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Febbraio 2018

Studio Quaglia: sette generazioni di medici dentisti

in vetrina7

Il bisnonno Carlo si laureò alla Regia Università di Torino in Medicina e Chirurgia

La passione per l’odontoiatria per il dottor Emanuele Quaglia, dentista torinese, ha un sapore che si può definire familiare, quasi antico. Nella sua famiglia, infatti, la scelta di abbracciare questo mestiere, interpretandolo come una missione verso il paziente, risale a diverse generazioni fa. Sette sono, per la precisione, le generazioni di medici in famiglia. Il bisnonno Carlo Quaglia si laureò alla Regia Università di Torino in Medicina e Chirurgia e, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale in veste di Ufficiale medico, iniziò nel 1919 ad esercitare come dentista. Ne seguì le orme il figlio Francesco, che per anni ebbe lo studio in corso Re Umberto 75. Suo figlio Enrico ne prese poi le redini, trasferendosi quindi nell’attuale sede in corso Moncalieri 21. E così è stato per il nipote Emanuele, che ha respirato l’aria dello studio del dentista in famiglia già da piccino, andando a trovare, vicino a casa, il nonno nello studio, e prendendo dimestichezza con le impronte e la cera rossa, con quella che era l’odontoiatria di allora. Il dottor Emanuele Quaglia (foto in alto a sinistra), che ora ha preso la guida dello studio di famiglia collaborando con il padre, vanta studi all’avanguardia nel campo. Una laurea in Odontoiatria conseguita all’Università degli Studi di Torino, presso la Dental School al Lingotto, centro di eccellenza a livello europeo nel campo, laurea seguita dal Dottorato di Ricerca in “Sistemi complessi per le Scienze della vita”, conseguito nel gennaio 2017, con una tesi dal titolo “Superfici ceramiche innovative di applicazione protesica”. La tesi e lo studio per il Dottorato hanno permesso al dottor Quaglia di concentrarsi sugli aspetti chimici e biologici nell’ambito odontoiatrico, compiendo ricerche sulla risposta cellulare agli impianti in ceramica, che potranno divenire una nuova frontiera nell’implantologia, con significativi vantaggi dal punto di vista estetico.

 

Mara Martellotta

Studio dentistico Quaglia – Corso Moncalieri, 21 #Torino. Tel +39 011 6606552

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Ma quant’è strampalata (e bravissima) questa compagnia alle prese con un giallo

in CULTURA E SPETTACOLI

Riuscite a immaginare una commedia gialla in cui a ben vedere non vi interessa poi granché di scoprire chi sia il colpevole? Assolutamente no, inconcepibile. Eppure, ricredetevi. Può succedere. Per esempio, se andate al Gioiello – repliche fino all’11, non perdetevelo – a ridere e divertirvi intorno agli intrighi che popolano Che disastro di commedia. Un testo inglese dal titolo The play that goes wrong, scritto a sei mani, gli autori si chiamano Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields, un testo che ha esordito nel 2012 in un piccolo teatro all’interno di un pub londinese, “The old red lion”, con una sessantina di spettatori a sera per trasferirsi un paio d’anni dopo al Duchess Theatre di Londra dove è ancora in scena. Uno spettacolo che successo dopo successo ne ha fatta di strada, continuamente in salita, manco a dirlo, con doverosa esportazione, dalla Nuova Zelanda all’Australia agli States dove, con la produzione di JJ Abrams, è approdata a Broadway. Per quanto riguarda il vecchio continente, s’è aggiudicata nel 2015 gli Oliver Awards inglesi come miglior commedia dell’anno e in Francia l’anno successivo il Premio Molière, in questi ultimi mesi ha debuttato pure a Budapest e Atene. Come da noi. All’interno la storia strampalatissima, surreale, a tratti feroce nella propria nullità, di una compagnia amatoriale che tenta di mettere in scena un giallo che definiremmo di serie B, un omicidio all’interno di una villa XY, gli otto personaggi – un morto che non è poi tanto morto, un addetto alla consolle cui interessa soltanto ritrovare un cd dei Duran Duran, un domestico che si dimentica le battute e se le scrive sulla mano o sul polsino bianco, salvo poi avere le idee poco chiare per quanto riguarda l’accentazione delle stesse parole, un commissario con qualche scheletro nell’armadio, una fidanzata del morto che se la intende con un futuro cognato sempre alla ricerca degli applausi del pubblico, e che naviga in mezzo a crisi isteriche ad ogni pie’ sospinto, una scenografa che smania dal sostituirla nel ruolo, il focoso e irruente biondone che riuscirà ad attaccare il proprio parrucchino alla mensola dell’infuocato caminetto.

Già, il caminetto. Lui anche “personaggio”, come lo sono tutti gli altri angoli della scenografia. Malconci, disastrati, introvabili al momento giusto, cadenti, porte che non si aprono e finestre e tendaggi che se ne vengono giù, cornette del telefono raggiunte a fatica e a fatica tenute in equilibrio, dal momento che qualcuno le ha mal posizionate, i fogli del copione che si sparpagliano a terra, se una colonna è lì a mostrare il proprio compito di sorreggere, potete star tranquilli che al primo spintone cadrà giù e allora quel pavimento un tempo sorretto saldamente si tramuterà, al di là di ogni legge fisica, in un impraticabile piano inclinato. E poi un mare di gag, battute sbagliate, anticipate o posticipate, un sincrono di suoni e movimenti che fa quel che può, una neve che dovrebbe essere copiosa e si riduce a un paio di coriandoli o poco più lanciati con nessuna convinzione in aria. Un gran divertimento, solidissimo alla prima, con a tratti le voci degli attori a perdersi, coperte dalle risate e dagli applausi. Mark Bell è il regista deus ex machina di ogni allestimento, colui che controlla ed esige e spreme da ogni virgola ogni effetto possibile, con un rigore perfetto, con un meccanismo comico come raramente se ne vede su un palcoscenico. Certi meccanismi e un senso comico, il mantenimento di un ritmo che non ammette soste, la padronanza del luogo teatrale, il rispetto del millimetro che ogni prova attoriale impone, tutto questo attribuiamolo alla compagine che abbiamo applaudito ieri sera, superlativa, a dimostrazione che, se mai ce ne fosse bisogno – e anche in questa stagione teatrale i nomi credetemi non mancherebbero -, troppe volte i nomi di richiamo non portano con sé una professionalità e una bravura di eguale peso. È difficile recitare “male” e per avventura quando si è così bravi, così l’uno complementare all’atro, così dentro ad un ingranaggio incredibile che non fa una piega. Mai. Gabriele Pignotta, lo pseudomorto, ha ormai il suo posto nei cartelloni di Torino Spettacoli; da citare tutti gli altri, Luca Basile, Stefania Autuori, Marco Zordan, Viviana Colais, Alessandro Marverti, Yaser Mohamed e Valerio Di Benedetto, sotterrati tutti dalla catena d’incidenti che invade il palcoscenico ma che sudando le sette camicie concludono con rarissima bellezza. Da vedere, assolutamente. Per una serata in cui la politica, le ferrovie inguaiate per la neve, le imprecazioni contro il capufficio, l’ultimo bisticcio con la suocera che avete a carico non trovano davvero posto.

 

Elio Rabbione

 

Elezioni, dopo il 4 marzo torna la politica?

in POLITICA

Non tutto vien sempre per nuocere. Chi detesta i partiti personali, i partiti del capo, la politica spettacolarizzata e del tutto avulsa dalle culture e dai grandi filoni ideali del passato, forse dopo il 4 marzo può ritornare a giocare un ruolo protagonistico e di primo piano. Lo dico a ragion veduta. Se, come ormai dicono tutti i sondaggi, non ci sarà una maggioranza politica coerente e coesa in grado di governare il paese, sarà gioco forza avviare un processo politico di forte scomposizione e ricomposizione dell’attuale quadro politico. È’ noto a quasi tutti, infatti, che nel centro destra le frizioni e le prospettive politiche diverse, e se non alternative dei vari partiti, sono persin plateali. E se non c’è un risultato dalle urne che ne sancisce la vittoria schiacciante quella finta coalizione e’ destinata, prima o poi, ad andare in mille frantumi. L’attuale centro sinistra non è una coalizione. Regge sul partito personale di Renzi, l’ormai famoso “Pdr”, 2 liste inventate a tavolino e uno strano connubio tra l’ex Dc Tabacci e i radicali della Bonino. Ovvero, una non coalizione. Per quando riguarda i 5 stelle nessuno sa, ad oggi, quale sarà la prospettiva politica di questo partito. Anche perché cambia prospettiva rapidamente e quindi da quelle parti tutto e’ possibile e tutto è riformabile nell’arco di pochi giorni: dalle alleanze alla proposta di governo, dalla selezione dei gruppi dirigenti alle priorità programmatiche. Ecco perché l’intera politica italiana è destinata a cambiare profondamente dopo il voto del 4 marzo. E, all’interno di questo cambiamento, saranno proprio le culture politiche a ritornare a giocare un ruolo. Anche e soprattutto di natura politica. A cominciare da quella cattolico democratica e cattolico popolare che difficilmente potrà continuare ad essere, di fatto, assente dalla competizione politica se non limitarsi a giocare un ruolo puramente ornamentale e del tutto irrilevante nei vari partiti e schieramenti in campo. Certo, non mancano gli sforzi e le presenze di questo filone ideale anche in questa triste e povera campagna elettorale. Ma sono presenze, appunto, destinate a non incidere nella concreta dinamica politica italiana. Ora, nessuno pensa, come ovvio, a far rinascere partiti e movimenti che nel passato hanno saputo, comunque sia, declinare un progetto politico rivolto a tutti e frutto di una precisa cultura politica. Ma un fatto è certo: la tradizione e la cultura dei cattolici democratici e dei cattolici popolari e’ destinata ad uscire dalle sabbie mobili e a declinare una proposta politica vera e percepibile dalla pubblica opinione. Forse siamo arrivati alla vigilia di una stagione dove continuare a fare gli spettatori a bordo campo sarà solo un semplice ricordo del passato.

 

Giorgio Merlo

L’insegnamento della “maestrina dalla birra rossa”, testa calda a mente fredda

in prima pagina

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

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La maestrina dalla birra rossa – nulla a che vedere con quella di de Amicis nota per la penna rossa che portava sul cappello – che ha insultato pesantemente i poliziotti che stavano contenendo il violento corteo “sedicente antifascista“ che in corso Vittorio a Torino voleva impedire il regolare svolgimento della campagna elettorale, non e’ un caso di banale e un po’ discola espressione di semplice ed esuberante intolleranza politica, riconducibile alla birra di cui esibiva la bottiglia vuota . E’ una testa calda, anche a mente fredda e le dichiarazioni che ha rilasciato a “Matrix “lo dimostrano. E’ il prototipo del militante di un centro sociale, l’equivalente odierno dei covi sovversivi di 50 anni fa. Non si può neppure dire che sia incazzata perché senza lavoro, in quanto insegna in una scuola pubblica a bambini di prima elementare. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo insegnamento e c’è da stupirsi che il suo dirigente scolastico diretto non abbia finora mosso un dito nei suoi confronti, in tempi in cui molti docenti sono criminalizzati per molto meno: basta la lamentela di un genitore per scatenare il finimondo, come dimostrano le cronache . Eppure la maestrina , già nota per il suo estremismo no Tav , ha dovuto augurare la morte ai poliziotti perché qualcuno si sia interessata di lei. Un’anomalia che dovrebbe far riflettere sulla gestione della scuola italiana. Nei suoi confronti non ci possono essere giustificazioni. Ha commesso un reato e tale reato va perseguito. L’obbligatorietà dell’azione penale deve valere anche per lei. Non so se vada licenziata in tronco, ma sicuramente va subito sospesa cautelativamente dall’insegnamento e va subito avviata nei suoi confronti un’azione disciplinare. Non invoco sanzioni esemplari,invoco l’applicazione delle leggi.Questo impone lo Stato democratico di cui l’ insegnante in questione dimostra, come minimo, di non conoscere le leggi.

scrivere a: quaglieni@gmail.com

BUON COMPLEANNO DINO

in SPORT

La prima volta che guardai una partita di calcio in televisione Zoff era già là a difendere la porta. Per me era come se l’avesse difesa da sempre. Correva il 1973, mese di giugno, avevo otto anni, finale di Coppa Italia Juventus – Milan. C’erano i nonni quella sera e la mamma mi fece abbassare il volume del televisore, probabilmente infastidita dalla voce stentorea di Nando Martellini. Seguii l’incontro per poco più di un tempo, poi dovetti andare a dormire – presto, come le consuetudini imponevano ai bravi bambini. Per la cronaca: terminati 1 a 1 i tempi regolamentari, la Coppa fu assegnata ai rigori e vinse il Milan. Dino Zoff, dicevo. Ricordo ancora a memoria (giuro!) la formazione della Juventus stagione 1973-74: Zoff, Spinosi, Marchetti; Furino, Morini, Salvadore; Causio, Cuccureddu, Anastasi, Capello, Bettega. Trascorrevo le domeniche accovacciato sul tappeto della mia stanza per ascoltare alla radio Tutto il calcio minuto per minuto. Zoff rappresentava già una specie di archetipo. Prima di lui, con il numero uno sulle spalle, nomi biblici che per i ragazzini del tempo non significavano nulla: Combi, Sentimenti IV, Mattrel, Carmignani. All’epoca aveva sui trent’anni, me lo raffiguravo come un anziano sapiente e infallibile. Quei pochi gol che prendeva potevano essere solo colpa del Fato.

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Altra formazione, la Juventus 1976-77: la prima allenata da Giovanni Trapattoni. Zoff, Gentile, Cuccureddu; Furino, Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti, Bettega. La Juventus dei 51 punti (su 60 a disposizione), vincente di un’incollatura sul Torino dopo un campionato elettrizzante, aperto fino all’ultima giornata. La Juventus che conquistò contro i baschi dell’Athletic Bilbao il suo primo trofeo internazionale, la Coppa UEFA. Zoff l’eroe eponimo. Il ’78 fu l’anno dello scudetto-bis, del quarto posto dell’Italia ai Mondiali in Argentina (sciorinando però il miglior gioco in assoluto) e dei quarti di finale della Coppa Campioni: quelli in cui Zoff parò tre rigori ai lancieri dell’Ajax. A trentasei anni si trovava al culmine della carriera, sebbene qualcuno cominciasse a malignare sull’età. Vecchio? Aiace Telamonio non poteva essere vecchio. Un mito, piuttosto. Il mito continuò a difendere imperterrito la porta della Juventus e della Nazionale con parate prodigiose. Cominciai ad andare allo stadio e vederlo dal vivo, infondeva nei tifosi un senso di sicurezza come se la porta fosse sprangata. Lui dietro e Scirea subito davanti. Risultato in cassaforte. La formazione della Nazionale Campione del Mondo 1982 è una litania mandata a mente in saecula saeculorum: Zoff, Gentile, Cabrini; Bergomi, Collovati, Scirea. Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Il miracolo di Zoff contro il Brasile (colpo di testa di Oscar bloccato sulla linea) vale come i sei gol di Pablito Rossi capocannoniere. San Dino. E la Juventus 1982-83 è un rosario da sgranare con gli occhi: Zoff, Gentile, Cabrini; Bonini, Brio, Scirea; Briaschi, Tardelli, Rossi, Platini, Boniek. La finale di Coppa Campioni persa malamente contro l’Amburgo resta tuttavia un ricordo amaro. Zoff in ginocchio dopo il gol di Magath, il simbolo dell’avvenuta capitolazione, l’ultimo con la maglia bianconera. Un giorno di maggio 1983 dopo Svezia – Italia 2-0, che se non ci fosse stato lui sarebbe terminata con una goleada, Zoff il taciturno convoca una conferenza stampa per prendere congedo.

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All’annuncio, mi sentii improvvisamente orfano. Sembrava impossibile che, un giorno, la formazione della Juventus sarebbe cominciata con un nome diverso dal suo. In quel momento, forse per la prima volta, ebbi la consapevolezza che la vita procede per cicli: ad un certo punto subentra una privazione con la quale dobbiamo fare necessariamente i conti. Tra poco la storia si ripeterà con Gigi Buffon. Gli adolescenti nati quando lui difendeva già la porta della Juventus proveranno un tuffo al cuore nel vedere un altro portiere prendere posizione tra i pali al posto suo. E non per un semplice avvicendamento o sostituzione durante il gioco. Il nome di Dino Zoff rimane scolpito nella memoria, non solamente sportiva. Un atleta fuoriclasse, un vero numero uno, equilibrato, sereno, misurato nello stile. Aveva un gran senso della porta, della posizione, le sue parate erano essenziali, mai inutilmente plateali. Trasmetteva fiducia, ai compagni e ai tifosi accalcati sugli spalti o davanti al televisore. Ma la sua leggenda nasce, ancor più che dal palmarès impareggiabile, dai comportamenti fuori dal campo. Concedeva alla stampa poche parole eppure chiare, schiette, senza farsi coinvolgere dalle polemiche. Un uomo vero, di spessore, dal carattere forte, provvisto di una straordinaria forza morale. Lo sport può insegnarci molto, soprattutto la giusta mentalità per affrontare l’esistenza. Dino Zoff resta in questo senso un esempio tra i più fulgidi.

 

Paolo Maria Iraldi

SIULP: “comportamento e frasi insegnante intollerabili, richiedono intervento immediato”

in TRIBUNA

Quanto accaduto a Torino è un fatto grave e intollerabile che deve indurre tutti i Corpi intermedi rappresentanza e le Istituzioni a riflettere su grave e pericoloso clima di odio e intolleranza che si è generato e che pregiudica, a prescindere dall’operato delle Forze di polizia il sereno svolgimento delle pubbliche manifestazioni. Non sta agli uomini in uniforme decidere chi e quando può manifestare. A loro compete il dovere di assicurare che questo fondamentale diritto possa essere garantito a chiunque purché lo si faccia nel rispetto delle regole. Una elementare constatazione che di certo non appassiona quei professionisti della violenza usi a fare degli scontri di piazza la ragion d’essere del loro antagonismo sociale, e rispetto alla quale, da tempo, il Siulp invoca un rigoroso intervento del legislatore finalizzato a definire conseguenze certe ed afflittive nei confronti dei responsabili di comportamenti che rischiano di riproporre i tragici scenari degli anni di piombo.

Una sensazione che, al netto dell’indicibile amarezza, è oggi rafforzata dalle deliranti dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana dall’insegnante che, a Torino, ha espresso giudizi irripetibili nei confronti dei Poliziotti in servizio, arrivando addirittura ad augurare loro la morte. La circostanza che, invece di rimeditare sull’accaduto, questa insegnante abbia poi avuto anche la sfrontatezza di rivendicare la legittimità del suo comportamento in un secondo momento di fronte alle telecamere dove ha persino inneggiato il ricorso alle armi contro i poliziotti, pone a nostro avviso l’esigenza di una ferma e corale condanna morale e anche concreta. Serve a tutela della dignità dei poliziotti, in primo luogo. Ma anche, e soprattutto, a tutela della dignità delle centinaia di migliaia di insegnanti che, diversamente da questa signora, sono consapevoli di svolgere una delicatissima ed insostituibile funzione pubblica per esercitare la quale sono necessarie straordinarie doti di equilibrio e di saggezza e non certo quelle di istigare alla violenza o alla lotta armata. Quelle di cui, a nostro avviso, la responsabile delle vergognose infamie rivolte ai colleghi in servizio a Torino ha dimostrato di non padroneggiare adeguatamente per non dire di non possederle. E’’ quanto afferma il Segretario Generale del SIULP Felice Romano nel commentare il video andato in onda durante una trasmissione televisiva alla presenza dell’ex premier Matteo Renzi. Mi rendo conto, continua Romano, della gravità di quanto affermo. Ma le dichiarazioni sono altrettanto gravi e pericolose per la tenuta democratica che quanto affermo non è opinione solo delle donne e degli uomini della Polizia di Stato. Lo stesso ex premier infatti, che ringraziamo per aver tempestivamente censurato questo tipo di condotta esprimendo solidarietà nei confronti dei poliziotti ed auspicando l’immediato licenziamento dell’insegnante, dimostra che è opinione condivisa. Nell’unirci all’auspicio dell’ex premier, al quale, beninteso, ci associamo, riteniamo però che questo fatto sia degno dell’attenzione dell’Autorità Giudiziaria proprio per la gravità delle affermazioni fatte. Parimenti, ci attendiamo ora che altrettanto facciano anche le organizzazioni di categoria che rappresentano gli insegnanti. Non saremo noi, sottolinea Romano, a cadere nella trappola della generalizzazione, ma è necessaria, ora più che mai, una netta presa di distanza da atteggiamenti che altrimenti rischiano di inficiare quel vincolo di solidarietà tra lavoratori, nel caso di specie poliziotti ed insegnanti, che sono l’essenza della nostra democrazia. Non solo, conclude Romano, quanto richiesto è altresì necessario per tranquillizzare i genitori italiani che quando la mattina accompagnano i loro figli a scuola li lascino all’interno di una struttura dove siano insegnati i valori della democrazia, del rispetto degli altri e soprattutto delle Istituzioni democratiche e di chi le rappresenta come presupposto inalienabile per un futuro civile e democratico del nostro Paese.

 

Segreteria Siulp Torino

Salvini a Torino mercoledì 28 febbraio per la chiusura della campagna

in POLITICA

Il candidato premier della Lega, Matteo Salvini, chiude la campagna elettorale a Torino, mercoledì 28 febbraio. L’incontro con i cittadini piemontesi è alle ore 21 al Teatro Nuovo in corso Massimo d’Azeglio 17a.  Insieme con Salvini, che torna per la terza volta in Piemonte, saliranno sul palco Riccardo Molinari, segretario della Lega del Piemonte, Alessandro Benvenuto, segretario provinciale di Torino e tutti i candidati.

La Librolandia torinese è “il” Salone nazionale dell’editoria italiana. Parola di Massimo Bray

in prima pagina

Massimo Bray, presidente della cabina di regia del Salone del Libro, nel presentare l’edizione 2018, che si terrà a Torino  dal 10 al 14 maggio, ha detto che la rassegna torinese ” è il Salone nazionale dell’editoria italiana. La spaccatura dello scorso anno non ha fatto bene al libro e all’editoria. Gli editori indipendenti e il ritorno dei grandi editori sono il primo successo di questa  nuova edizione”. A parere di Bray la manifestazione che si tiene sotto la Mole continuerà ad essere il Salone non solo degli editori, ma anche dei cittadini, perché ha sempre difeso  il valore della cultura “in un mondo in cui stanno crescendo le diseguaglianze”.

La Francia sarà il paese ospite e, tra le novità, sarà ospite il Premio Strega europeo: gli autori stranieri in lizza nella cinquina presenteranno i loro libri e il vincitore sarà annunciato  a Torino. Al Salone interverrà la scrittrice Premio Nobel della Letteratura 2009 Herta Müller, vincitrice del Premio Mondello internazionale.

 

(foto: il Torinese)

Oltre il viaggio… Giulia e Tancredi alla scoperta dell’Europa

in CULTURA E SPETTACOLI

OPERA BAROLO / FINO AL 3 GIUGNO

“Al poverel tua mano pietosa stendi, ch’in sollevare le affamate squadre simile al Creator Te stessa rendi”: versetti profetici, parte di un sonetto datato 1807 dedicato da “La madre dello sposo alla sposa” e affiancato ad un altro indirizzato “Al padre dello sposo”, con tanto di congratulazioni del Sacerdote Giandomenico Data. Accanto il “Contratto di matrimonio”, manoscritto originale datato “Saint Cloud, 16 agosto 1806”; testimone di nozze nientemeno che Napoleone Bonaparte, incoronato “Empereur” a Notre-Dame nel

dicembre di due anni prima da Papa Pio VII. Si apre con questi storici documenti, riferiti alle nozze di Giulia (Juliette) Colbert di Maulévrier e di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (conosciutisi proprio alla corte di Napoleone, dove Carlo Tancredi esercitava la funzione di Ciambellano), la suggestiva mostra dedicata, in Palazzo Barolo a Torino, a due personaggi straordinari, vissuti in totale simbiosi di principi ed affetti, cavalcando, con una “visione illuminata di autentici innovatori sociali”, i principali fermenti culturali e politici dell’Ottocento. Al di qua e al di là delle Alpi. In odore di “Santità” – per entrambi è stato da tempo avviato il processo di beatificazione – degli ultimi Marchesi di Barolo si vuole raccontare nella mostra, ospitata nei sotterranei e al piano terra di quella che fu la loro dimora (aperta a nobili, politici e intellettuali, non meno che ai poveri e ai più bisognosi della città), uno spaccato di vita assai diverso da quello solitamente narrato nelle pagine di storia ufficiale: quell’amore per i viaggi, anch’esso condiviso in toto, che fin dai primi tempi del loro matrimonio li portò a trascorrere molti periodi all’estero, girovagando fra Italia ed Europa dal 1805 al 1834. Frequentissimi quelli alla volta di Parigi, ma anche in Svizzera, in Inghilterra e su e giù per l’Italia. Un peregrinare attento e curioso: in certo senso anche “didattico” poiché utile a trasferire nella consuetudine della loro quotidianità quanto visto e appreso in terre per allora lontane, spostandosi non di rado con difficoltà a dorso di cavallo o di mulo. A darne fedele testimonianza sono dieci preziosi diari manoscritti, tuttora inediti, conservati nel riordinato Archivio Storico dell’Opera Barolo e che, insieme ad alcuni volumi della Biblioteca, a disegni e a piccoli “souvenirs”, documenti e oggetti vari fra i più curiosi e imprevedibili, oggi conservati nelle raccolte di Palazzo Madama a seguito dei lasciti testamentari, costituiscono il fulcro della rassegna in corso. Curata con puntigliosa verve scientifica da Edoardo Accattino con Giovanni Scorpaniti, la mostra é introdotta da due “corposi” ritratti a pastello su cartone di Giulia e Carlo Tancredi realizzati dal “regio pittore” Luigi Bernero accompagnati dall’opera di sentore manieristico del saviglianese Pietro Ayres: qui i due coniugi sono raffigurati insieme, le mani su un poderoso testo letterario, in mezzo a loro l’immagine di una minuta crocifissione. A seguire, troviamo poi i pregevoli disegni di paesaggio e figure realizzati preferibilmente a matita su carta da Carlo Tancredi e ad acquerello da Giulia. E ancora, la copiosa serie di oggetti “da viaggio” raccolti o utilizzati durante gli spostamenti: dagli occhiali da sole, al libro di preghiere e al prezioso orologio, fino al nécessaire per pretenziosi viaggiatori (in verità non molto dissimile per fattura dal beauty odierno) e al servizio completo di bicchieri da viaggio. E il percorso continua con selle da amazzoni, binocoli, corde da scalata, via via fino alle racchette da neve in legno e ferro, agli scarponi con brocche antiscivolo e alla coppia di ghette. “Nei suoi diari – racconta AccattinoTancredi descrive in maniera oggettiva tutto ciò che vede, come in una sorta di ‘guida turistica’, dove però non mancano anche riferimenti ad innovazioni sociali messe poi in pratica sia come amministratore pubblico (fu sindaco di Torino nel 1826-’27) sia come privato cittadino”. Per Giulia invece, donna profondamente buona e colta, il viaggio appare sempre e soprattutto come “viaggio dell’anima”, intrapreso “per ispirarsi nella ricerca di nuove soluzioni ai drammatici problemi generati dalla nascente industrializzazione e dalla cultura borghese del profitto”. Nata nella cattolica Vandea (“ricordati che io sarò sempre vandeana” intimava al troppo anticlericale conte di Cavour, quel “petit terrible Camille”, con cui – rampolli di buona famiglia – “aveva giocato da bambina a palle di neve fra l’uno e l’altro confine”) fu proprio la sua incrollabile fede a trasfondere l’esperienza dei molti viaggi in quelle opere di carità sociale che ancora oggi proseguono nell’Opera Barolo, nata nel 1864 per suo stesso volere testamentario.

Gianni Milani

“Oltre il viaggio…Giulia e Tancredi alla scoperta dell’Europa”

Palazzo Barolo, via Corte d’Appello 20, Torino; tel. 011/2636111 – www.operabarolo.it

Fino al 3 giugno Orari: mart. – ven. 10/12,30 – 15/18,30; sab. 15/18,30; dom. 10/12,30 – 15/18,30

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Foto
– Pietro Ayres: “Giulia e Tancredi di Barolo”
– Tancredi  di Barolo: Orologio da viaggio
– Giulia di Barolo: Occhiali da sole
– Giulia di Barolo: Lettere a Silvio Pellico
– Luigi Bernero: “Ritratto della marchesa Giulia”
– Tancredi di Barolo: “Paesaggio”
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