Torino e le sue donne: Natalia Ginzburg

in CULTURA E SPETTACOLI

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

 

9 Natalia Ginzburg

Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna, ma anche dietro ogni grande donna ci deve essere qualcosa a sostenerla. Nel caso di Natalia le mani a conca sempre pronta a farla rialzare sono rappresentate dall’amore per la scrittura, quella strana dimensione in cui c’è spazio per ogni cosa, quel foglio bianco che assorbe lacrime, gioia e rabbia e le trasforma in eterni segni grafici. L’ultima storia al femminile che riporto tratta di un’eroina che ha scelto le parole come arma da usare contro i suoi nemici, forse proprio l’arma più temibile, perché è l’unica che perdura per sempre. Natalia GinzBurg Nasce a Palermo il 14 luglio 1916, da Giuseppe Levi e Lidia Tanzi. Il padre è Professore universitario, a causa dei suoi ideali verrà imprigionato, insieme ai tre fratelli di lei, e processato con l’accusa di antifascismo. Natalia trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Torino, da emarginata, frequenta il ginnasio presso il liceo Alfieri, come tutte le ragazze adolescenti ha bisogno di sicurezza e conforto, entrambe necessità che troverà realizzate nella scrittura. Esordisce nel 1933 con il suo primo racconto “I Bambini”. Dopo anni malinconici, arriva anche l’amore a confortarla, nel 1938 sposa Leone Ginzburg, col cui cognome firmerà in seguito tutte le proprie opere. Dalla loro unione nascono tre figli, due maschi e una femmina. In quel periodo stringe legami con alcuni dei maggiori rappresentanti dell’antifascismo torinese , in particolare con gli intellettuali della casa editrice Einaudi. Nel 1940 segue il marito esiliato al confino per motivi politici e razziali a Pizzoli, in Abruzzo, dove rimane per tre anni. Nel 1942, Natalia, pubblica con lo pseudonimo Alessandra Torminparte “La strada che va in citta”, opera che verrà successivamente ristampata nel 1945, con il vero nome della autrice. Anche il periodo amoroso finisce, infatti Leone viene catturato, torturato e ucciso nel febbraio 1944, presso il carcere romano di Regina Celi. In seguitoal drammatico avvenimento Natalia si sposta a Roma e qui si impiega presso la sede capitolina della casa editrice Einaudi. Nell’autunno del 1945 si ristabilisce a Torino, e si ricongiunge finalmente con i suoi genitori e i suoi figli. La produzione letteraria di Natalia continua e nel 1947 esce “E’ stato così”, libro che vince il premio letterario Tempo. Nel 1950 decide di sposarsi di nuovo, con Gabriele Baldini, docente di letteratura inglese e direttore dell’istituto italiano di Cultura a Londra, con il quale avrà due figli, entrambi in situazione di disabilità. Inizia un periodo ricco in termini di produzione letteraria, prevalentemente orientato sui temi della memoria e dell’indagine psicologica. Nel 1952 pubblica “Tutti i nostri ieri” e nel 1961 “Le voci della sera”. Nel 1963 vince il premio Strega con “Lessico familiare”, opera che viene accolto da un forte consenso della critica e del pubblico. Negli anni successivi scrive “Mai devi domandarmi” e “Vita immaginaria”, nel medesimo periodi Natalia è anche assidua collaboratrice del Corriere della sera. E’ stata in oltre autrice di saggi e commedie tra cuoi “ti ho sposato per allegria”. Nel 1969 muore il secondo marito, Natalia decide di intensificare il proprio impegno politico, in tanto sullo sfondo rimbomba la strage di piazza Fontana e si avvicinano quegli anni battezzati “periodo della strategia della tensione”. Nel 1971 Natalia è sempreattiva e in prima line, sottoscrive la lettera aperta a l’espresso sul caso Pinelli, nel 1976 partecipa alla campagna innocentista in favore di Fabrizio Panzieri e Alvaro Loiacono. Nel 1982 viene eletta al parlamento nelle liste del partito Comunista Italiano. IL 25 marzo 1988 scrive per l’Unità un importante articolo “non togliete quel crecifisso: è il segno del dolore umano” difendendo la presenza del simbolo religioso nelle scuole e opponendosi alle contestazioni di quegli anni. Natalia smette di combattere nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1991 a Roma, dove è sepolta nel cimiero di Verano.

Alessia Cagnotto

 

Recenti: CULTURA E SPETTACOLI

Da qui si Torna su