Oggi al cinema

Le trame dei film della settimana nei cinema di Torino 

A cura di Elio Rabbione

 

Bad Luck Banging or Loony Porn – Commedia. regia di Radu Jude, con Alexandru Ptocean e Katia Pascarin. Film vincitore dell’Orso d’oro alla 71ma Berlinale. La storia di Emi, nella Bucarest di oggi, una professione di insegnante che corre il rischio di essere distrutta quando un filmino sexy, girato amatorialmente con il marito, finisce in rete. Il film, diviso in capitoli, vede prima l’esposizione esplicita delle immagini incriminate e la donna che tenta inutilmente di cancellarle e di far sì che non diventino virali, poi la cronistoria – attraverso altri filmati –  raccontata documentaristicamente dei “peccati” che ieri come oggi hanno travolto il territorio e la vita della Romania. In ultimo il processo scolastico a cui Emi deve sottostare, la lotta contro il proprio licenziamento, l’affermazione della libertà di due persone nel proprio intimo. Tutto girato in piena pandemia cosicché il regista ha deciso di far girare ogni scena con gli attori provvisti di mascherina. Durata 106 minuti. (Massimo sala Cabiria, Nazionale sala 2)

 

Mank – Drammatico. Regia di David Fincher, con Gary Oldman e Amanda Seyfried. Premio Oscar per le migliori scenografie e per la miglior fotografia. Il cinema dentro il cinema, il cinema che si racconta, il cinema che parla (forse troppo) di sé e di tanto in tanto si nega alla comprensione (immediata) del pubblico. Un cinema per cinefili incalliti, insomma. E un po’ freddini. Come, a parere di chi scrive queste note, un po’ fredda è rimasta tutta quanta l’operazione, dove nemmeno un grande attore come Oldman riesce a brillare, pomposo, sempre maledettamente eguale, con gli stessi tic, incerto su che strada prendere. Con il sacrosanto diritto di dividerlo, quel pubblico, con l’intera critica, in affascinati e scontenti. La storia di “Quarto Potere”, sconquassata, messa a gambe all’aria, il “film più importante del cinema moderno” messo al muro (una bufera nel 1971!) per essere fucilato da Pauline Keel (la critica cinematografica statunitense che dettava legge, che faceva il bello e il cattivo tempo, che venne licenziata da una rivista – stando alle notizie in rete – per aver ribattezzato nel 1966 “Tutti insieme appassionatamente” (ohibò) con il titolo “Tutti insieme piagnucolosamente”), secondo la cui opinione quel sacrosanto titolo apparteneva più al suo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (capace di portarsi a casa nel ’42 l’unico Oscar per la miglior sceneggiatura originale alla faccia delle nove candidature) che al proprio regista Orson Welles. Oggi Fincher (“Alien”, “Seven”, “The Social Network”) riprende in mano una sceneggiatura firmata anni fa dal padre e attraverso l’insuperabile bianco e nero di Erik Messerschmidt racconta il travagliato evolversi di quel film, l’incidente di Mankiewicz e la sua forzata permanenza a letto in compagnia della fidata bottiglia, le continue lotte con l’autore, le pressioni esterne, il mondo della Mecca del cinema. Il risultato è opaco, ma comunque il film è vedibile da quanti vorranno darsi una bella ripassata su quegli anni più o meno d’oro. Durata 131 minuti. (Ambrosio sala 3, Eliseo Blu, Romano sala 1)

 

Minari – Commedia drammatica. Regia di Lee Isaac Chung. Gran premio della Giuria al Sundance Festival, Golden Globe 2021 per il miglior film straniero e Oscar alla miglior attrice non protagonista, Yoon Yeo-Jeong. Un’opera autobiografica, la storia del piccolo David, un bambino nato e cresciuto in una famiglia coreana emigrata negli Stati Uniti, anch’essa ad inseguire il sogno americano (un nuovo lavoro per il padre), la ricerca di altri luoghi e un altro viaggio, dalla California all’Arkansas intrapreso negli anni Ottanta, l’arrivo della nonna dalla Corea, una anziana donna con abitudini e un modo di vivere completamente diverso da quello del piccolo David. Durata 115 minuti. (Eliseo Rosso, Nazionale sala 1)

 

Nomadland – Drammatico. Regia di Chloe Zhao, con Frances McDormand e David Strathairn. Leone d’oro alla Mostra di Venezia e vincitore di tre premi Oscar, miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista. La storia di Fern, una donna sessantenne, alle prese con la crisi economica che ha colpito la sua piccola città, Empire nel Nevada, un’economia che sino ad ora si era basata sulla produzione del cartongesso. Un’altra sciagura l’ha colpita, la morte del marito: la donna abbandona tutto, carica ogni suo avere su un furgone e si mette in viaggio, solitaria e libera, alla ricerca di una nuova vita, di paese in paese, tra piccoli lavori che di volta in volta riesce a fare, tra gli incontri nuovi cui va incontro, nomade. Una nuova esistenza, un lutto da elaborare, nuovi paesaggi in cui cercare la tranquillità e la pace. Non più sola soprattutto, la nascita di nuove comunità, con lei altre mille case viaggianti, tutte alla ricerca di un futuro. Il nuovo sogno americano, un altro, che guarda a quello di Lee Isaac Chung, quello degli anni Duemila, una nuova filosofia di vita. Durata 108 minuti. (Ambrosio sala 1 e sala 2, Classico, Eliseo Grande, Romano sala 2)

 

Un divano a Tunisi – Commedia. Regia di Manele Labidi Labbé, con Goishifteh Farahani. Selma è una giovane psicanalista, dal carattere forte, è sempre vissuta a Parigi con il padre: un bel giorno decide di tornare nella sua città d’origine, Tunisi, dove conta di aprire uno studio privato tutto suo. Ma il suo ottimismo dovrà scontrarsi fin da subito con la diffidenza di chi gli sta intorno, anche la sua famiglia le è contraria, per lo meno scettica di avere sopra il proprio appartamento uno studio di psicanalista. Davanti alla porta, in coda, un variegato panorama di esseri umani, ciascuno con i propri problemi da raccontare. Durata 87 minuti. (Romano sala 3)

 

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