opera di Mario Merz, che fa parte dell’intervento urbano detto “Spina 2”, e viene posta all’incrocio tra corso Mediterraneo e corso Lione, nel grande viale finalizzato ad attraversare la città da nord a sud. Si tratta di un igloo con una struttura ricoperta di lastre in pietra e luci al neon, indicanti i punti cardinali, situato al centro di una grande vasca con delle canne verticali che gettano acqua.Inaugurata il 6 novembre 2002, l’opera è un’istallazione permanete e rientra nel progetto “Artecittà-undici artisti per il passante ferroviario” lanciato nel 1999 dalla città di Torino.
L’intera opera è un’allegoria dell’abitare, un’architettura equilibrata che contiene spazio interno e spazio esterno, quasi a simboleggiare le esigenze della vita. L’igloo si richiama ai processi naturali di crescita, come la spirale e i numeri delle serie di Fibonacci, entrambi temi di grande interesse e molto cari all’artista. La fontana è una delle ultime opere firmate da Merz, scomparso nel 2003 e rappresenta in maniera inconfondibile lo stile del maestro.

 

Alessia Cagnotto

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