Andrea Mantegna, legato all’antichità, costruiva con la sua arte il presente

in CULTURA E SPETTACOLI

Sino al 4 maggio, a palazzo Madama, la mostra del grande artista del Quattrocento italiano

 

Straordinaria, se si vuole di preziosa nicchia, signorilmente ricca d’influenze o di discendenze artistiche e di prestiti, rafforzata dalle proiezioni multimediali della Corte Medievale, davvero fonte d’entusiasmi in una parola questa mostra sino al 4 maggio prossimo sotto gli occhi dei torinesi e del folto, appassionato o incuriosito o avvezzo a simili frequentazioni, pubblico che continuerà a visitarla, come ha fatto finora, tra gli spazi grigi e blu ideati da Loredana Iacopino sotto la volta del grande salone al piano nobile di Palazzo Madama, una mostra che spinge a riavvicinare la città ad una grande stagione culturale che sembrava in un recente passato pressoché infelicemente accantonata.

“Andrea Mantegna” dunque, che si espande in quel “Rivivere l’antico, costruire il moderno” a sottolineare quanto, nelle mani del grande artista, la rilettura dell’uno abbia profondamente posto le basi per l’esistenza e la concretezza dell’altro, quanto il grande artista, con i suoi viaggi, con lo studio appassionato dei ritrovamenti archeologici, accresciuto durante il soggiorno romano e non soltanto (di alcuni divenne proprietario, profondamente amareggiato quando se ne dovette distaccare per questioni economiche), con i contatti con i filosofi e i letterati e gli intellettuali della sua epoca, abbia saputo farsi portavoce di una nuova epoca. Una mostra affidata alla cura di Sandrina Bandera e Howard Burns, con Vincenzo Farinella quale consultant curator per l’antico unito ad un illuminante quanto prestigioso gruppo di studiosi, tutti pronti a riunire un corpus di oltre 130 opere, scelte tra alcuni dei maggiori musei italiani con altresì un’aria di internazionalità, se si pensa ai prestiti offerti dai londinesi National Gallery e Victoria and Albert Museum come dal Cincinnati Art Museum, dalle collezioni del Principe di Liechtenstein e dall’Albertina di Vienna, dal Metropolitan di New York e dal Bode Museum berlinese, dalla National Gallery di Washington e dalla Galleria Nazionale di Praga e da molti altri ancora (e poco male se dovremo “obbligarci” ad un viaggio a Mantova per appassionarci alla Camera degli Sposi o a Milano per il Cristo morto di Brera; anche per I Trionfi ad Hampton Court, in terra inglese? Anche!). Sei sezioni che illuminano gli esordi giovanili, gli incontri con varie corti del Quattrocento italiano, soprattutto il suo ruolo di artista ufficiale in quella dei Gonzaga a Mantova, il prosperare del proprio linguaggio e la conoscenza delle opere padovane di Donatello, la familiarità con Jacopo e soprattutto con Gentile e Giovanni Bellini (di cui nel 1454 sposò la sorella Nicolosia) e con le loro tele, l’influsso dei maestri fiamminghi, la vicinanza alla scultura, e poi incisioni, disegni e 17 lettere che ci lasciano gustare anche gli aspetti più quotidiani del pittore: il lato economico il più doloroso, sempre, e di qui le richieste per poter produrre altri loro ritratti o, tra lo spicciolo e il divertente, quella di quaglie e fagiani per ospitare come si deve il cardinale in visita, ma pure la denuncia della promessa di quattrini non mantenuta, o, per l’uomo che si avvia verso la conclusione della propria vita, il dover far fronte all’impegno di terminare la cappella funeraria in Sant’Andrea a Mantova e di dover continuamente fare i conti con i debiti lasciati.

Ormai vecchio, considerato da molti forse il più grande artista della sua epoca, ben consapevole lui della propria grandezza, “Pari, se non superiore, ad Apelle” lasciò scritto (in latino) Andrea Mantegna all’interno della cappella che ne conserva le spoglie dal settembre del 1506, il punto d’arrivo di un lungo percorso che trova le proprie radici a Isola di Carturo, nel 1431, lui figlio di un falegname, “d’umilissima stirpe”, giovanissimo nelle vesti di guardiano di bestiame nelle campagne attorno al piccolo paese. Poi, soltanto decenne, nella bottega dello Squarcione (un solido apprendistato – durato sei anni e terminato con una causa contro di lui a reclamare un risarcimento per certe opere prodotte in quel periodo – ma pure, attraverso l’adozione (“fiiuolo”) una manodopera continua e a basso costo: in mostra del maestro un San Bernardino da Siena datato 1450 circa, oggi al Poldi Pezzoli di Milano) e, a seguito di quel distacco, la necessità di avere con sé il fratello maggiore Tommaso per porre la firma, Andrea ancora minorenne, al contratto che lo legava alla decorazione della cappella della famiglia Ovetari nella chiesa degli Eremitani, personaggi e grandiose costruzioni architettoniche, vero biglietto d’ingresso alla carriera dell’artista; seguito (1452), per restare ancora in area patavina, dalla lunetta che ci regala Sant’Antonio da Padova e San Bernardino da Siena presentano il monogramma di Cristo – visibile in mostra, già nella perfezione della prospettiva, nello splendore del disco solare, in tutta la devozione dei due santi -, lunetta un tempo sopra la porta centrale della basilica del santo e oggi al Museo Antoniano.

Vi si riconosce già la strada intrapresa da Mantegna, la maturità nel percorso avviato, il profondo studio di quell’introspezione che s’impadronisce della ritrattistica e che scava sempre più per fare proprio il carattere, lo sguardo, il pensiero, le intenzioni di questo o quel personaggio, capolavoro del genere, già intorno al 1459, quel Ritratto del cardinale Ludovico Trevisan che è una delle più coinvolgenti opere in mostra, commissionato al pittore all’indomani del Concilio di Mantova, piuttosto un condottiero di tradizione romana che un religioso, virile, austero, risoluto nella sua fisica e al tempo stesso spirituale fortitudo. È una vetrina di ritratti, esatti di bellezza e di descrizione, che accomunano i contemporanei del Nostro, dai Bellini ad Antonello da Messina (Ritratto d’uomo, fiore all’occhiello del Civico torinese) ad Ercole de’ Roberti con il suo Ritratto di Annibale Bentivoglio, di collezione privata milanese. Una maturità che certo non impedì a Ludovico III Gonzaga – signore di un luogo raffinato e circondato di cultura, amante delle arti e del mondo antico, cresciuto in giovinezza sotto la guida di Vittorino da Feltre e intimo di artisti quali Leon Battista Alberti – di chiamare Mantegna, con tutta la famiglia, alla sua corte come pittore ufficiale, nel 1460 (esiste già un primo invito in una lettera di quattro anni prima), ma pure come consigliere artistico e curatore delle mostre d’arte, con uno stipendio che, come abbiamo visto, avrebbe avuto per gran parte della vita dimenticanze, sospensioni, ritardi e ovviamente necessarie lettere di sollecito.

Monumentalità, impianti scenografici che finiscono con l’essere l’anima di un opera, o certo il segno su cui spesso s’accentra l’occhio di chi guarda, una carrellata inconsueta di bellezze è la mostra, che oltre alle preziosità che s’è detto, allinea ancora la Madonna con il Bambino e santi Gerolamo e Ludovico da Tolosa (intorno al 1454, dal parigino Musée Jacquemart-André), la Madonna con il Bambino, san Giovannino e santi (1485 circa, custodito alla Sabauda di Torino), la Pala Trivulzio (1497) dalla raccolta del Castello Sforzesco milanese (due quinte di alberi e agrumi, una mandorla di visi d’angelo a racchiudere la Vergine e il Bambino con i quattro Santi in una superba prospettiva scorciata), l’Ecce Homo del 1500/1502, ancora da Parigi. Ma non soltanto tele, anche le incisioni meritano uno sguardo attento, dell’artista come dei suoi contemporanei, soprattutto la Battaglia dei dieci uomini nudi di Antonio del Pollaiolo, il bulino che scolpisce la Zuffa degli dei marini o Baccanale con Sileno di Mantegna oppure La morte di Orfeo di un anonimo incisore forse ferrarese o ancora certi Studi dello stesso Mantegna a rappresentarci un Compianto per il Cristo e il Seppellimento di Cristo a penna e inchiostro bruno su carta. Verso la parte finale della mostra ci si soffermi davanti alla Madonna con Bambino detta dell’umiltà (1490 circa), un bulino e puntasecca di 177 x 231 mm proveniente da Capodimonte e lo si confronti con la Madonna con il Bambino, il gatto e il serpente, un’acquaforte (mm  102 x 152, in collezione privata) dovuta a Rembrandt: s’accorgerà il visitatore quanto quel “moderno” abbia preso a porre le basi e quanto il fiammingo (con il suo collega Rubens) debba ad Andrea Mantegna (da noi gli sono debitori Raffaello e Bramante e Correggio), quanto il carattere nordico guardi all’atmosfera intimista.

 

Elio Rabbione

 

 

Nelle immagini:

 

Andrea Mantegna, “Sant’Antonio di Padova e san Bernardino da Siena presentano il monogramma di Cristo”, 1452, affresco staccato, cm 163 x 321, Padova, Museo Antoniano.

 

Giovanni Bellini, “Ritratto di giovane”, 1472-1473, tempera e olio su tavola, cm 34 x 27,5, Bergamo, Accademia Carrara.

 

Andrea Mantegna, “Madonna con il Bambino e i santi Giovanni Battista, Gregorio Magno, Benedetto e Gerolamo” (Pala Trivulzio), 1497, tempera su tela, cm 287 x 214, Milano, Pinacoteca del Castello Sforzesco.

 

Andrea Mantegna, “Ecce Homo”, 1500-1502, tempera a colla su tela di lino montata su legno, cm 54,7 x 43,5, Parigi, Institut de France, Musée Jacquemart-André.