La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La notizia è di quelle che rattristano il mondo della cultura e dell’Università’, ma anche i molti torinesi che amano il Risorgimento e il suo Museo di piazza Carignano

E’ mancato improvvisamente a San Mauro Torinese il 6 ottobre il professor Umberto Levra, illustre docente di Storia del Risorgimento dell’Universita’ di Torino. Voglio dedicargli l’intera rubrica domenicale perché Levra merita un’attenzione che non ha inspiegabilmente avuto nei media perché da vero studioso non ha mai voluto fare del protagonismo.

Ci eravamo visti pochi giorni fa, come facevamo spesso nel caffè di piazza Carignano, per intraprendere insieme la pubblicazione del diario inedito di guerra di Marcello Soleri, il deputato liberale giolittiano neutralista che era partito volontario per la Grande Guerra.  Il giovane studioso Levra aveva dedicato nel 1976 a quel tema un suo lavoro di cui mi fece omaggio e che sarebbe stato il punto di partenza della pubblicazione concordata con Antonio Patuelli, direttore della rivista “Libro aperto” di cui Umberto fu collaboratore autorevole. Io avevo già ripubblicato le “Memorie “ di Soleri edite da Einaudi nel 1949 e poi non più ristampate, malgrado una prefazione di Luigi Einaudi.

Il prof. Levra aveva concluso nel 2020 il suo lungo mandato di Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, il
più importante d’Italia ( fondato nel 1878 alla morte di Vittorio Emanuele II ), iniziato nel 2004 , ma di cui soprattutto aveva creato il nuovo allestimento nel 2011 dopo anni di intenso lavoro.  Oggi il Museo e’ davvero all’avanguardia per merito suo e consente al visitatore un percorso eccezionale. Il contenitore,  Palazzo Carignano, con il suo Museo, e’ diventato un’attrattiva per turisti, scolaresche ed appassionati di storia risorgimentale, perché i nuovi percorsi museali sono in grado di interessare studiosi e studenti contemporaneamente. La pandemia ha messo in crisi il flusso di visitatori, ma sicuramente il ciclopico impegno di Levra rappresenterà un richiamo che sarà alla base del rilancio del Museo.

Io ricordo di averlo visitato la prima volta, giovanissimo, nel 1961 con un allestimento che non era affatto consono, specie se si rapportava al fatto che in quell’anno si festeggiava “Italia 61”. Mario Soldati, partecipe attivo delle manifestazioni torinesi del Centenario, mi disse,  molti anni dopo, di aver avuto allora un pessimo rapporto con il Museo e di non aver più voluto andare a visitarlo successivamente, malgrado gli avessi presentato il grande Vittorio Parmentola, un direttore davvero straordinario che oscuro’, fortunatamente, la non esaltante gestione di Luciano Vernetti.

Dopo tanti allestimenti poco convincenti del Museo, a partire in primis da quello molto discutibile di Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon che lo sovverti’ in chiave sabaudo-fascista per giungere alla versione resistenziale ispirata da Franco Antonicelli,  quello creato da Levra non ha ricalcato interpretazioni ideologiche ma aperture importanti internazionali ed ha espresso una costante e rigorosa attenzione storica ai fatti del Risorgimento di cui il Presidente fu uno dei più grandi studiosi, con oltre 200 pubblicazioni.

Un nome conosciuto ed invidiato in Italia e all’estero. Era stato autorevole Professore Ordinario all’Universita’ di Torino dove fu successore di Alessandro Galante Garrone di cui siamo stati entrambi allievi. Non seguimmo le stesse strade, ma nel corso degli anni ci fu un amichevole, direi affettuoso riavvicinamento. L’occasione fu il suo coraggioso smantellamento del salone dedicato alle bandiere sindacali che non avevano nulla da spartire con la storia del Risorgimento, che fu attaccato dai sindacati e dalla sinistra. Forse fui soltanto io a difendere Levra che aveva seguito il rigore storico rispetto a valutazioni politiche.

L’insegnamento di Rosario Romeo- il grande storico di Cavour – che aveva negato la legittimità storica di considerare l’antifascismo, la guerra partigiana e il movimento operaio come un nuovo Risorgimento, aveva lasciato un segno indelebile. La fedeltà a Romeo fu l’elemento che ci accomunò. Nel 2020 avrebbe voluto che fossi io a ricordare a Palazzo Carignano dove nacque, Vittorio Emanuele II, ma la pandemia lo impedi’.  Il 20 settembre di quello stesso anno in coda al discorso che tenni per i 150 anni della Breccia di Porta Pia parlai anche Vittorio Emanuele a cui nessuno aveva tributato un sia pur minimo ricordo nemmeno al Pantheon dove è sepolto come come primo re d’Italia e Padre della Patria. Era uomo di animo gentile ma di ferme convinzioni che sapeva rispettare quelle diverse dalle sue : una virtù oggi rarissima  L’ultima volta che ci parlammo si mostrò molto preoccupato per l’elezione del nuovo sindaco di Torino .Lui aveva avuto nel Consiglio del Museo Valentino Castellani e pensava ad un modello di sindaco ineguagliato.

Gli studi risorgimentali torinesi che hanno avuto maestri importanti, pensiamo a Walter Maturi, Aldo Garosci e  il dimenticato  ingiustamente Narciso Nada, dalla sua morte subiscono una battuta d’arresto. L’abolizione della cattedra di Storia del Risorgimento all’Ateneo di Torino, città culla del Risorgimento, già avvenuta in altre città, aveva  dato una mazzata alla crescita di nuovi studiosi della disciplina che si sta sentendo in quanto la storia del Risorgimento è diventata il pascolo per scorribande pseudo-storiche da parte di chiunque.
Quando “La Stampa” affido’incredibilmente al medievista Alessandro Barbero il ricordo di Vittorio Emanuele II nel bicentenario della nascita, telefonai ad Umberto e gli dissi che sarebbe toccato a lui che, fiero repubblicano come Luigi Salvatorelli,  avrebbe saputo valutare senza pregiudizi la figura del primo Re d’ Italia.  Lo scrissi  con spirito di amicizia anche al direttore Maurizio Molinari, unendogli l’articolo di Salvatorelli pubblicato dal giornale nel 1961. Non basto’ un bell’articolo di Gianni Oliva per correggere quello di Barbero che di lì in poi rivelò la sua vera identità politica e la sua faziosità senza pudore.
Con Levra,  tra le molte iniziative realizzate insieme, avevamo organizzato un bel convegno su Benedetto Croce a Viu’ dove il filosofo era andato in vacanza  nel 1918  e aveva scritto una delle sue pagine più alte sulla guerra. Anche in quell’occasione il non crociano Levra seppe essere lo studioso di razza di sempre.
Con lui scompare uno storico importante e davvero la sua morte lascia un vuoto incolmabile. Non è un modo di dire usato in certe luttuose circostanze,  è purtroppo la nuda e cruda verità.

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