Torino tra architettura e pittura: Guarino Guarini

in Rubriche

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

1) Guarino Guarini

Ne ho discusso poco tempo fa con i miei studenti, di quanto l’abitudine ci possa rendere indifferenti alle preziosità che ci circondano. Che si tratti di parchi o architetture, passeggiate lungo il fiume o piazze monumentali, le “cose belle” che sono alla nostra portata, che sono “sempre lì” a disposizione, ad un certo punto perdono –ai nostri occhi abituati- il loro fascino. Che fare allora? In classe non siamo addivenuti ad una soluzione, ma ci siamo ripromessi di camminare quanto più possibile con lo sguardo attento, magari provando a ricordare che cosa ci aveva originariamente colpito di certi luoghi, un tempo sorprendenti.

È più semplice di quel che sembra passeggiare per Torino senza accorgersi della preziosità dei suoi palazzi o della geometria perfetta delle vie del centro: Torino è “sempre lì”, sempre la stessa e ormai rischiamo –noi torinesi- di essere assuefatti al suo fascino malinconico, tanto da notare piuttosto una nuova vetrina o scoprire la chiusura di un negozio a cui eravamo affezionati e non osservare invece i decori aggettanti che inquadrano una precisa attività commerciale. Torino è una città esteticamente complessa, abbracciata dalle Alpi in lontananza, colorata dalle tinte degli alberi dei parchi e della collina, segnata da grandi architetture del passato e del presente. Nel capoluogo convivono in sorprendente armonia capolavori barocchi, edifici liberty e più recenti strutture, nate per la maggior parte negli anni Novanta, grazie soprattutto all’importante avvenimento dei XX Giochi Olimpici svoltisi proprio nella “nostra” città, per quest’ultima categoria ritengo opportuno ricordare la zona dell’ex Villaggio Olimpico, che sorge sull’area occupata fino al 2001 dai Mercati Generali.
È bene specificare che, oltre alle tipologie architettoniche più prestigiose, a Torino vi sono diversi edifici storici risalenti all’epoca lontana dell’antica Augusta Taurinorum, tra le costruzioni più datate vi sono Le Porte Palatine, attualmente inserite all’interno del Parco Archeologico, che racchiude e preserva molti altri reperti romani.

È però nel Seicento che iniziano gli elaborati interventi urbanistici che danno effettivamente lustro alla città; i numerosi lavori di ampliamento, di restauro e di costruzione di nuovi palazzi e quartieri si devono in prevalenza agli esponenti della famiglia Savoia, primi fra tutti Emanuele Filiberto (1528-1580) e Carlo Emanuele I (1580-1630). Ma andiamo in ordine e vediamo di percorrere brevemente quali sono stati gli avvenimenti più importanti a livello urbanistico e chi erano le personalità a cui era stata affidata la soprintendenza dei lavori. Nel 1563 Torino è capitale del ducato sabaudo, è dunque opportuno che l’estetica della città rispecchi l’importante funzione politica: a tal proposito Emanuele Filiberto avvia un primo sviluppo edilizio. Carlo Emanuele I prosegue poi con i lavori di modifica urbanistica e affida il progetto di ampliamento verso sud-est all’architetto civile Ascanio Vitozzi (1539-1615). Egli decide di mantenere per le nuove aree la trama a scacchiera, così da riprendere la primigenia struttura romana. Al Vitozzi si deve l’edificazione di Piazza Castello (1615), il primo tronco dell’attuale via Roma (all’epoca Via Nuova) e l’inizio della costruzione dei portici nelle strade principali. L’architetto si rifà al gusto francese, tanto apprezzato in quegli anni, e conferisce alla città un carattere omogeneo, attraverso la costruzione delle facciate dei palazzi che si susseguono uniformi e la scansione spaziale dei portici. All’architetto Vitozzi succede l’abile Carlo di Castellamonte (1560-1683), il quale continua l’opera di modernizzazione della città sabauda, egli realizza quindi Piazza San Carlo, che doveva unire l’antico nucleo storico con la parte nuova appena edificata, inoltre si adopera per completare la Via Nuova.

 

Va tuttavia sottolineata la geniale visione progettuale di Castellamonte, egli infatti, attraverso la costruzione di Piazza San Carlo, arriva all’uniformità del prospetto della piazza, in asse con la Via Nuova, grazie al doppio porticato aperto sui lunghi lati e alla ripetizione delle facciate degli edifici. Anche lui guarda al modello francese, per l’appunto la conformazione razionale di Piazza San Carlo ricorda la Piazza Reale di Parigi: un enorme spazio quadrato scandito da portici simmetrici le cui unità edilizie sono a malapena distinguibili. Nella seconda metà del Seicento Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento verso il Po: tale progetto vede il Castello come vero e proprio fulcro del potere politico, attorno ad esso si sviluppano nuovi quartieri e nuove abitazioni. Nel 1658 viene edificato Palazzo Reale, altro edificio a testimonianza della presenza monarchica dei Savoia sul territorio.
Molte personalità illustri si adoperarono per rendere Torino elegante e regale, ma tra i tanti nomi spicca sicuramente quello di Guarino Guarini (1624-1683), padre dell’ordine dei Teatini, insigne matematico e studioso di filosofia; viaggia molto e lavora in diversi cantieri in città quali Modena, Messina e Parigi, inoltre soggiorna a Roma, dove ha modo di confrontarsi con i lavori artistici dei maestri barocchi, soffermandosi soprattutto sulle opere di Bernini e di Borromini; dagli autori seicenteschi assimila il rigore costruttivo, la fantasia delle articolazioni strutturali e il gusto del colore nella scelta dei materiali.

Nel 1666 l’architetto giunge a Torino, invitato dal padre generale dei Teatini a dirigere i lavori di rinnovamento della chiesa di San Lorenzo. In tale struttura, più che in altri edifici, è evidente che la geometria utilizzata da Guarini nei suoi progetti, pur basandosi su proporzioni matematiche, riesce a dare vita a un’architettura fantastica, grazie all’impiego di moduli incrociati di archi e all’introduzione di pilastri riccamente decorati privi di funzione portante. La chiesa ha una pianta geometricamente complessa, si tratta infatti di un ottagono; gli otto lati della struttura interna sono ricurvi verso il centro e costituiscono altrettanti ampi archi poggianti su sedici colonne in marmo rosso, oltre i quali si aprono nicchie con statue incorniciate da pilastri bianchi. Guarini, nella realizzazione delle cupole dell’asse longitudinale e del presbiterio, supera la concezione della cupola classica; la cupola dell’asse longitudinale è costituita da costoloni che formano una stella a otto punte e un ottagono su cui poi si innalza la lanterna. Tra i costoloni non vi è superficie muraria, ma ampie finestre ovali e tante altre più piccole, aperte con lo scopo di ottenere stupefacenti giochi di luce; all’osservatore la cupola appare leggerissima, egli guarda verso l’alto e punta gli occhi verso l’infinito celeste.
Nel 1668 Carlo Emanuele II vuole che Guarino diriga il cantiere della Cappella della Santissima Sindone, dedicata appunto all’inestimabile reliquia posseduta dai Savoia. L’architetto per prima cosa rivoluziona il precedente progetto di Carlo di Castellamonte, decisamente più tradizionale, e crea all’esterno il motivo delle sei grandi finestre del tamburo, evidenziato dal profilo ondulato del cornicione; al disopra inserisce l’originale motivo a “zig-zag” dei costoloni della cupola, che termina con la lanterna conica. L’interno della cupola è tutto giocato sulla successione decrescente di forme esagonali a stella, che conferiscono alla struttura un accentuato scorcio prospettico e accentuano l’effetto illusionistico in altezza.
Le cupole sono il tratto tipico della genialità e delle idee innovative del Guarini: in tali architetture il ritmo si fa serrato di segmenti curvilinei che si inscrivono in uno spazio vuoto, è come se tali strutture stessero sorprendentemente in equilibrio. “È l’istante in cui il calcolo matematico coincide con il percorso della fantasia che tende a Dio, l’istante in cui la logica coincide con la fede, l’istante in cui Dio si manifesta nel pensiero e nell’opera dell’uomo” (Argan, “Storia dell’Arte Italiana”, Rizzoli, 1981).
Il nome di Guarini è anche collegato ad un altro importante edificio torinese. In Palazzo Carignano, edificato tra il 1679 e il 1681, si riscontrano elementi del barocco romano. In tale edificio è evidente il richiamo al Borromini, prima di tutto nel motivo convesso del corpo centrale che si flette ai lati in concavità, mentre due grandi blocchi rettilinei concludono la facciata. L’andamento mosso, che rispecchia la disposizione interna del salone ovale e della scalinata, è ulteriormente sottolineato dall’uso uniforme del mattone rosso, con cui sono realizzati anche gli ornati, le inquadrature delle finestre e le accentuazioni delle lesene.

Guarini è sicuramente molto legato alla poetica borrominiana, più che all’insegnamento del Bernini, ma è opportuno ricordare che suo grandissimo merito è quello di essere stato in grado di sintetizzare le due lezioni, congiungendo le due antitetiche concezioni etico-religiose.
Proprio su quest’ultima affermazione vorrei soffermarmi prima di concludere. Guarini non è celebre solo per i suoi progetti architettonici, ma è degno di nota proprio per aver reso dialoganti tra loro le due opposte correnti di pensiero che si diffondono, apparentemente in antitesi, per tutto il Seicento.
Alla fine del Cinquecento la nascita del pensiero scientifico mette in discussione l’autorità degli antichi, le certezze dell’uomo rinascimentale risultano insufficienti e superate e gli studiosi si schierano in due differenti fazioni: chi sostiene la ragione, a discapito dei sensi, chi, al contrario, sostiene la necessità di far intervenire l’esperienza nel confermare o smentire la realtà. Tutto il Seicento oscilla tra queste posizioni, tra la teoria astratta di tipo matematico e quella a sostegno dell’esperienza, delle sensazioni emotive e dell’importanza dell’inconscio. La particolarità dell’architetto teatino è il sostenere che le due versioni si trovino in rapporto dialettico, egli è convinto infatti che la razionalità matematica non neghi l’esperienza, ma al contrario ne richieda l’intervento. Teoria e prassi operativa sono due momenti successivi ed inscindibili di un unico processo: il costruire.
Ma ora terminiamo. “Parlare” di tali argomenti è a mio parere “limitativo”, l’arte e l’architettura vanno vissute, viste, guardate, assimilate. Le lezioni dei grandi sono da apprendere sul campo, con i polpastrelli che tastano i materiali e percepiscono la differenza tra il marmo, l’intonaco e il cemento, con il collo che “scrocchia” a furia di tenere il capo rivolto all’insù. È questo che dico sempre ai miei studenti: non smettete mai di stupirvi.

Alessia Cagnotto

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