La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Omaggio a Re Vittorio, padre della Patria  – L’emergenza impone responsabilità – Massimo Numa – Putin fino al 2036

Omaggio a Re Vittorio, padre della Patria

Avrei dovuto sabato deporre in omaggio a Vittorio Emanuele II, primo Re d’ Italia  a Palazzo Carignano, dove nacque il 14 marzo 1820, una corona d’alloro a nome del Centro “Pannunzio” che, seguendo le idee del direttore del “ Mondo”, sentì sempre un forte legame ideale con il Risorgimento e in modo particolare con Cavour. Insieme a Rosario Romeo e Adolfo Omodeo e allo stesso Benedetto Croce ,sentimmo la necessità di difendere le ragioni del Risorgimento rispetto alle critiche dell’ “orianesimo” giornalistico gobettiano e al marxismo di scuola gramsciana volto a ridurre il moto risorgimentale a conquista regia.
Per questi motivi avremmo voluto onorare il Re che contribuì ad unire l’Italia dopo secoli di divisioni facendo della sua Casa il fulcro su cui fare leva per realizzare il processo di unificazione, come ben vide Giuseppe Garibaldi che abbandonò Mazzini ai suoi sogni rivoluzionari. Vittorio Emanuele non ebbe la tempra di un Emanuele Filiberto e di un Vittorio Amedeo II, ma creò il nuovo Stato unitario,vincendo mille resistenze e affrontando due guerre per l’indipendenza. L’unità d’Italia aveva tanti nemici e l’impresa, riconobbe Salvemini, era davvero titanica. Stando ad alcuni suoi contemporanei, non fu un uomo di particolari qualità ,anche se fu un ottimo e coraggioso soldato ,ma le testimonianze occasionali possono solo  dare l’ idea dell’uomo privato non del Re che prese il Piemonte nel 1849 pesantemente sconfitto a Novara e giunse fino a Roma capitale e alla Sinistra di Depretis al potere. Vittorio Emanuele, non particolarmente versato negli studi, al contrario di suo padre Carlo Alberto,venne educato militarmente secondo le tradizioni sabaude e il modello a cui guardavano i suoi precettori era il re assoluto. Carlo Alberto era rimasto ondeggiante tra i moti carbonari del 1821 e il Trocadero dove combatté i liberali spagnoli ,anche se nel 1848 si decise a concedere lo Statuto,a dichiarare guerra all’Austria e a far suo il vessillo italiano ,una bandiera nata repubblicana è financo giacobina. Carlo Alberto nel suo periodo di regno realizzò anche una politica di riforme degna di essere ricordata, come sosteneva Narciso Nada, lo storico degli antichi Stati italiani prima dell’ Unità.
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Vittorio Emanuele, che aveva una madre e una moglie appartenenti alla famiglia degli Asburgo, ereditò all’ improvviso un trono dopo l’abdicazione di Carlo Alberto e di fatto fu il primo Re costituzionale che sperimentò lo Statuto . Non fu un’ esperienza facile e l’aver avuto un capo del Governo come Massimo d’Azeglio gli giovò sicuramente molto .Non è vero che fu accondiscendente verso l’Austria con cui riuscì a trattare una pace meno onerosa di quella prevista a Vignale nell’incontro con Radetzky. Fu elemento di equilibrio tra un Parlamento riottoso alla pace e l’Austria che voleva occupare parte del territorio piemontese, tra cui la fortezza di Alessandria . Il Proclama di Moncalieri e l’ iniziativa diplomatica di d’Azeglio furono passaggi importanti per superare difficoltà apparse in alcuni momenti insormontabili. Il fatto incontrovertibile è che egli non revocò lo Statuto e fu fedele al giuramento prestato,mentre tutti gli altri principi italiani tornarono sui loro passi e rinnegarono le Costituzioni concesse. Fu d’ Azeglio a considerare il Re un galantuomo,poi i cortigiani, i retori,gli agiografi esagerarono nel mitizzarlo. Ma resta indubbio che il Re seppe  circondarsi di uomini straordinari come d’Azeglio e soprattutto Cavour con cui ebbe anche momenti di scontro; fu sostanzialmente fermo nel sostenere il processo di laicizzazione di un Piemonte che aveva al suo interno nemici nella Chiesa locale e al suo esterno nemici come il Papa e la Chiesa Romana.  Riuscì ad attrarre il consenso di uomini come  Francesco De Sanctis, Daniele Manin e soprattutto Garibaldi che fece suo il motto ” Italia e Vittorio Emanuele”. Accolse a Torino  esuli provenienti da tutta Italia,garantendo la libertà di stampa e di satira. Sacrificò una figlia alla Causa italiana, destinandola ad un matrimonio infelice con Girolamo Bonaparte e rinunciò alla culla della sua Casa , cedendo la Savoia alla Francia per poter affrontare l’Austria a fianco dei Francesi nel 1859, nel 1864 accettò di trasferire la capitale da Torino a Firenze cominciando a diventare vero Re di tutti gli italiani , nel 1869, con la nascita a Napoli del nipote, riuscì in quell’opera di avvicinamento agli ex borbonici che radicherà profondamente la Dinastia sabauda al sud ,come dimostrò persino il referendum del 2 giugno 1946 ,malgrado una guerra perduta.
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Riuscì anche per i suoi rapporti con le dinastie regnanti europee ,malgrado le sue non grandi doti diplomatiche, a rinsaldare le sorti della neonata Italia. Nel 1870 entrò in Roma finalmente capitale del nuovo Regno ,senza urtare il Papa come volevano gli anticlericali ed i massoni .Con la legge delle Guarentigie furono regolati in modo esemplare i rapporti con la Chiesa cattolica garantendole indipendenza assoluta, come riconobbe Arturo Carlo Jemolo. Una libertà che si manifestò anche durante la Grande Guerra quando il Papa ebbe modo di intrattenere rapporti anche con le potenze nemiche dell’Italia. Il fatto che gli piacessero le donne fu un particolare di colore insignificante che di fronte ad un ragionamento storico non assume nessuna importanza. Riuscì ad essere un Re popolare ed anche amato e questo resta invece un fatto che non si può ignorare. Dei quattro sovrani d’ Italia fu sicuramente il migliore e seppe realizzare la sua missione. Non fu solo fortuna ,come alcuni faziosi superficiali hanno sostenuto .Cosi come non fu solo legato all’ iniziativa del Re il successo del moto risorgimentale come ritennero gli agiografi a partire da Vittorio Bersezio. Anche Francesco Cognasso fu troppo monarchico per dare giudizi distaccati, malgrado la sua assoluta onestà intellettuale. Ma il repubblicano Luigi Salvatorelli seppe trovare un punto di equilibrio che merita di essere indicato come capacità di riflettere storicamente con il necessario distacco critico. Un suo articolo del 1961 è emblematico di come si possa essere repubblicani , non avendo stima per i Savoia ,e riconoscere il ruolo storico del Sovrano che venne apprezzato anche da Walter Maturi. Appaiono  invece miserevoli le pagine di Denis Mack Smith. Già tanti anni fa un cattolico giacobino come Ettore Passerin d’ Entreves mi invitava a diffidare di lui che considerava non uno studioso ,ma <<un pasticcione>>  .Usò proprio questa definizione sprezzante.
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Il professore di storia medievale di Vercelli Alessandro Barbero, chiamato a scrivere sul quotidiano “ La Stampa”, ancora una volta ha dimostrato di non voler  capire cosa sia la storiografia risorgimentale, confondendola con i pettegolezzi e con le battute ad effetto. Le sue argomentazioni non meritano risposte perché sono prive di ragionamento storiografico e prenderle in considerazione per confutarle significa abbassare il discorso a quello del gossip. L’aver poi definito Vittorio Emanuele un populista che  oggi sarebbe  molto piaciuto rivela la non volontà di contestualizzare nella sua epoca un personaggio storico, ma di estrapolarlo in modo arbitrario e fantasioso .Definire il  Re un arciitaliano alla maniera di Alberto Sordi appare  un’ affermazione strampalata che solo chi non conosce nulla della storia risorgimentale può apprezzare e condividere. Non è bastato il lucido intervento di Gianni Oliva ospitato dalla “ Stampa”  a riequilibrare la posizione di un giornale che nel 1961 pubblicava Luigi Salvatorelli  ed oggi Barbero, il segno di una decadenza  davvero inarrestabile . Oliva ha cercato di correggere il tiro di Barbero ,ma la caduta anche di gusto, oltre che di carattere  storico , è apparsa davvero incorreggibile. L’emergenza epidemica ha fatto annullare ogni evento celebrativo, ma non ci risulta che fossero programmati omaggi istituzionali delle alte cariche dello Stato  che sarebbero stati doverosi. Giorgio Napolitano nel 2011 non esitò a recarsi al Pantheon in visita al primo Capo dello stato unitario. Fu un gesto che gli fa molto onore  e che va ricordato perché stabiliva un rapporto storico tra il passato e il presente della storia italiana.

L’emergenza impone responsabilità

Da questa domenica mi astengo  da ogni critica che possa suonare sfiducia al governo in carica . Restano le mie riserve ,ma ritengo mio dovere di italiano evitare commenti che possano suonare critici. Oggi l’emergenza impone un comportamento responsabile da parte di tutti. Le osservazioni critiche vanno rinviate a dopo,augurandoci che il dopo arrivi presto. Sospendo anche la rubrica di lettere ,non volendo censurare nessuno.
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Massimo Numa

Dopo lunga malattia è  mancato il giornalista Massimo Numa che io conobbi a Savona quando era agli esordi. A Savona ebbe il coraggio di steccare nel coro del conformismo locale, denunciando gli eccessi partigiani, tra cui l’uccisione di una tredicenne. Trasferito alla “ Stampa” di Torino, seppe raccontare fatti scomodi come una vicenda legata al tribunale di Asti che portò l’ex Procuratore Generale Silvio Pieri a prendere una coraggiosa posizione critica.  I suoi articoli vennero presto dimenticati e  non ebbero seguito. Denuncio ‘ anche l’estremismo terroristico dei No Tav per cui venne minacciato e dovette vivere sotto scorta. Ho conosciuto Numa e ho considerato un grande onore averlo frequentato. Ha saputo onorare la professione giornalistica come pochi altri. Era un uomo coraggioso che non ragionava in base  agli steccati ideologici e politici. Se la  sua malattia non l’avesse impedito, avrei voluto conferirgli il Premio Pannunzio Alassio. L’avrebbe meritato più di ogni altro.Era un uomo che non conosceva cosa fosse il conformismo e la convenienza  personale.
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Putin fino al 2036

La notizia rischia  di passare nell’indifferenza ,ma la riforma costituzionale che azzera i mandati di Putin e gli consente di restare al potere fino al 2036 dovrebbe far riflettere su un regime autoritario e personale come quello russo. Le elezioni ,se ci saranno, saranno una mera consuetudine formale. L’ipoteca di altri 16 anni di regime putiniano rivela in maniera scoperta e persino beffarda i connotati inequivocabili di una condizione di totale anomalia. Putin irride i regimi liberali,ma in effetti calpesta le regole più evidenti della democrazia, stravolgendone a piacimento le regole che sono  alla base della democrazia. Sub lege libertas, dicevano gli antichi.Qui la legge viene letteralmente stravolta e la libertà viene minacciata,se non eliminata. E’ un segnale molto preoccupante di regressione  antidemocratica  per il quale bisogna lanciare un grido di allarme.

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