I Campese famiglia d’artisti

in CULTURA E SPETTACOLI

ARTE E STORIA IN PIEMONTE / Volendo ricordare artisti che, nati a Casale Monferrato, hanno dato lustro alla città, indubbiamente il pensiero va a Nicco Musso il più grande caravaggista piemontese, a Pier Francesco Guala frizzante pittore settecentesco, a Leonardo Bistolfi, massimo simbolista italiano.

Non dobbiamo però dimenticare altri pittori che si sono distinti tra 800 e 900 nell’arte pittorica e scultorea; singolare è la storia della famiglia Campese che, da più generazioni, ha avuto esponenti geniali ed estrosi a cominciare dalla famosa “Ditta Fratelli Campese” che nell’800, oltrepassando la sottile linea di demarcazione tra artigianato e arte vera e propria, si occupò di manufatti in ferro, carri dipinti e meravigliosi cavallini in legno scolpito per giostre, senza dimenticare l’organizzazione di teatri e balli a palchetto.

Da questa famiglia creativa nel 1893 nacque Nino che, sia per temperamento che per l’ambiente in cui si formò, si dedicò all’arte diplomandosi all’Accademia Albertina sotto la guida di Giacomo Grosso e Paolo Gaidano

Da questi famosi artisti assorbì la predilezione al ritratto ma la curiosità lo spingeva a sperimentare orizzonti più innovativi.

L’occasione si presentò nel 1915 quando,arruolatosi, conobbe il commilitone Filippo Tommaso Marinetti col quale si instaurò immediata empatia, immersi in quel clima di “Eroismo dismesso” così ben descritto da Emilio Lussu in “Un anno sull’altipiano”, che si instaurava durante le pause di combattimento quando i soldati si confidavano tra loro.

Campese, appena uscito dall’Accademia, religioso, timido e Marinetti ardito interventista anticlericale con alle spalle la rivoluzionaria esperienza del Futurismo parlavano appassionatamente di arte.

Ritornato a casa Nino si ispirò alle avanguardie attraverso collages di materiali poveri e dipinti a smalti industriali per carrozzeria al fine di “far cantare il colore” memore dei discorsi futuristi; purtroppo suscitò disapprovazione in un ambiente provinciale per cui, preso da sconforto, distrusse quasi tutta la produzione ritornando alla ritrattistica tradizionale ma con una impronta fresca e personale.

Il figlio Giuseppe ( 1924-2000), definito dal grande Raffaele Degrada il più bravo acquerellista italiano, intraprese una strada opposta al padre escludendo i valori volumetrici a favore della forma creata dalla luce e dal colorediafano

Ne sono nate nature morte chiariste, in particolare fiori impalpabili ed evanescenti oltre a paesaggi fuggevoli, di leggerezza arcadica intrisa di lievi sospiri.

Pochi come Giuseppe hanno saputo trasmettere alle opere il proprio spirito di uomo intimista, sincero e generoso, qualità che l’hanno fatto amare non solo per la grandezza artistica ma anche umana

La tradizione della famiglia Campese è portata vanti attualmente da Cristina e Grazia che si dedicano anche al restauro conservativo con eccellente capacità.

Giuliana Romano Bussola

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